Le Icone del Sistema

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di Vincenzo Vinciguerra

Non desta stupore la rabbiosa quanto impotente reazione degli anarco-minchioni di Milano e di Silvia Pinelli alla lettura del mio articolo su Pietro Valpreda, che li spinge ad ipotizzare di rivolgersi al potere repressivo del loro Stato per impedirmi di scrivere storia, soluzione che nessun anarchico avrebbe mai proposto ma dagli anarco-minchioni ci aspettiamo questo ed altro.

Togliamo subito loro l’illusione di ottenere qualcosa di concreto da parte dell’amministrazione penitenziaria: nessuno è mai riuscito a fermare la mia azione. Figurarsi se possono avere successo i valpredini e compari.
Già quando lo storico e giornalista Paolo Cucchiarelli ebbe il coraggio, per primo, di ipotizzare la presenza di Pietro Valpreda in piazza Fontana, sia pure come inconsapevole burattino si scatenò un linciaggio morale ai suoi danni che ha visto come protagonista principale lo screditatissimo Adriano Sofri.
Ora scende in campo contro di me una componente della famiglia Pinelli.
Perché tanta paura e tanta rabbia quando si tocca la responsabilità negli avvenimenti del 1969 e nella strage di Piazza Fontana di Pietro Valpreda?
Non hanno argomenti per confutare quanto scrivo. La responsabilità di Pietro Valpreda emerge da un’analisi lucida ed accurata dei suoi comportamenti a partire dal mese di agosto del 1968, quando scortato dagli uomini di “Avanguardia nazionale”, si recò al congresso anarchico di Massa Carrara, a quelli mantenuti nel corso del 1969 fino al 12 dicembre, a quelli successivi alla strage con delazioni ed accuse nei confronti degli anarchici.
La figura di Giuseppe Pinelli, fino ad oggi, non è mai stata oggetto di analisi.
Ora, però, è giusto, anzi è doveroso tenere presente che se Pietro Valpreda risulterà dinanzi alla storia correo nella strage della Banca dell’Agricoltura, il giudizio sul conto di Giuseppe Pinelli e della sua morte in Questura andranno riconsiderati attentamente.
Nessuna accusa, per carità.
Solo una rilettura attenta di quanto già si conosce.
Ad esempio, il vuoto nell’alibi di Giuseppe Pinelli dalle 14.30 quando fu visto prendere un caffè al bar insieme a Nino Sottosanti, alle 17.00, quando giunse nella sede del suo circolo anarchico.
La compagnia di Nino Sottosanti, custode della sede milanese di “Nuova Repubblica”, tanto più che il soggetto in più occasioni ha fatto intendere, con dichiarazioni ambigue ed ammiccanti, di conoscere la verità sulla strage di piazza Fontana.
Il “pinelliano” Gerardo D’Ambrosio è costretto ad ammettere che l’alibi fornito in Questura da Giuseppe Pinelli era “falso” (testuale), anche se esclude con decisione che fosse “precostituito” perché, in tal caso, la sua partecipazione all’operazione stragista avrebbe dovuto essere considerata certa.
Ci fermiamo qui, per il momento.
Giusto per dire che il giudizio della storia su Giuseppe Pinelli non è stato ancora pronunciato, sulla sua vita e sulla sua morte. Perché questa si offre a tre ipotesi: l’omicidio che avrebbe potuto essere commesso solo degli agenti di Ps presenti nella stanza agli ordini del commissario di Ps Luigi Calabresi; l’incidente, come ipotizzato da Paolo Cucchiarelli, che vede Pinelli cadere per aver fatto un movimento brusco per evitare uno schiaffo o un pugno sferratogli da uno degli interroganti; il suicidio.
Le reazioni isteriche dinanzi alla responsabilità di Pietro Valpreda nell’operazione stragista da parte di persone che dalla verità, in teoria, avrebbero tutto da guadagnarci e all’affermazione della quale dovrebbero anelare, alimenta dubbi e fa sorgere legittimi interrogativi.
La verità sulla strage di piazza Fontana è stata raggiunta solo parzialmente per merito dell’istruttoria condotta dal giudice Guido Salvini, ma altro c’è da scoprire.
“Altro” che fa ancora più paura di quanto sia stato scoperto fino oggi.
Il tentativo di opporsi alla verità con mezzucci quali il ricorso al potere repressivo dello Stato e alle ingiurie ci conferma solo che persone che si ritengono icone della Patria, sono in realtà le icone del sistema, di questo sistema.
E, sia ben chiaro, non è complimento.

Opera, 29 luglio 2016

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