I Porti delle Nebbie

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di Vincenzo Vinciguerra

Dalla fitta nebbia che avvolge i palazzi del potere e le procure della Repubblica, prima quella di Milano, calano sul rassegnato popolo italiano le lacrime e lo sconforto di un presidente della Repubblica che, per l’ennesima volta, annuncia che la verità su buona parte della guerra politica italiana, quella attribuita al «terrorismo nero», stragista per antonomasia, non c’è.
Non si comprende la commozione di questo ex comunista che certamente sa che la verità non è mai stata cercata e che, quando trovata, è stata coperta o negata da quello stesso potere di cui egli fa parte e da quei Tribunali nei quali si può trovare tutto meno che la giustizia.
La procura della Repubblica di Milano ha chiuso l’ultima inchiesta sulla strage di piazza Fontana, condotta in assoluta segretezza per la prima e unica volta.
I ciarlieri pubblici ministeri milanesi, questa volta, sono stati zitti e non si sono verificate fughe di notizie, violazioni del segreto istruttorio, «soffiate» ai giornalisti amici.
Tutti muti.

Per una magistratura come quella italiana che, nel campo delle indagini sulla guerra politica tranne rarissime eccezioni individuali, dovrebbe adottare come simbolo non la spada e la bilancia ma le tre scimmiette del «non vedo, non sento e non parlo», è una vera iattura che la verità in realtà ci sia o che sia possibile trovarla anche in episodi ormai dimenticati da tutti.
È il caso dell’identità del «signor P», che connette gli eventi del 1969, strage di piazza Fontana compresa, al governo militare greco.
Dal 21 aprile 1967, data del colpo di Stato militare in Grecia, sono trascorsi 45 anni e 43 sono quelli passati dal massacro di piazza Fontana, ma il «signor P» rimane una figura ancora avvolta nel mistero, condannata all’oblio, cancellata anche dal ricordo di quanti hanno comunque seguito l’inchiesta sull’eccidio del 12 dicembre 1969.
Ipotesi ne sono state fatte, circoscritte principalmente a due personaggi: Pino Rauti e Randolfo Pacciardi, direttamente o per interposta persona.
Ma indagini serie e approfondite ne sono state fatte sul conto del «signor P»?
Il senatore Gerardo D’Ambrosio ha ancora oggi una folta capigliatura che ci permette di ritenere che, da giudice istruttore, non si sia strappato i capelli per la disperazione di non riuscire a dare un nome e un volto al «signor P».
Vediamo, allora, se, a distanza di quasi mezzo secolo, è possibile elencare e analizzare gli elementi che, a nostro avviso, consentivano già allora, nei primi anni Settanta, di identificare il fantomatico «signor P».
Il 21 aprile 1967, ad Atene, le Forze armate assumono il potere in esecuzione del piano «Prometeo», come scriverà Alessio D’Angiò Borbone Conde, legato a Kostas Plevris, predisposto dalla Nato per bloccare l’avanzata comunista.
Alcune settimane più tardi, nel mese di maggio, il giornalista del quotidiano democristiano Il Tempo di Roma, Pino Rauti, si reca ad Atene.
Rauti non si limita a scrivere qualche articolo nel corso del suo soggiorno in Grecia perché, il 17 ottobre 1967, il suo amico Armando Mortilla trasmette alla divisione Affari riservati del ministero degli Interni, di cui è confidente con il criptonimo di «Aristo», una nota informativa redatta sulla base delle confidenze fattegli dallo stesso Rauti, relative alle future intenzioni della Giunta militare greca e ai rapporti che quest’ultima intrattiene con il governo degli Stati uniti.
Fino a questo punto non c’è nulla di sospetto perché un giornalista, ovviamente, stabilisce relazioni che gli consentono di seguire l’evolversi della situazione politica all’interno di uno Stato.
Ma, il 15 dicembre 1967, Armando Mortilla segnala alla divisione Affari riservati che Pino Rauti, Rutilio Sermonti, Giulio Maceratini e Paolo Andriani hanno completato la prima parte di uno studio per il governo greco relativo alla riforma del Parlamento e alla disciplina delle attività sindacali.
In quale veste Pino Rauti si è trasformato in consigliere politico del governo militare greco?
Non in quella del giornalista di modesta levatura di un quotidiano democristiano romano. Forse in quella di capo del centro «Ordine nuovo», di cui fanno parte Sermonti, Maceratini e Andriani che, però, è ufficialmente un’organizzazione «neo-nazista», ai margini della vita politica italiana, priva di ogni influenza sul governo e con scarso seguito.
Certo, qualcuno avrebbe dovuto chiedersi, fin da allora, come mai un «nazista», anzi addirittura il capo di un’organizzazione «nazista» come Ordine nuovo, potesse fare il giornalista in un quotidiano democristiano romano accanto a Gianni Letta.
Nessuno si è posto, per quanto è dato da sapere, la domanda quasi fosse normale che Pino Rauti potesse avere una doppia personalità: giornalista democristiano e, contestualmente, capo dei «nazisti» di Ordine nuovo.
I servizi segreti greci, attivissimi in Italia, hanno sicuramente segnalato al loro governo l’ideologia ufficiale di Pino Rauti così che possiamo pacificamente escludere che la Giunta militare abbia stabilito un rapporto di collaborazione politica con un «nazista» che viveva con lo stipendio di giornalista democristiano.
L’immagine dei colonnelli greci «fascisti» la lasciamo agli agit-prop di periferia, così che escludiamo l’affinità ideologica fra Rauti e i componenti del governo militare greco impegnati a ottenere il riconoscimento diplomatico dei Paesi europei e il loro sostegno politico ed economico.
La nostra legittima perplessità sulle motivazioni reali del rapporto che Pino Rauti stabilisce con il governo militare greco si accresce quando, il 16 aprile 1968, inizia un viaggio di studenti italiani in Grecia, organizzato dal giornalista democristiano e capo dei «nazisti» di Ordine nuovo, Pino Rauti, in concorso con l’addetto culturale aggiunto dell’ambasciata ellenica a Roma, Michele Poulantzas.
Gli «studenti» italiani, fra i quali spicca la figura di Mario Merlino, il 18 aprile si recano in visita in una caserma dell’esercito dove hanno modo di incontrare il ministro Pattakos.
Non è un viaggio «turistico», ovviamente, perché sottolinea il sostegno politico che l’estrema destra italiana (Movimento sociale italiano e organizzazioni da esso dipendenti) concede al governo greco.
In cambio, Pino Rauti, Giulio Maceratini e Romano Coltellacci chiedono ai greci denaro per la pubblicazione di articoli e opuscoli a favore del regime militare, come avrà modo di riferire puntualmente Armando Mortilla alla divisione Affari riservati il 22 aprile 1968.
All’epoca, però, Pino Rauti non è rientrato nel Movimento sociale italiano, non dovrebbe essere legittimato a rappresentare l’estrema destra italiana, compreso il partito guidato da Arturo Michelini, duramente osteggiato perché «borghese» dagli ordinovisti.
Si profila, per comprendere il rapporto fra Pino Rauti e la Giunta militare greca, non certo composta da sprovveduti, una terza dimensione nella quale opera il personaggio che è, entro certi limiti, anch’essa di pubblico dominio: quella di collaboratore dello Stato maggiore della Difesa.
Il governo italiano è ufficialmente ostile al regime militare greco perché antidemocratico come si conviene a una dittatura, ma ufficiosamente i vertici delle Forze armate italiane e gran parte dei politici democristiani, socialdemocratici, liberali e missini guardano con attenzione e interesse all’operazione attuata, senza colpo ferire e senza spargimento di sangue, dai militari greci che hanno sottratto la loro Nazione al comunismo nazionale e internazionale infliggendo una dura sconfitta all’impero sovietico.
Le esigenze della politica internazionale, però, impongono che si prendano le distanze dai «colonnelli greci» a livello governativo e statale, ufficialmente beninteso perché ufficiosamente, anzi segretamente, certi rapporti devono esserci e devono essere alimentati in maniera tale da non provocare contraccolpi negativi per lo Stato e il governo.
In un Paese come l’Italia dove la «quinta colonna sovietica» può contare sul supporto dei servizi segreti dei Paesi dell’Est europeo, primo il Kgb, ogni operazione «sporca» deve essere accuratamente studiata ed eseguita in modo tale da respingere ogni eventuale accusa.
In questa ottica, gli uomini come Pino Rauti diventano le pedine preziose del gioco.
Ponendo in ombra la figura del giornalista democristiano, si esalta quella del «nazista», capo di Ordine nuovo, di cui nessuno può meravigliarsi per l’appoggio pubblico al governo militare greco con i cui esponenti a ogni livello può intrattenere rapporti che non destano sospetti: Rauti è, difatti, un oppositore del regime, un «nazista» che dirige un’organizzazione che ha per motto quello delle Ss, «Il nostro onore si chiama fedeltà», per cui tutto ciò che dice e che fa non compromette il governo e lo Stato che sono democratici e antifascisti.
Chi potrebbe chiamare un governo democristiano a rispondere dell’operato di Pino Rauti? E chi potrebbe accusare lo stesso Stato maggiore della Difesa che si avvale della collaborazione del giornalista de Il Tempo  Pino Rauti, in quanto esperto conoscitore delle tecniche di «guerra rivoluzionaria» e «guerra non ortodossa»?
Accanto alla figura del giornalista democristiano, del «nazista» che si esalta nel ricordo delle Ss, si profila quella di un individuo che fa parte degli apparati segreti dello Stato antifascista di cui rappresenta gli interessi.
A dirlo in maniera esplicita e senza possibilità di equivoci è il direttore del Sid, ammiraglio Eugenio Henke, che il 17 dicembre 1974 con una nota inviata all’agenzia di stampa «Ansa» puntualizza di aver preso contatto con Pino Rauti, nella sua veste di responsabile del servizio segreto militare, nel mese di luglio del 1966 «per incarico dell’allora ministro della Difesa Roberto Tremelloni».
Due giorni più tardi, il 19 dicembre, il socialdemocratico Tremelloni, interrogato da Gerardo D’Ambrosio, nega la circostanza ma è una smentita che riguarda il suo personale intervento per favorire l’incontro fra Henke e Rauti, non l’appartenenza di quest’ultimo a un apparato segreto dello Stato e la sua collaborazione con il Sid.
I rapporti fra il servizio segreto militare e Ordine nuovo vengono confermati anche dal generale Gianadelio Maletti, già responsabile dell’ufficio «D» (sicurezza interna) del Sid, in un’intervista concessa al giornalista Andrea Sceresini.
Il 30 dicembre 1997, al giudice istruttore veneziano Carlo Mastelloni, il generale Vittorio Emanuele Borsi di Parma, comandante nei primi anni Sessanta del Comando della III Armata, con sede a Padova, aveva esplicitamente indicato in Ordine nuovo una struttura segretissima a disposizione delle Forze armate e collegata ai servizi segreti statunitensi:

«Sapevamo dal Sifar dell’esistenza di un’organizzazione paramilitare di estrema destra, chiamata Ordine nuovo sorretta dai servizi di sicurezza della Nato che aveva compiti di guerriglia e di informazione in caso di invasione. Si trattava di civili e militari che, all’emergenza, dovevano comunicare alla nostra Armata i movimenti del nemico. Si trattava di un’organizzazione tipicamente americana munita di armamento e di attrezzature radio».

Ordine nuovo e il suo capo, Pino Rauti, erano quindi componenti della struttura Stay-behind, la più segreta, a disposizione della Nato e sotto la diretta tutela degli americani.
Non siamo, di conseguenza, dinanzi a uno spione di mezza tacca, al contrario Pino Rauti si presenta come persona inserita ad alto livello nelle strutture spionistiche e segrete dello Stato italiano.
Individuato il reale contesto in cui si muove il modesto giornalista de Il Tempo di Roma, il «nazista» Pino Rauti, si comprende perché sia stato lui a mantenere i rapporti con la Giunta militare greca per conto di quel mondo politico e militare di cui fa parte.
Il governo militare greco, da parte sua, adotta le medesime precauzioni e affida il mantenimento dei rapporti con Pino Rauti e, più in generale con gli esponenti dell’estrema destra italiana, a un uomo che non fa parte della Giunta militare e, ufficialmente, neanche dei servizi segreti greci: Kostas Plevris.
Anche l’Italia, in quegli anni, ha il problema gravissimo della opprimente presenza del più forte Partito comunista occidentale, il nemico interno che i governi di centro-sinistra non possono e non vogliono combattere con i mezzi drastici che le Forze armate richiedono.
Gli Stati uniti e con essi la Nato non possono consentire che la politica dei governi italiani possa essere condizionata dal Partito comunista per conto dell’Unione sovietica, nel momento in cui la situazione militare nel Mediterraneo è ad altissimo rischio a causa del conflitto che contrappone l’Egitto, sostenuto militarmente dai sovietici, e Israele appoggiato dagli Stati uniti.
Il colpo di Stato militare del 21 aprile 1967 ha stabilizzato, in senso favorevole all’Alleanza atlantica, la situazione in Grecia.
Il «maggio francese», nella primavera del 1968, ha decretato la fine politica del generale Charles De Gaulle in Francia, neutralizzando un nemico degli Stati uniti e di Israele.
Nel 1969, rimane l’Italia, la portaerei geografica del Mediterraneo, da riconquistare agli interessi atlantici mettendo fuori gioco il Partito comunista con mezzi legali come si conviene a una democrazia parlamentare.
Il metodo adottato è semplice e raffinato nelle stesso tempo: lo Stato destabilizza l’ordine pubblico in modo così radicale che la popolazione saluterà con sollievo l’adozione di una misura drastica come la proclamazione dello stato di emergenza con la quale lo stesso Stato riporterà l’ordine nel Paese.
Per uno Stato che, nel corso del dopoguerra, in funzione anticomunista ha costituito strutture segrete e clandestine utilizzando personaggi come Pino Rauti che, ufficialmente, sono addirittura all’opposizione dell’intero sistema democratico e procedendo alla infiltrazione nei gruppi di estrema sinistra, «cinesi», anarchici, marxisti-leninisti coinvolgendoli in attentati e azioni violente non è difficile destabilizzare per stabilizzare.
La Giunta militare greca ha, ovviamente, l’interesse di partecipare all’operazione che, quando positivamente conclusa, le garantirà il sostegno di un governo amico al posto di quello, ora, ostile perché condizionato dal comunismo.
Le prove del coinvolgimento del governo militare greco nell’operazione in Italia del 1969 ci sono così come la certezza che di esse sono perfettamente a conoscenza in un ruolo di correità uomini politici e i vertici delle Forze armate e degli apparati di sicurezza.
Il 15 maggio 1969, il direttore dell’ufficio diplomatico del ministero degli Esteri greco, Michel Kottakis, invia all’ambasciatore ellenico in Italia, Antonio Puburas, copia di un rapporto redatto da un agente del servizio segreto greco operante in Italia.
Dopo aver raccomandato l’adozione di precauzioni «in modo da escludere che si possa individuare un legame tra l’azione dei nostri amici italiani e le autorità ufficiali elleniche», il rapporto prosegue:

«Il signor P ha avuto un incontro con i rappresentanti delle forze armate e ha lungamente analizzato le opinioni del governo ellenico sulle questioni italiane… Abbiamo poi trattato la questione dell’azione futura ed abbiamo proceduto ad una precisa ripartizione dei compiti… Per quanto riguarda i contatti con i rappresentanti dell’esercito e della gendarmeria, il signor P mi ha riferito che la maggior parte dei suoi suggerimenti sono stati accettati. Il solo punto di disaccordo riguarda la fissazione delle date precise e dell’azione…
Sono già in grado di riferire
– scrive l’estensore del rapporto – che qui l’opinione prevalente è che l’intenso sforzo d’organizzazione deve cominciare con l’esercito. Ciò risulta dall’incontro del signor P con i rappresentanti delle forze armate italiane. È stato acquisito che i metodi utilizzati dalle forze armate elleniche hanno dato risultati soddisfacenti: perciò vengono accettati come base per l’azione italiana…
Per quanto riguarda la gendarmeria italiana, il signor P mi ha detto che i suoi rappresentanti hanno studiato con grande interesse la sua proposta. Essi sono stati profondamente impressionati dalle informazioni sul ruolo assunto dalla polizia militare ellenica nella preparazione della rivoluzione. Hanno accettato unanimemente la sua opinione che in Italia soltanto la gendarmeria potrebbe assumere un analogo compito… Le azioni la cui realizzazione era prevista per epoca anteriore non hanno potuto essere realizzate prime del 20 aprile. La modifica nei nostri piani è stata necessaria per il fatto che un contrattempo ha reso difficile l’accesso al padiglione Fiat. Le due azioni hanno avuto un notevole effetto…
Per quanto riguarda la stampa non sarei troppo soddisfatto. Attualmente oltre a “Il Tempo” ho continui contatti con “Il Giornale d’Italia”. Penso di essere in grado di ottenere su questi due giornali la pubblicazione di qualunque materiale che il governo nazionale ritenesse utile
».

Se identifichiamo nel «signor P» di cui parla l’estensore del rapporto in Pino Rauti è giusto chiederci se costui avesse le possibilità di conferire su temi così delicati con i vertici delle Forze armate e dell’Arma dei carabinieri (la «gendarmeria»).
La risposta è positiva.
La figura di Rauti, difatti, è collegata a quella del generale Giuseppe Aloja, capo di Stato maggiore dell’esercito dal 10 aprile 1962, poi capo di Stato maggiore della Difesa dal 10 febbraio 1966 al 29 febbraio 1968, quando gli subentra il generale Guido Vedovato.
Con Aloja come «protettore», Pino Rauti partecipa al convegno dell’Istituto di studi militari «A. Pollio» del 3-5 maggio 1965, a Roma, dissertando sulla «guerra rivoluzionaria»; per Aloja, insieme a Guido Giannettini ed Edgardo Beltrametti, scrive il libello «Le mani rosse sulle Forze armate» per attaccare il generale Giovanni De Lorenzo che, travolto dallo scandalo delle schedature illegali del Sifar, sarà destituito dalla carica di capo di Stato maggiore dell’esercito il 14 aprile 1967, vittima dell’ira del presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat.
Nel luglio del 1966, come abbiamo visto, con Giuseppe Aloja capo di Stato maggiore della Difesa, Rauti è in diretto rapporto con il direttore del Sid, ammiraglio Eugenio Henke, mentre lo stesso Guido Giannettini sarà premiato con l’assunzione al Sid, presso la sezione «R» (spionaggio), il 18 ottobre 1966.
Dalle dichiarazioni rese dal generale Vittorio Emanuele Borsi di Parma al giudice istruttore Carlo Mastelloni, ricaviamo la certezza dell’inserimento di Pino Rauti nelle strutture clandestine dello Stato a un livello sufficientemente alto da essere accettato come interlocutore serio e affidabile delle gerarchie militari comprese quelle dell’Arma dei carabinieri.
Del resto, il generale Giuseppe Aloja, benché in congedo, nel 1969 era in piena attività come segnala una nota informativa della divisione Affari riservati del 14 ottobre 1969 che, nella parte che qui interessa, segnala che

«fonti qualificate fanno rilevare che un vero e proprio piano di emergenza sarebbe stato approvato dagli organi responsabili governativi e da quelli preposti alla sicurezza dello Stato.
Talune voci, diffusesi in questi giorni, parlerebbero di un piano da lungo tempo studiato ed al quale si starebbero dando gli ultimi ritocchi. Il piano si ispirerebbe ad organizzazioni di prevenzione e di difesa dell’ordine pubblico già sperimentate in altri paesi.
Secondo una fonte attendibile una parte di questo programma sarebbe la copia conforme di quello adottato dal Generale Ongania in Argentina.
I “Consigli” in proposito chiesti al Presidente argentino risalirebbero – sempre secondo le stesse fonti – a qualche mese fa, allorché il generale Aloja, ex Capo di Stato Maggiore generale, si recò a Buenos Aires per una serie di incontri ad alto livello
».

Possiamo escludere che i contatti in Paesi esteri «ad alto livello» il generale Giuseppe Aloja li coltivasse a titolo personale mentre è logico ritenere che fosse il portavoce e l’ambasciatore dei vertici militari italiani alla ricerca di modelli da adottare per risolvere la situazione italiana in modo conforme ai desideri della Nato, degli Stati uniti e della classe politica anticomunista, in «altri paesi» come l’Argentina e, appunto, la Grecia.
L’ex capo di Stato maggiore della Difesa era attivo anche in Italia. Lo segnala un passo dei documenti scritti da Aldo Moro e ritrovati, il 9 ottobre 1990, in via Montenevoso a Milano.
Scriveva il presidente della Democrazia cristiana:

«Quando cominciava la strategia della tensione Rumor (dopo Leone) era diventato presidente del Consiglio e Piccoli segretario, quest’ultimo in modo molto contrastato, con e per la mia decisa opposizione, a memoria 85 voti e cioè meno della maggioranza assoluta.
Invano si era presentato a me per patrocinare accordi, l’ex generale Aloia. lo fui intransigente e mi trovai in urto sia con il presidente del Consiglio sia con il segretario del Partito
».

Il ruolo svolto dal generale Giuseppe Aloja nel 1969 e nella «strategia della tensione» andrà certamente approfondito, me qui ci interessa sottolineare come Pino Rauti potesse contare in quel periodo ancora sul suo potentissimo estimatore e protettore che condivideva la necessità di «salvare lItalia» dal comunismo, costi quel che costi.
Un altro pesante indizio a favore dell’identificazione del «signor P» con Pino Rauti, si trova nel citato rapporto del 15 maggio 1969, laddove l’estensore parla delle azioni e della «modifica dei nostri piani» derivata da «un contrattempo» che «ha reso difficile l’accesso al padiglione Fiat. Le due azioni – conclude soddisfatto – hanno avuto un notevole effetto…».
Il riferimento esplicito è alle mancate stragi del 25 aprile 1969, a Milano, all’interno del padiglione della Fiat alla Fiera campionaria e all’ufficio cambi della Stazione ferroviaria.
Per i due attentati stragisti sono stati condannati Franco Freda e Giovanni Ventura, dopo che, nell’immediatezza, erano stati accusati gli anarchici, successivamente assolti dall’accusa con formula ampia.
Come abbiamo visto a redigere quel rapporto è stato un agente dei servizi segreti greci che rivendica quelle azioni che sono comprese nei «nostri piani».
Non millanta credito, perché giustamente quel «nostri» si riferisce ad azioni effettuate da persone che sono sul libro paga dello stesso servizio greco di cui egli è rappresentante in Italia.
A rivelarlo, nel corso di un’intervista pubblicata dal settimanale Panorama, sotto il titolo «Dracme per il Msi», il 13 marzo 1975, è Kostas Plevris, il quale racconta:

«Prima di tutto il Kyp creò una sezione speciale dotata di mezzi economici particolarmente consistenti e di uomini che conoscevano a fondo le cose italiane. Poi, per evitare il rischio di essere scoperti e accusati di tramare ai danni dell’Italia, i capi del Kyp mascherarono la sezione dietro la facciata innocente di una scuola guida che aveva gli uffici al centro di Atene, a pochi passi dal palazzo del governo. Infine la sezione ingaggiò direttamente dieci agenti italiani scelti fra le file dei fascisti. E io di questi agenti possiedo l’elenco completo».

Plevris rifiuta di fare i nomi, ma aggiunge:

«Posso dire soltanto che uno di essi è attualmente in prigione in Italia perché coinvolto nella strage di piazza Fontana».

È un’accusa precisa e mai smentita che chiama direttamente in causa Pino Rauti perché è lui, non altri, il punto di riferimento di Franco Freda e Giovanni Ventura in carcere, insieme a Guido Giannettini, quest’ultimo agente del Sid, per concorso nella strage di piazza Fontana.
Come riferito in una nota inviata al giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio, l’8 aprile 1975, dall’ammiraglio Mario Casardi, direttore del Sid, i greci negheranno le paternità del rapporto firmato da Kottakis, attribuendolo al giornalista britannico Leslie Finer, ma confermeranno che «il cosiddetto signor “P” s’identifica in Pino Rauti» che «nel 1968 ha visitato Corfù ed avuto contatti con elementi greci».
Nella nota, l’ammiraglio Casardi riferisce che Kostas Plevris

«aveva alloggiato, dall’8 al 10 novembre 1969, unitamente al connazionale Komes Telemaque, segretario amministrativo del movimento ateniese “IV Agosto”, e Stahopoulos Spiridion, presidente della “Lega studenti greci in Italia” (Esesi) presso l’hotel “Quattro Fontane” di Roma; non è stato possibile – mente il direttore del Sid – stabilire, a distanza di tempo, quali siano stati i contatti avuti nella circostanza».

Una nota reticente e mendace, quella inviata dall’ammiraglio Mario Casardi a Gerardo D’Ambrosio, che dall’interno del servizio segreto militare qualcuno s’incarica di denunciare attraverso il giornalista Mino Pecorelli.
Costui, difatti, sulla rivista Op, il 28 aprile 1975, scrive:

«In una cassaforte del nostro controspionaggio esisterebbe un documento comprovante che Pino Rauti ha ottenuto finanziamenti dai colonnelli greci, più precisamente dal ministro degli Interni allora in carica, ad Atene con il benestare dell’ammiraglio Henke… Il documento è di estrema gravità e, secondo nostre fonti, sarebbe stato consegnato dal governo di Caramanlis direttamente nelle mani dell’ammiraglio Casardi, il quale se lo sarebbe chiuso in un cassetto».

L’ammiraglio Eugenio Henke, come abbiamo visto, ha direttamente chiamato in correità l’ex ministro della Difesa, il socialdemocratico Roberto Tremelloni, per giustificare il suo rapporto con Pino Rauti.
Il nome dei dieci agenti italiani del servizi segreto greco non sono mai stati svelati ma rimane il fatto che, nel mese di marzo del 1972, temendo di essere abbandonati al loro destino Franco Freda e Giovanni Ventura affidano a Marco Pozzan il compito di accusare Pino Rauti di essere stato presente alla riunione svoltasi e Padova il 18 aprile 1969.
Una riunione operativa che precede, non a caso, gli attentati stragisti del 25 aprile 1969 a Milano, gli stessi riferiti come «nostri» nel rapporto Kottakis.
C’è da rilevare, e questo proposito, che il rapporto venne pubblicato il 6-7 dicembre 1969 a Londra, dal Guardian e che, se apocrifo, doveva essere stato scritto da un giornalista provvisto di doti profetiche visto che, in quel momento, gli attentati alla Fiera campionaria e alla Stazione ferroviaria di Milano erano pacificamente attribuiti agli anarchici e non ai «nazisti» del Sid Franco Freda e Giovanni Ventura, che saranno poi condannati per averli compiuti.
Non basta, perché nell’agosto del 1974, nei giorni in cui Junio Valerio Borghese faceva al democristiano Giulio Andreotti e al regime la cortesia di morire per «pancreatite» a Cadice (Spagna), Stefano Delle Chiaie si trovava ad Atene.
Nell’agosto del 1974 era in corso uno degli ultimi «golpe» italiani, quindi è lecito chiedersi perché un collaboratore di Borghese si trovasse in Grecia in quel momento, specie se consideriamo che il regime militare greco era caduto da più di un mese.
La risposta è semplice: i regimi passano ma i servizi segreti restano.
L’intervento dei servizi segreti greci in Italia non deriva solamente dalle esigenze politiche della Giunta militare che ha tutto l’interesse di partecipare a un’operazione in Italia che, quando positivamente conclusa, avrebbe trasformato il governo italiano da avversario in amico, ma dalla necessità di controllare l’opposizione interna che trovava nei gruppi dell’estrema sinistra italiana, particolarmente in quelli anarchici, sostegni non solo politici ma anche logistici, in grado per esempio di garantire l’afflusso di armi e di esplosivi ai suoi militanti.
Non sorprende, pertanto, che Giuseppe Pinelli, responsabile del circolo anarchico milanese «Il Ponte della Ghisolfa» risultasse agli organi di polizia impegnato a sostenere la resistenza greca alla Giunta militare.
In un rapporto del 13 gennaio 1970, il capo dell’ufficio politico della Questura milanese, Antonino Allegra, scrive:

«Si ritiene doveroso segnalare che, secondo notizie fiduciarie, acquisite da questo ufficio, nei primi giorni di ottobre il Pinelli avrebbe ricevuto del materiale esplosivo dall’estero, che avrebbe dovuto essere inviato in Grecia passando per Roma».

La conferma giunge da una lettera riservata che il questore di Milano, Marcello Guida, invia al ministero degli Interni il 17 gennaio 1970, dove riferisce che il confidente spedito a Parigi per indagare sui rapporti internazionali di Giuseppe Pinelli ha riferito che quest’ultimo era impegnato in un traffico di esplosivi che da Parigi – attraverso Milano, Roma, Tirana – sarebbe dovuto giungere alla resistenza greca.
Il sostegno che la sinistra italiana dava alla resistenza greca contro il regime militare non era solo politico, morale, propagandistico e logistico.
Pochi ricordano che la prima ragazza italiana a morire agli inizi degli anni che saranno poi definiti di «piombo», fu Maria Elena Angeloni che, il 2 settembre 1970, insieme al greco cipriota Giorgio Christou Tsikouris, depose un ordigno dinanzi alla sede dell’ambasciata americana di Atene, che esplose anticipatamente uccidendo entrambi.
L’episodio dimostra, in modo concreto, che l’esigenza dei servizi segreti greci di avere una rete di informatori in Italia in grado di controllare la rete di resistenza greca tramite l’infiltrazione nei gruppi anarchici e di estrema sinistra che la sostenevano, era ampiamente giustificata.
Il governo militare greco era motivato, pertanto, da esigenze sia politiche che poliziesche nella creazione di una rete di agenti italiani che, debitamente pagati, lavorassero nel suo interesse.
L’ombra della Grecia si proietta, di conseguenza, sugli eventi italiani a partire dal 21 aprile 1967 fino all’estate del 1974, compreso l’eccidio di piazza Fontana del 12 dicembre 1969.
E non si rileva la presenza del solo Pino Rauti, perché i rapporti con la Giunta militare greca erano mantenuti anche dal segretario nazionale del Movimento sociale italiano Giorgio Almirante.
Rapporti ottimi e proficui, come riferisce nell’intervista citata Kostas Plevris, che ricorda i nomi dei dirigenti missini che si recavano ad Atene, fra i quali spiccano quelli di Giulio Caradonna, Franco Maria Servello, Massimo Anderson, Pino Romualdi, Pietro Cerullo, tutti provvisti di lettere di presentazione firmate personalmente da Giorgio Almirante, tutti richiedenti «aiuti economici ed armi».
Plevris afferma che l’influenza del Msi sulla Giunta militare greca era tale che fu proprio su richiesta dei vertici del partito, che non avevano gradito quanto aveva dichiarato in un’intervista concessa al settimanale Il Borghese, che egli venne sollevato dall’incarico di mantenere i rapporti con gli italiani affidati, da quel momento, al solo servizio segreto greco.
Non aveva doti profetiche, quindi, il rappresentante ellenico che, il 12 dicembre 1969, a Parigi, nel corso della riunione del Consiglio d’Europa chiamato a decidere sull’espulsione o meno della Grecia, ha potuto affermare:

«Stiano attenti. Stiano attenti perché la democrazia è in pericolo nei loro Paesi. Si mettano all’altezza delle circostanze e affrontino quello che deve essere affrontato… la nuova forza sovversiva: l’anarchia». 

Poche ore più tardi, in Italia, a Milano e a Roma, gli «anarchici» colpiscono la Banca nazionale dell’Agricoltura, la Banca nazionale del lavoro e l’Altare della patria.
A salire sul banco degli imputati, però, per quelle bombe e per quella strage, non saranno gli anarchici ma i neofascisti di servizio segreto italiano e greco, fra i quali gli immancabili Franco Freda e Giovanni Ventura.
Chi volesse attribuire alla Giunta militare greca il ruolo esclusivo di mandante di quegli attentati si sbaglierebbe perché questa ha concorso a un’operazione politico-militare che non è stata ideata ad Atene ma a Washington, Bruxelles e Roma.
Una realtà che i vertici del Partito comunista italiano ben conoscono tanto che, come ha ricordato Tullio Ancora stretto collaboratore di Aldo Moro, nel corso della sua audizione dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi, il 10 febbraio 1999, poche ore dopo la strage di piazza Fontana lo fanno contattare da Luciano Barca il quale gli dice:

«C’è da temere che venga qualcosa da destra, quindi prenda delle cautele… cambi rotta».

Il suggerimento esplicito era rivolto ad Aldo Moro perché prendesse delle cautele prima di rientrare in Italia dopo aver partecipato alla riunione del Consiglio d’Europa.
Alla domanda del presidente della Commissione, Giovanni Pellegrino, se il senso dell’avvertimento «era che ci fosse il timore di una sovversione istituzionale», Tullio Ancora risponde senza esitazioni:

«Certo».

Un’operazione politico-militare di respiro internazionale di cui è ben consapevole lo stesso Aldo Moro che, riferendosi alla strage di piazza Fontana, in un memoriale scritto mentre era prigioniero delle Brigate rosse ha affermato:

«É mia convinzione però, anche se non posso portare il suffragio di alcuna prova, che l’interesse e l’intervento fossero più esteri che nazionali. Il che naturalmente non vuol dire che anche italiani non possano essere implicati».

E se richiamiamo le dichiarazioni di Paolo Emilio Taviani e Francesco Cossiga sul ruolo rivestito dai servizi segreti americani negli eventi del 12 dicembre 1969, possiamo convenire che i vertici della Democrazia cristiana hanno maturato i loro convincimenti su elementi di conoscenza ben più solidi di quelli di Gerardo D’Ambrosio che sulla «cellula nera» padovana ha costruito la sua immeritata fama di «scopritore» della verità sulla strage di piazza Fontana.
A favore della «pista internazionale», inoltre, la prova clamorosa, ma mai presa in considerazione da storici e magistrati, del tentativo britannico di bloccare quanto stava accadendo in Italia.
È sul britannico Guardian che, il 6-7 dicembre 1969, viene pubblicato il testo del «Rapporto Kottakis», e sull’Observer che si denuncia l’esistenza in Italia di una «strategia della tensione» e si chiamano in causa i vertici dello Stato italiano, e ancora su un altro giornale inglese, lo Scotsman di Edimburgo che, il 13 dicembre 1969 i servizi segreti britannici fanno pubblicare la notizia che la strage di piazza Fontana è, in realtà, collegata alla manifestazione indetta dal Movimento sociale italiano a Roma per il giorno successivo, 14 dicembre.
Notizia la cui pubblicazione può aver influito sulla decisione del presidente del Consiglio, Mariano Rumor, di sospendere tutte le manifestazioni previste per la data del 14 dicembre 1969.
Si è discusso sulle ragioni che possono aver determinato il fallimento dell’operazione che doveva concludersi con la proclamazione dello stato di emergenza, ed è venuto il momento di prendere in considerazione anche l’atteggiamento contrario e ostile della Gran Bretagna sul cui peso politico in campo internazionale, europeo e mondiale, non riteniamo di doverci soffermare.
Dalle nebbie che ancora avvolgono un capitolo tragico della nostra storia, per il momento emergono i responsabili della menzogna rifilata al popolo italiano sulle «cellule nere» e i complotti piduisti, seduti uno accanto all’altro nelle aule parlamentari senza imbarazzo né vergogna.
Così, in Senato, accanto all’ex giudice Gerardo D’Ambrosio siede Cristiano De Eccher, accusato da Salvatore Francia di aver nascosto una parte dei timer acquistati da Franco Freda; e insieme al piduista Fabrizio Cicchitto, spicca giulivo e contento, l’anti-piduista Felice Casson.
Una classe politica e una casta giudiziaria che si ritrovano fianco a fianco nelle aule parlamentari con la sicumera di essere intoccabili e impunibili, avvolti nelle nebbie della menzogna e della disinformazione.
Ma se una folata di vento disperdesse le nebbie…

Opera, 15 maggio 2012

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