Una faccia di bronzo

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di Vincenzo Vinciguerra

Il quotidiano italo-israeliano “Il Corriere della sera” riporta, senza molta enfasi a dire il vero, nell’edizione del 30 giugno scorso, la notizia che la comunità ebraica milanese ha chiesto al nuovo sindaco, Giuseppe Sala, di intitolare i giardini di fronte al carcere di San Vittore a Marco Pannella, e che anche gli anarchici hanno presentato, a loro volta, la richiesta di dedicare una targa o una via a Pietro Valpreda di cui il 6 luglio ricorderanno l’anniversario della morte.

Mentre troviamo logico che la comunità ebraica milanese voglia ricordare un giullare della vita politica italiana che ha sempre sostenuto ogni crimine ed ogni barbarie commessa dall’esercito israeliano nei territori palestinesi, accreditandosi comunque come pacifista e non violento ma, in realtà, schierato sempre con gli oppressori e mai con gli oppressi, l’iniziativa degli anarchici milanesi ci suggerisce che in Italia manca, fra le tante sancite per legge, la “Giornata” che più si addice a tutti coloro che credono alle favole propagandistiche del regime, prima fra tutte quella dell’adesione di Pietro Valpreda all’ideale anarchico ed alla sua estraneità alla strage di piazza Fontana.
Visto il numero di favole e quello dei creduloni, suggeriamo al governo di Matteo Renzi di proclamare non la “Giornata”, che sarebbe troppo breve, bensì il “Mese del minchione” nel corso del quale tutti coloro che credono, per esempio, al “terrorismo nero”, all’innocenza di Fioravanti e Mambro, agli “opposti estremismi” e, ovviamente, all’ “anarchico” Pietro Valpreda abbiano tempo, modo e spazio per celebrare e celebrarsi.
La verità ufficiale sul conto di Pietro Valpreda resiste, per i fessi, solo perché la procura della Repubblica di Milano rifiuta di riaprire l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana.
Oggi, difatti, ci sono tutti gli elementi per identificare Pietro Valpreda come un delinquente fallito, condannato dal Tribunale di Milano il 29 marzo 1956 a 2 anni e 7 mesi di reclusione per rapina; ballerino fallito e confidente di Questura fallito, perché il ruolo che ha ricoperto nel 1968-69, lavorando con i suoi colleghi (di servizio) di Avanguardia nazionale, era stato scoperto e denunciato dai responsabili del circolo “Bakunin” di Roma e dallo stesso Giuseppe Pinelli, in tempo reale.
Accuse rilanciate, dopo la strage di piazza Fontana, dal giornale anarchico “Umanità Nova” del 27 dicembre 1969, e dalla stessa Licia Pinelli.
Il 6 luglio, gli anarchici o presunti tali che commemoreranno Pietro Valpreda dovrebbero leggere a voce alta, quanto scrisse “Umanità Nova”:

“È stato unanimemente accertato che il Valpreda ed i suoi amici nulla avevano in comune col movimento anarchico e, tanto meno, con qualsiasi ideologia libertaria”.

Mentivano i redattori di “Umanità Nova”? erano complici della congiura poliziesca contro il “purissimo anarchico” Pietro Valpreda?
I fatti – non le opinioni – ci dicono di no.
Mentiva Licia Pinelli quando dichiarava testualmente che suo marito aveva cacciato Pietro Valpreda dal circolo de “Il Ponte della Ghisolfa”:

“Non ne conosco i motivi – diceva la signora –. Posso, però, ricostruirli per una circostanza narratasi da mio marito. Egli, infatti, dopo gli attentati del 25 aprile 1969, ebbe un colloquio con il dirigente dell’ufficio politico della Questura – dottor Allegra – che gli disse che non avrebbe preso dei provvedimenti nei suoi confronti perché sapeva che aveva escluso Valpreda dal Circolo, e gliene indicò anche le precise circostanze. Ritengo – concludeva la vedova Pinelli – anche che il Valpreda non fosse più un elemento che potesse riscuotere la fiducia del movimento anarchico”.

Dopo oltre 46 anni dall’aver pronunciato queste gravissime parole, un vero atto di accusa nei confronti di Pietro Valpreda, pubblicate l’8 gennaio 1970, vorrà Licia Pinelli smentire sé stessa?
Ci auguriamo che se le manca il coraggio di ribadirle, vorrà almeno avere la dignità di tacere.
Il 6 luglio 2016 potrebbe essere un anticipo di quel “Mese del minchione” che governo e parlamento potrebbero istituire ufficialmente per fare la gioia di quanti credono che la menzogna possa essere elevata a verità solo perché ribadita da tanti e per tanti anni.
Se proprio gli anarchici o presunti tali vogliono ricordare Pietro Valpreda, lo facciano dedicandogli una faccia di bronzo, la stessa con la quale l’ “anarchico” in questione ha servito per anni con umiltà e deferenza i clienti che frequentavano il suo bar.
Rapinatore, ballerino, confidente, stragista, barista, più come meno che anarchico ed innocente, Pietro Valpreda.
La verità sulla strage di piazza Fontana fa ancora paura, a tanti ma non a noi.
Non sono bastati 47 anni per affermarla, ma non sono stati sufficienti per seppellirla. E tanto rappresenta già la sconfitta del regime.
Per ora ci basta.

Opera, 1° luglio 2016

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