I “Gladiatori”

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di Vincenzo Vinciguerra

C’è poco da vantarsi. I gladiatori, a Roma, erano schiavi che combattevano per il diletto dei padroni, così che duemila anni dopo i nuovi gladiatori italici hanno combattuto una guerra segreta per gli interessi dei nuovi dominatori di Washington, la «terza Roma».
Forse, il senso della dignità nazionale avrebbe potuto suggerire un altro termine, ma in un’epoca in cui la classe dirigente italiana riteneva di dover fare la «politica dell’America per l’America», rammentare anche nel nome lo stato di servaggio è un atto di sincerità.
«Gladio», la struttura supersegreta delle Forze armate italiane, nasce ufficialmente nel 1956 non per fare fronte a un’invasione sovietica dell’Italia, ritenuta altamente improbabile, ma per contrastare il Partito comunista italiano.

I «gladiatori» sono concentrati, per di più, nel nord-est, cioè in Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige.
Non sono chiamati a difendere il territorio nazionale da un attacco delle armate jugoslave, supportate dall’Armata rossa, ma, al contrario, devono sostenere le Forze armate italiane e Nato nella difesa della Jugoslavia di Tito nel caso che questa venisse invasa dalle truppe sovietiche.
La Jugoslavia, difatti, ha rotto i rapporti con l’Unione sovietica già nel marzo del 1948, con il ritiro, il 18 di quello stesso mese, dei consiglieri militari e civili sovietici, così che si congelano anche i rapporti fra Belgrado e il vertice del Partito comunista italiano guidato da Palmiro Togliatti, fedelissimo di Josip Stalin.
La paventata insurrezione militare social-comunista, sostenuta dalle truppe jugoslave, è frutto dell’interessata fantasia della propaganda anticomunista, tanto più che il 26 marzo 1948 il ministro degli Esteri sovietico, Mikhailovic Molotov, tramite l’ambasciatore in Italia, Mikhail Kostylev, comunica a Togliatti il divieto del comitato centrale del Pcus di iniziare un’insurrezione armata in Italia.
Il 16 aprile 1948, quando mille uomini del 3° Cvl si schierano, in forma occulta, lungo il confine orientale sprecano tempo e fatica perché il maresciallo Josip Broz il proprio esercito lo tiene in allerta per timore dell’Unione sovietica, non per invadere il nord Italia.
Dal 1948 al 1955, quando si ristabiliranno i rapporti fra Belgrado e Mosca, la polizia segreta jugoslava reprime con estrema durezza i comunisti italiani che, infiltrati in Jugoslavia, sostengono la politica sovietica contro Tito.
Negli stessi anni, Stati Uniti, Gran Bretagna e Nato firmano con il maresciallo Tito gli accordi che garantiscono la difesa della Jugoslavia in caso di attacco militare sovietico e che contribuiscono, in modo determinante, alla soluzione del problema di Trieste e al suo ritorno alla piena sovranità italiana.
Quando, nel mese di novembre del 1956, viene sancita ufficialmente la nascita della struttura segretissima delle Forze armate, nella quale confluiscono in gran numero gli ex appartenenti al 3° Cvl, poi denominato organizzazione «O», infine disciolto nel 1950, la minaccia esterna rappresentata dalla Jugoslavia è semplicemente inesistente.
Certo, il confine orientale è zona «calda» perché alla frontiera con la «cortina di ferro», soggetta a infiltrazioni ed esfiltrazioni da parte di spie sovietiche e di nemici di Tito, gli ustascia croati, buona parte dei quali schierati con Mosca contro il regime ai Belgrado.
Il controllo del territorio, esercitato in modo occulto, è considerato dai vertici militari una necessità per la quale impiegare uomini radicati in esso e opportunamente addestrati.
Il Friuli Venezia Giulia non è la Sicilia o la Calabria, dove mafia e ‘ndrangheta fanno da polizia politica e ausiliaria del regime democristiano, quindi una struttura segreta che controlli la frontiera e, soprattutto, i militanti del Pci è creata traendo gli elementi destinati a comporla dai partigiani «bianchi» della Osoppo e dai reduci della Rsi che, per opportunismo, hanno scoperto di essere italiani e non fascisti.
La struttura, in Friuli, ha compiti informativi e spionistici non ancora confessabili da parte dei comandanti di «Gladio» che oggi rivendicano il ruolo di difensori di un’italianità che mai è stata minacciata, e decorazioni al valore per gesta che per primi preferiscono non raccontare.
Nel corso dell’esercitazione denominata «operazione Delfino», nel mese di aprile del 1966, i «gladiatori» friulani prevedono anche l’attacco a una sede del Pci, considerata obiettivo nemico.
In poche parole: «combattono» contro altri italiani di diversa ideologia.
Sono i «gladiatori» di una guerra civile che non deve difendere l’Italia ma gli interessi della potenza egemone e il potere degli anticomunisti al suo servizio.
A distanza di 40 anni, nessuno osa raccontare la verità sul Nasco di Duino Aurisina, deposito di armi e di esplosivi, per operazioni segretissime, da compiere oltre confine e nella disponibilità di italiani alle dirette dipendenze dei servizi segreti americani.
Italiani fra i quali, certamente, vi erano militanti di Ordine nuovo di Trieste, arruolati da Pino Rauti, per i quali l’appartenenza a una formazione politica di opposizione al sistema parlamentare era la miglior copertura del servizio che svolgevano per lo Stato e i suoi alleati. 
Ancora una volta, quindi, il Friuli anticipa quello che accadrà sull’intero territorio nazionale, quando la struttura «Gladio» si allargherà ad altre regioni inglobando altri elementi per le medesime finalità che, per prime, si sono evidenziate nella regione: partecipare alla guerra politica che ha come unico obiettivo quello di impedire al Pci la conquista, per via elettorale, della maggioranza politica e, di conseguenza, la possibilità di formare un governo e di entrare a farne parte.
Terra di frontiera insanguinata, il Friuli Venezia Giulia segna il passaggio da una guerra civile fra comunisti e anticomunisti, con la formazione di un fronte comune nel quale si schierano fascisti, partigiani bianchi e, perfino, tedeschi, per poi proseguire nel rafforzare questo schieramento nel dopoguerra con le formazioni paramilitari, prima il 3° Cvl e l’organizzazione «O» e, infine, «Gladio» e i «gladiatori».
Un capitolo a parte lo dedicheremo a Trieste, città nella quale, per la prima volta, gli uomini del Movimento sociale italiano, alcuni dei quali destinati a ricoprire un ruolo tragico nelle vicende italiane degli anni Sessanta e Settanta, riusciranno a ottenere successo e meriti politici con la esasperata ricerca dei morti a ogni costo.
Trieste, nelle cui strade sarà inutilmente versato sangue italiano, perché è sul sangue che l’anticomunismo intende basare le sue vittorie.
E in questa guerra sordida, ma ancora oggi disperatamente negata, i «gladiatori» hanno il ruolo che il loro nome suggerisce: quello di chi ha combattuto perché l’Italia finisse per perdere per sempre sovranità e dignità nazionali, nel ruolo dei gregari dell’impero americano.

Opera, 24 agosto 2012

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