Depistaggio

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di Vincenzo Vinciguerra

Sono passati 23 anni dal mese di luglio 1993, quando il giudice istruttore di Milano Guido Salvini, propose l’introduzione nel codice penale del reato di depistaggio.
La rivista “L’Espresso”, nel numero del 1° agosto 1993, rilanciò la proposta e al giudice giunsero congratulazioni, complimenti e assicurazioni che la nuova norma sarebbe stata approvata in tempi rapidi.
Lo Stato italiano ed il suo regime politico, in realtà, non potevano permettersi all’epoca di introdurre questa nuova fattispecie di reato nel codice penale.
Erano ancora aperti i processi per la strage di Brescia del 28 maggio 1974, per quella di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, per quella di Ustica del 27 giugno 1980, per la struttura denominata “Gladio”, solo per ricordare i principali.

La proposta del giudice istruttore che, unico e solo fra i magistrati, aveva aperto la via che portava alla verità sull’eccidio di Milano del 12 dicembre 1969, invano osteggiato da Felice Casson e dai suoi colleghi milanesi Gerardo D’Ambrosio e Grazia Pradella, venne archiviata insieme alle promesse ed ai complimenti.
Poi, arriverà alcuni anni più tardi il governo presieduto da Massimo D’Alema che disporrà la distruzione di tutti i documenti dei servizi segreti non strettamente attinenti alla sicurezza nazionale, cancellando ufficialmente tutte le note informative relative ai rapporti dei dirigenti comunisti con l’Unione sovietica e, con esse, tutti i reati, dall’alto tradimento, allo spionaggio, al sabotaggio, al finanziamento illecito del partito.
Insieme ai documenti relativi ai comunisti, i servizi segreti provvederanno di conseguenza ad eliminare quelli relativi all’estrema destra italiana di cui si erano serviti come braccio operativo per tutto il periodo del dopoguerra.
Nessuno protestò.
Il tentativo di Massimo D’Alema, incoraggiato da Francesco Cossiga, di cancellare la verità eliminando le prove ha ottenuto un esito solo parziale perché, grazie all’impegno profuso da Guido Salvini, un agente della Cia e militante di Ordine nuovo, Carlo Digilio, è stato riconosciuto colpevole di concorso nella strage di piazza Fontana, poi lo stesso, insieme ad un secondo agente della Cia e militante di Ordine nuovo, Marcello Soffiati, è stato indicato con sentenza passata in giudicato come corresponsabile della strage di Brescia per la quale è stato, infine, condannato anche Carlo Maria Maggi, ispettore triveneto di Ordine nuovo.
Solo la complicità di un asservito sistema mediatico ha impedito agli italiani di comprendere appieno il significato di quelle condanne che chiamano direttamente in causa lo Stato italiano ed i suoi alleati internazionali.
Fra i condannati, però, non ci sono i diretti responsabili della struttura clandestina denominata “Ordine nuovo”, sia italiani che americani ed israeliani.
La mancata introduzione nel codice penale del reato di depistaggio ha vanificato ogni tentativo di giungere alla verità sul conto degli ufficiali e dei funzionari degli apparati dello Stato che hanno protetto e garantito impunità ai loro subalterni dell’estrema destra.
Nell’estate del 2016, solo grazie all’impegno di Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980, la legge che permetterà di introdurre nel codice penale il reato di depistaggio è in dirittura di arrivo, pronta per essere approvata nell’arco di qualche settimana.
Nessuno ne parla.
Non si enfatizza il riconoscimento implicito, ma chiarissimo, della responsabilità degli uomini dello Stato e del regime nell’azione di mistificazione della verità, nella scomparsa di prove, nel sostegno ai colpevoli, nell’eliminazione anche fisica dei testimoni scomodi, nel loro linciaggio morale.
Siamo l’unico paese nel mondo intero, che deve riconoscere l’esistenza di operazioni di depistaggio nei fatti più gravi della storia del dopoguerra.
Esistenza non riferita solo al passato ma ancora attuale perché è costante la presenza di uomini degli apparati dello Stato e dei loro responsabili politici nella protezione dei mafiosi, ieri come oggi.
Non solo, ma un paese nel quale la giustizia è parola vana, svuotata di ogni significato, il depistaggio è possibile e corrente anche nelle indagini per fatti comuni perché in un mondo senza onestà si falsificano le prove o si cancellano per ambizioni di carriera, per smania di protagonismo, per proteggere confidenti.
Il reato di depistaggio conserva, quindi, anche oggi la sua capacità di deterrenza, con buona pace di quanti hanno fatto trascorrere 23 anni prima di approvarlo.
E, forse, la sua introduzione nel codice penale potrà servire per aprire qualche porta del passato rimasta ancora chiusa per l’impegno congiunto contro la verità di ex comunisti ed ex democristiani.
Nella storia, il “troppo tardi” non esiste.

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