Il Modello Friulano

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di Vincenzo Vinciguerra

Il 2 maggio 1945 quando, a Caserta, i rappresentanti tedeschi formalizzano la resa delle loro armate in Italia, già effettiva dal 27 aprile, non esistono due Italie: la prima, repubblicana, che ha perduto la guerra con i tedeschi; la seconda, monarchica, che l’ha vinta con gli alleati.
Ne esiste una sola: quella che materialmente distrutta è sotto il controllo dei vincitori anglo-sassoni e sulla quale grava l’ombra della Grecia, dove è in corso una guerra civile che contrappone comunisti e anticomunisti sostenuti, questi ultimi, dalle truppe britanniche.
In Italia il pericolo di una guerra civile che contrapponga comunisti e anticomunisti è potenzialmente reale solo nel centro-nord, dove le formazioni militari del Pci sono forti e ben armate in grado di ricevere sostegno in uomini e armi dalla Jugoslavia di Tito.

Ma il maresciallo Josip Broz, «Tito», e il segretario nazionale del Pci, Palmiro Togliatti, non sono autonomi nelle loro decisioni perché l’unico in grado di autorizzare un’azione militare in Italia, appoggiata dalle armate jugoslave, è Josip Stalin.
E il capo indiscusso dell’Unione sovietica e del comunismo internazionale ha già firmato, in segreto, quei patti di Jalta che gli garantiscono il controllo dei Paesi dell’Europa orientale lasciando quelli dell’Europa occidentale, fra i quali l’Italia e la Grecia, sotto il controllo delle democrazie anglo-sassoni.
In realtà, Tito non vuole sostenere una rivoluzione comunista in Italia perché le sue mire sono circoscritte al possesso di Trieste e Gorizia ritenute parte integrante del territorio della nuova Jugoslavia.
La minaccia militare jugoslava è valutata con serietà dalla Gran Bretagna che non si fida del maresciallo Josip Broz, divenuto da alleato fidato nemico ideologico, e predispone piani militari (operazione Faggot) per farvi fronte utilizzando l’VIII Armata e le divisioni polacche ancora stanziate in Italia.
In un documento del 16 aprile 1946, inviato dal generale Duff al quartiere generale di Caserta, si fissa per il 1° giugno 1946 l’inizio delle ostilità.
Il 22 aprile 1946, Tito sollecita, nel corso di un colloquio con l’ambasciatore sovietico a Belgrado, Lavrentiev, il sostegno sovietico alle sue rivendicazioni territoriali nella Venezia Giulia.
Ancora il 3 maggio 1946, il comando supremo alleato a Caserta considera la possibilità di un’«aggressione jugoslava» condotta da almeno 50 mila soldati stanziati nella zona B, e dispone che si debbano «mantenere ad ogni costo le aree vitali di Trieste, Gorizia e Udine».
In realtà, le paure alleate sono amplificate dall’approssimarsi delle elezioni referendarie in Italia, fissate per il 2 giugno, che, se daranno la vittoria alla Monarchia, potranno provocare la reazione armata dei comunisti italiani, dando a Tito il pretesto per intervenire in loro aiuto.
Il 2 giugno 1946 vince la Repubblica, e due giorni dopo da Trieste il generale William Morgan scrive in un dispaccio che «tutto indica che, al momento, sia in corso soltanto una guerra di nervi. Di conseguenza, reputo improbabile un colpo di mano jugoslavo».
Il 7 giugno, lo stesso generale Morgan informa il Comando supremo alleato che a Trieste la «tensione continua a crescere: ho quindi ordinato alla Sesta divisione di posizionarsi a ovest del fiume Isonzo».
Ma, lo stesso giorno, a Londra, nel corso di una riunione relativa all’operazione Kipper, che ha sostituito l’operazione Faggot, si conclude che un colpo di mano jugoslavo «è più una possibilità che una probabilità».
Non accadrà nulla.
Josip Stalin ha negato al maresciallo Tito l’appoggio necessario per un’azione di forza sul confine orientale, come appare evidente dopo la visita ufficiale che il premier jugoslavo fa a Mosca l’11 giugno 1946.
Come scrive l’ambasciatore britannico a Belgrado, il 18 giugno 1946,

 «l’Urss spera di riguadagnare la fiducia dell’Italia sostenendo le richieste jugoslave in una certa fase delle trattative, e quelle di Roma in un momento successivo. Mosca non si cura degli effetti di questo doppio gioco sulla Jugoslavia, che è già un paese a influenza sovietica. Al contrario, l’Italia è fuori dal blocco russo e assume quindi, sul lungo periodo, un’importanza maggiore per le mire moscovite».

La sorte della Venezia Giulia, il destino di Trieste e Gorizia si decidono a Washington, Londra e Mosca, non a Roma e Belgrado. Il governo italiano non ha alcuna voce in capitolo.
Nel dispaccio del 7 giugno 1945, il generale William Morgan esprime parere contrario alla possibilità di richiedere al presidente del Consiglio Alcide De Gasperi l’intervento dell’esercito italiano a sostegno degli alleati nella Venezia Giulia, e sottolinea che, «in ogni modo il Foreign office e il Dipartimento di stato americano ci sconsigliano di affrontare il tema con il capo del governo».
La difesa dell’italianità di Trieste e Gorizia è affidata ai governi e alle armate alleate, non agli italiani che nulla potrebbero fare contro le armate jugoslave.
Ma il governo presieduto da Alcide De Gasperi, benché consapevole della sua impotenza, si preoccupa di mantenere sotto controllo la situazione interna nel caso che il Partito comunista dia inizio alla temutissima rivoluzione.
Così, se in Sicilia la difesa della «civiltà cristiana» è appaltata alla mafia e alla banda di Salvatore Giuliano, in Friuli Venezia Giulia questa è delegata alle formazioni paramilitari che non hanno alcun valore bellico ma possono svolgere egregiamente funzioni di polizia interna e di controllo del territorio.
A Gorizia, l’11 dicembre 1945, è costituita l’Associazione partigiani d’Italia (Api), a cura del capitano Primo Cresta in concorso con Candido Grassi comandante della divisione «Osoppo-Friuli».
L’associazione è dotata di una doppia struttura, quella pubblica e ufficiale e una seconda clandestina e militare.
È solo l’inizio.

Via via, vengono costituiti il «Movimento tricolore», i «Fratelli d’Italia», costituito con gli organici di cinque battaglioni della divisione partigiana «Osoppo-Friuli», come recita la nota informativa trasmessa dal comandante generale dell’Arma dei carabinieri, Brunetto Brunetti, al presidente del Consiglio Alcide De Gasperi il 28 aprile 1946.

L’11 giugno 1946, a Gorizia, è costituito il «Gruppo Brigate Venezia Giulia», collegato con i servizi segreti militari italiani, che si propone di rappresentare «la riunione di uomini di pura fede italiana che intendono agire in difesa del territorio della Venezia Giulia».

Infine, lo Stato maggiore dell’Esercito crea il 3° Corpo volontari della libertà che rappresenta un organismo paramilitare semi ufficiale.
Come abbiamo visto la «difesa del territorio della Venezia Giulia» riposa sui cannoni e sui carri armati dell’VllI Armata britannica, così che la «riunione di uomini di pura fede italiana» è solo il pretesto per creare una forza di polizia ausiliaria con compiti informativi e repressivi interni nella quale far confluire sia ex partigiani «bianchi» sia ex aderenti alla Repubblica sociale italiana.
Nel Friuli Venezia Giulia si anticipa quello che si cerca di costituire sul piano nazionale: la riunificazione sotto un’unica bandiera nazionale di quanti, nel corso della guerra civile, hanno combattuto su fronti contrapposti.
Ai reduci della Rsi si offre l’opportunità di reinserirsi nella vita politica e sociale del Paese a patto di essere anticomunisti e di sostenere che hanno combattuto per la Repubblica, non per il fascismo e Mussolini, ma solo per difendere l’«onore d’Italia».
L’amor di Patria, per quanto erroneamente interpretato secondo il punto di vista dei vincitori, merita comunque rispetto e consente la riabilitazione dei vinti purché disponibili ora a combattere contro il comunismo.
Il modello friulano che abbiamo già visto operante di fatto nel corso della guerra, ora viene ufficialmente proposto con la confluenza di uomini di entrambi gli schieramenti in organizzazioni paramilitari la cui esistenza è giustificata dalla difesa del confine orientale.
L’esperienza fatta già durante il conflitto civile e nel periodo successivo in Friuli Venezia Giulia è posta alla base per la costituzione di altri gruppi politici sul territorio nazionale, tutti impegnati a porre l’accento sull’«italianità» come motivazione unica e sola dell’adesione alla Rsi, che diviene il comune denominatore con quanti hanno aderito al Regno del sud e hanno combattuto nella formazioni partigiane autonome, monarchiche, democristiane e liberali, con la sola perentoria esclusione dei comunisti.
È un fronte unico che si costituisce in funzione anticomunista, in modo inavvertito dall’opinione pubblica, che scambia il Movimento sociale italiano, fondato ufficialmente il 26 dicembre 1946, come espressione dei reduci della Rsi quando, viceversa, lo è dei servizi segreti italiani, americani, del Vaticano, Democrazia cristiana e Confindustria.
A dare un contributo determinante alla sua fondazione ci saranno, non a caso, gli uomini della divisione di fanteria di Marina «Decima» del principe Junio Valerio Borghese che, in Friuli e nella Venezia Giulia, sono stati all’avanguardia nella ricerca dei rapporti con i partigiani della «Osoppo» in nome dell’italianità.
Le formazioni paramilitari e il 3° Cvl saranno, poi, il modello sul quale si fonderà la struttura segretissima «Gladio» nella quale confluiranno numerosi dei loro aderenti, provenienti sia dalle file partigiane che da quelle dei reduci della Rsi.
Dal Friuli Venezia Giulia vengono, quindi, i «modelli» politici e paramilitari che saranno la costante dell’Italia repubblicana, e che rappresenteranno le cellule di quel cancro filo-americano e anti-italiano che ci condurrà alla guerra civile degli anni Settanta.

Opera, 12 agosto 2012

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