Un vuoto da colmare

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di Vincenzo Vinciguerra

Perché in questo Paese non si riesce a ottenere la verità sulla sua storia?
La domanda può sembrare retorica perché la risposta appare altrettanto scontata: i poteri occulti, le collusioni fra «terroristi neri» e servizi segreti «deviati», la massoneria «deviata», la magistratura iper-garantista, la politica complice, ecc. ecc.
Non è così semplice, perché la realtà esige che ci siano settori dello Stato che non sono mai finiti, se non sporadicamente e per timide critiche, primo l’ordine giudiziario con i magistrati inquirenti e giudicanti, i Tribunali di sorveglianza, l’amministrazione penitenziaria, nell’attenzione degli storici, quei pochi seri, che operano in Italia.

Prendiamo, a esempio, la vicenda di Corrado Carnevale, «l’ammazzasentenze», presidente della Prima sezione penale della Corte di cassazione. Le sue sentenze di annullamento dei processi di mafia sono state, giustamente, passate al setaccio ponendo in evidenza l’oggettivo favoreggiamento degli imputati mafiosi compiuto da questo singolare magistrato.
Non così le altre sentenze, perché quello che tutti hanno dimenticato – o finto di dimenticare – è che anche tutti i processi relativi al cosiddetto «terrorismo» venivano assegnati alla sezione di Cassazione presieduta da Corrado Carnevale.
Uomo di potere, legatissimo al clan di Giulio Andreotti, Corrado Carnevale, che tanto si è prodigato a favore della criminalità organizzata, non è al di sopra del sospetto di aver manipolato le sentenze a favore degli imputati legati ai servizi di sicurezza, quelli per i quali era richiesta l’impunità a ogni costo.
Rileggere le sue sentenze sul «terrorismo» sarebbe doveroso perché si scoprirà che ha «ammazzato» anche queste, in nome e per conto degli stessi interessi per i quali favoriva la criminalità organizzata con la quale il «terrorismo nero» condivideva il servizio prestato allo Stato e al regime.
In campo politico, tranne poche eccezioni, non sempre in malafede ma per carenze professionali, mancanza di preparazione storica e politica, prevale l’ingiustizia che assolve o, in qualche rarissimo caso, condanna sulla base di qualche teorema che non regge ad analisi critica seria e ponderata.
È il caso della condanna dei componenti della commissione di Cosa nostra per l’omicidio di Piersanti Mattarella, pronunciata in base al teorema Buscetta secondo il quale tutti gli omicidi commessi a Palermo o, comunque, dalla mafia siciliana erano decisi dalla «Cupola».
Nel caso dell’omicidio del presidente della Regione Sicilia, per comprendere che così non era bastava osservare che il suo killer non era un mafioso palermitano, una precauzione che la commissione compatta nella sua decisione non avrebbe avuto motivo di prendere se fosse stata all’origine del gesto. Tanto non sarebbero stati il questore Nicolicchia (P2) e il capo della Squadra mobile, Giuseppe Impallomeni (P2) a scoprire e arrestare l’esecutore materiale.
Dinanzi alla testimonianza della moglie di Piersanti Mattarella, l’ipotesi di lavoro avrebbe dovuta essere la più logica e lineare: un omicidio ideato e organizzato a Roma, eseguito da gente di Roma con appoggi logistici a Palermo, maturato all’interno della Democrazia cristiana, come già quello di Michele Reina, segretario provinciale della Dc.
Se qualche capo mandamento palermitano ha dato il suo tacito assenso, ha potuto negare ogni responsabilità proprio perché gli esecutori materiali non erano mafiosi e venivano da fuori, così che gli altri componenti della «cupola» nulla potevano rimproverargli.
In questo modo abbiamo due esempi di ingiustizia: quella che condanna e, contestualmente, assolve.
Lunga, lunghissima sarebbe la lista dei processi nei quali la verità giudiziaria si pone in netto contrasto con quella storica, ma esistono altri due settori complementari fra di essi e sempre riferibili all’ordine giudiziario sui quali nessuno ha mai indagato: Tribunali di sorveglianza e amministrazione penitenziaria.
Nessuno ha mai acceso i riflettori su questi due settori fondamentali dello Stato, quelli preposti a decidere la qualità della detenzione dei prigionieri politici, la durata della loro detenzione, la concessione o la negazione dei benefici di legge e così via.
Una omissione gravissima perché le vicende politiche non si concludono con il passaggio in giudicato delle sentenze, molte delle quali difatti sono state vanificate proprio dai Tribunali di sorveglianza e dall’amministrazione penitenziaria.
Ricordiamo le vicende di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Gilberto Cavallini, Adriano Sofri e Ovidio Bompressi, Giovanni Senzani e tutti i brigatisti rossi che hanno avuto un ruolo nel sequestro e nell’omicidio di Aldo Moro e nel massacro degli uomini della sua scorta.
Persone tutte condannate a un pluralità di ergastoli (tranne Sofri e Bompressi, graziati dalla magistratura ordinaria) che, se trattati secondo i parametri adottati per i cittadini comuni, avrebbero dovuto permanere in carcere almeno 30-35 anni prima di ottenere un qualche beneficio e che, viceversa, dopo poco più di venti anni hanno addirittura scontato interamente la pena.
La storia esige che si cerchino anche le ragioni di un trattamento carcerario privilegiato e della concessione di benefici di legge e liberazioni condizionali in contrasto con leggi vigenti.
E, di converso, di chiedere ai Tribunali di sorveglianza e all’amministrazione penitenziaria conto di tutti i soprusi, gli abusi, le vessazioni, i reati e le infamie di cui sono stati – e qualcuno lo è ancora – oggetto quanti per ordini superiori (impartiti da chi?) dovevano essere stroncati fisicamente e mentalmente.
Un campo oscuro, questo, che andrebbe illuminato non per denunciare la violazione dei diritti umani dei prigionieri ma per comprendere le motivazioni recondite di un accanimento che è dettato da ragioni abiette ma non futili.
Per scrivere per esteso, senza righe saltate, senza pagine bianche, la storia italiana dal dopoguerra fino a oggi sarà necessario colmare il vuoto oggi esistente sul ruolo avuto dall’ordine giudiziario e dalle sue componenti e non sarà una commissione parlamentare d’inchiesta a farlo, dovranno essere storici provvisti di onestà intellettuale e non condizionati dall’opportunismo politico e dall’esclusiva ricerca del conto in banca.
Mentre i «figli di Donald Trump», i «fratelli d’America», alleati del pregiudicato Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e compari cercano la rivincita contando su Matteo Salvini e la Lega nord, è giunto il momento di allargare il campo della ricerca storica ai settori sempre trascurati e negletti perché un mosaico non può restare senza tasselli significativi, inserendo i quali la verità potrà venire integralmente alla luce.
Solo così si potrà uscire dalla notte d’Italia.

Opera, 01 agosto 2013

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