La Piazza e il Sangue

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di Vincenzo Vinciguerra

Ancora oggi il problema di Trieste nel dopoguerra è presentato come derivante dalla pretesa della Jugoslavia comunista di impadronirsi della città e della sua provincia.
In effetti, il maresciallo Josip Broz, «Tito», coltivò questa ambizione almeno fino alla rottura dei rapporti con l’Unione sovietica, avvenuta nella primavera del 1948.
Negli anni successivi, Tito cercò di ottenere non più il possesso della città ma la sua internazionalizzazione, con l’intento reale di definire la spartizione fra la zona B, assegnata alla Jugoslavia, e quella A amministrata dal Governo militare alleato ma destinata all’Italia.
Trieste divenne, quindi, la pedina di un gioco internazionale che vedeva gli alleati impegnati a sostenere i governi anticomunisti italiani per i quali il ritorno della città all’Italia era questione di prestigio e di rafforzamento della loro leadership interna, e contestualmente a sostenere politicamente e militarmente il maresciallo Tito in funzione antisovietica, il cui prestigio, di conseguenza, non poteva essere compromesso senza provocare gravi ripercussioni interne spegnendo bruscamente le speranze jugoslave su Trieste.

Per considerazioni di carattere politico e militare, gli alleati avevano già deciso che Trieste tornasse sotto la sovranità italiana, ma questo doveva avvenire senza ledere i loro interessi sia in Italia che in Jugoslavia.
Serviva mediare fra i due Paesi per trovare il momento idoneo per consentire la restituzione di Trieste all’amministrazione italiana salvaguardando il prestito del maresciallo Tito e del suo governo.
Per il governo italiano presieduto da Alcide De Gasperi, prima, e dal suo successore, Giuseppe Pella, dopo, il ritorno di Trieste all’Italia rappresentava un successo che bisognava conseguire forzando i tempi.
Il 1953 è l’anno decisivo, quello in cui la Democrazia cristiana cerca di riguadagnare il terreno perduto per l’inettitudine dei suoi dirigenti dal 18 aprile 1946, con il varo della legge-truffa che consentirà al partito che vincerà le elezioni con il 50 per cento più uno dei voti di ottenere in Parlamento la maggioranza assoluta.
Le elezioni vengono fissate per la data del 7 giugno 1953, e il ritorno di Trieste all’Italia rappresenterebbe per il governo di Alcide De Gasperi una vittoria prestigiosa, suscettibile di favorire la Democrazia cristiana e di farle conseguire quella vittoria elettorale decisiva che le consentirebbe di ottenere un potere pressoché assoluto e incontrastato.
Serve, quindi, esasperare la situazione a Trieste come mezzo di pressione sulla Gran Bretagna e gli alleati.
Per assolvere questo compito, il governo di Alcide De Gasperi sa di poter contare su quello che abbiamo definito il «polo occulto» della politica italiana, il Movimento sociale italiano, che ufficialmente contesta la politica della Democrazia cristiana e, ufficiosamente, ne è al servizio.
L’8 marzo 1953, a Trieste, il segretario nazionale del Movimento sociale italiano, Augusto De Marsanich, parla al Politeama Rossetti dinanzi a un pubblico di non più di duemila persone.
Al termine del comizio, secondo un copione che qui viene recitato per la prima volta, alcune centinaia di missini si dirigono in corteo verso la sede del Fronte indipendentista, dinanzi alla quale sono lanciate alcune bombe a mano che, però, per imperizia o per casualità esplodono fra gli stessi missini ferendone una ventina, fra i quali Fabio De Felice, padovano, e Raimondo Meloni di Verona, il primo dei quali perderà un piede.
Venti anni più tardi, il 12 aprile 1973, questa volta a Milano, il Movimento sociale italiano organizzerà una manifestazione nazionale, vietata per motivi di ordine pubblico dalla polizia, che si concluderà con lo scontato corteo dei giovani attivisti alcuni dei quali scaglieranno bombe a mano contro un cordone di agenti di polizia, uno dei quali, Antonio Marino, colpito in pieno petto, resterà ucciso.
Al posto di Augusto De Marsanich, ci saranno Franco Maria Servello, Francesco Franco detto «Ciccio», e Ignazio La Russa: la piazza è la Milano degli anni Settanta, le bombe a mano vengono però da Roma dove Fabio De Felice e il fratello Alfredo svolgono un ruolo decisivo e ancora non illuminato nei tragici fatti di quegli anni.
La piazza e il sangue, due elementi che saranno sempre presenti nella torbida politica del Movimento sociale italiano per l’intero dopoguerra.
Non servivano morti per risolvere il problema di Trieste.
Il 9 marzo 1953, l’ambasciatore britannico a Washington, Roger Makins, invia al Foreign office un rapporto nel quale riferisce che

«il segretario di Stato americano è convinto che sia possibile risolvere il problema di Trieste in appena sei mesi, un fatto che avrà effetti positivi sulla situazione militare: occorre infatti superare i contrasti italo-jugoslavi per giungere ad un accordo sulla difesa dell’intera area».

Nel mese di agosto del 1953, il presidente del Consiglio Giuseppe Pella dà vita a una sceneggiata con l’invio di truppe al confine orientale come monito alla Jugoslavia e, contestualmente, dispone l’invio di armi ai «patrioti» italiani a Trieste perché concorrano all’eventuale difesa della città, disponendo anche l’invio in città di Enrico Martini Mauri, partigiano bianco, fra i capi delle formazioni paramilitari nel dopoguerra.
Questa volta, però, Trieste non può essere utilizzata contro i comunisti italiani perché, il 21 ottobre 1953, l’esponente comunista triestino Vittorio Vidali con una dichiarazione pubblica afferma che, se gli jugoslavi avessero occupato la città, «i comunisti avrebbero combattuto contro di loro».
Il frenetico attivismo del governo di Giuseppe Pella non serve.
L’11 settembre 1953, il segretario di Stato americano, John Foster Dulles, scrive al suo ambasciatore a Londra:

«Siamo convinti che le nostre relazioni militari con la Jugoslavia sono arrivate al punto che, per consentire ulteriori programmi nella pianificazione e programmazione, è imperativo che la situazione di Trieste sia stabilizzata».

Bisogna solo attendere.
L’8 ottobre 1953, le potenze anglosassoni diramano una nota ufficiale:

«I governi di Stati Uniti e Gran Bretagna hanno deciso di porre fine al Gma, di ritirare le loro truppe e di cedere l’amministrazione della Zona A al governo italiano».

Il 4 novembre 1953, il presidente del Consiglio Giuseppe Pella parla a Redipuglia dove afferma che «per Trieste buona guardia. Nessuno deve dubitare della fermezza con cui il governo compirà il proprio dovere».
Lo stesso giorno, a Trieste, si verificano i primi, violenti incidenti fra giovani che manifestano per il ritorno della città all’Italia e la polizia civile.
Il 5 e il 6 novembre il sangue corre copioso nella strade del capoluogo giuliano: sotto i colpi della polizia civile cadono Pietro Addobbati, sedicenne, e Antonio Zavadil, il 5; Saverio Montano, Erminio Bassa, Francesco Paglia e il quindicenne Leonardo Manzi, il giorno successivo.
I feriti sono centinaia sia fra i manifestanti che fra la polizia civile.
Nessuna giustificazione per gli agenti della polizia civile che hanno aperto il fuoco sulla folla perché, come dirà il 13 novembre 1953 monsignor Angelo Dell’Acqua all’ambasciatore britannico in Vaticano, con perfidia curiale, «ho sentito dire che la polizia avrebbe potuto sparare in aria invece che sulla folla».
Lo scopo degli incidenti, con la ricerca dei morti a ogni costo, è però lucidamente indicato dal governatore militare britannico, Thomas Willoughby Winterton, che in una relazione inviata al Comando alleato il 6 novembre 1953, scrive:

«Ormai è palese che l’obiettivo immediato consiste nell’assumere il controllo della polizia, affidandone il comando ai funzionari italiani del Gma. Gli italiani tentano così di forzare l’attuazione degli accordi dell’8 ottobre senza dover mettere in campo il loro esercito».

Se la mente è il governo italiano presieduto da Giuseppe Pella, il braccio è il solito, il Movimento sociale italiano.
Lo riferisce l’Intelligence service che, in un rapporto del 9 novembre 1953, scrive:

«Abbiamo accertato che i disordini del 4, 5 e 6 novembre sono stati organizzati dall’Msi, con l’aiuto di elementi criminali locali e di militanti missini provenienti dal territorio italiano».

L’accusa sarà ribadita anche nei rapporti della polizia triestina redatti nei giorni successivi.
La politica del sangue attuata a Trieste, ha avuto come protagonisti personaggi che ritroveremo nelle pagine oscure e tragiche degli anni Settanta.
Giuseppe Pella sarà indicato da Remo Orlandini, braccio destro di Junio Valerio Borghese, come «simpatizzante» del Fronte nazionale; Enrico Martini Mauri sarà a fianco di Edgardo Sogno impegnato a salvare l’Italia dal comunismo; i fratelli Fabio e Alfredo De Felice, noti come i «fratelli Karamazov» entreranno, per uscirne singolarmente indenni, in quasi tutte le trame degli anni Settanta, inclusi episodi di strage.
Il Friuli Venezia Giulia si palesa, in modo chiaro, come il laboratorio in cui sono state sperimentate le politiche seguite negli anni successivi, sull’intero territorio nazionale, con la saldatura fra fascisti e partigiani anticomunisti, la nascita e lo sviluppo delle formazioni paramilitari fino alla costituzione della struttura denominata «Gladio», l’uso della piazza e la ricerca del sangue per fini che non erano nazionali né nazionalistici, ma rispondevano solo a logiche di potere e utilizzando come strumento quell’estrema destra che sotto i simboli esteriori del fascismo ha rappresentato, anche nella regione di confine, il braccio armato e clandestino del potere anticomunista italiano e statunitense.
La storia d’Italia nel secondo dopoguerra si può riscrivere iniziando da Trieste, Gorizia, Udine, dalle montagne della Carnia e dall’altopiano carsico che non nascondono solo le foibe e i crimini del comunismo italiano e jugoslavo ma anche quelli dell’anticomunismo cattolico, liberale, neofascista, italiano e atlantico.
Si può scrivere la vera storia del nostro Paese iniziando dal confine orientale.
Si può e si deve.

Opera, 11 settembre 2012

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