Repressione

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di Vincenzo Vinciguerra

Ci sono episodi della vita pubblica italiana che passano sotto silenzio, o quasi, non perché non siano degni di considerazione ma perché segnalano quella che è la repressione del dissenso in Italia.
Una ragazza italiana si converte all’Islam e si reca in Irak per combattere con il Califfato, e le mettono in galera tutta la famiglia, padre, madre, sorella nello stile dell’Unione sovietica staliniana.
Nessuno protesta.

Un’altra ragazza italiana, Roberta Chiroli, laureanda in antropologia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, si era illusa di poter studiare il movimento No Tav per poi scriverci la sua tesi di laurea, intitolata “Ora e sempre No Tav: identità e pratiche del movimento valsusino contro l’alta velocità”.
Per studiare un movimento politico bisogna scendere nel campo, parlare con i suoi aderenti, partecipare alle loro manifestazioni, ascoltare le loro ragioni, ed è quanto ha fatto Roberta Chiroli.
Lei ha agito, esattamente, come Giulio Regeni in Egitto che per studiare i sindacati locali, incontrava i dirigenti, parlava con gli iscritti, partecipava alle loro riunioni.
Per fortuna, gli emuli italiani di al-Sisi hanno agito in maniera difforme e Roberta Chiroli ha avuto la ventura di prendere una condanna a 2 mesi di reclusione per “concorso morale”, in quanto nella tesi che ha scritto, invece di condannare il movimento No Tav ne ha descritto logica, ragioni e comportamenti, usando il “noi”.
Un reato gravissimo, a quanto pare, per due solerti magistrati che hanno ritenuto opportuno condannare Roberta colpevole di non aver condannato a sua volta il movimento No Tav, anzi di aver condiviso, sempre a loro giudizio, finalità e azioni, come proverebbe l’uso del “noi”.
Mentre siamo annoiati e frastornati da fasulle polemiche fra magistratura e politica, impegnate a presentarsi su posizioni contrapposte, vediamo che nella realtà la politica ordina la repressione del dissenso e la magistratura esegue.
La vita di Roberta Chiroli non sarà stravolta da una sentenza che la condanna a due mesi di reclusione per “concorso morale” con il movimento No Tav, ma questo non scalfisce la gravità dell’episodio.
La differenza fra la democrazia italiana e la dittatura egiziana si palesa, per ora, solo nei metodi esecutivi, qui ti condannano in Tribunale, lì ti ammazzano.
Non lo troviamo consolante, al contrario, forti dell’esperienza del passato, ci chiediamo quando in regime liberticida si passerà dall’uccisione dei testimoni scomodi a quella degli oppositori politici che, per essere sempre più rari, sono più facilmente eliminabili.
La democrazia degli ex oggi imperante (ex neofascisti, ex socialisti, ex comunisti ecc. ecc.) usa come arma più efficace, per ora, l’imposizione del silenzio agli oppositori politici che non trovano spazio sui giornali e nelle televisioni per esprimere le loro opinioni, ma quando il bavaglio mediatico non basta fa intervenire polizia e magistratura.
La dittatura dei mediocri non tollera critiche perché sa di essere fragile, e consapevole di avere come unica forza quella macchina burocratica camaleontica che è lo Stato con i suoi apparati repressivi, primo quell’Ordine giudiziario che è da sempre il baluardo del regime, di quella casta politica di cui è stato sempre dipendente.
Non si pubblicano articoli, non si stampano libri, si escludono gli oppositori dai dibattiti televisivi, ora sono passati a condannare perfino le tesi di laurea.
Non sappiamo quali siano le idee di Roberta Chiroli, se condivide  o meno le ragioni del movimento No Tav, se vota per qualche partito, ma siano certi che oggi ha avuto modo, per la prima volta, di intravedere la realtà del regime politico che imperversa in Italia.
Una realtà che la stragrande maggioranza degli italiani non conosce perché ben camuffata dalle menzogne mediatiche, ma che emerge in episodi di cronaca che tutti conoscono senza però riuscire a trarre da essi la logica visione di una dittatura che tutto può nel nome della difesa della democrazia e della repressione della “violenza”.
Invece, quasi sempre la violenza è esercitata da questo Stato e dai suoi onnipotenti apparati che trovano puntuale copertura da parte della magistratura.
E quando la violenza non è esercitata dalle forze di polizia, lo è dalla magistratura in forme diverse ma  sostanzialmente identiche.
Perché è violenza quella che vede una giovane studiosa sottoposta a processo e condannata per una tesi di laurea su un movimento che dissente dalla politica ambientale del regime.
Alla forza della ragione, il regime contrappone la ragione della forza.
E tutti stanno zitti perché la democrazia fa paura.

Opera, 15 luglio 2016

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