Giustizia Cercasi

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di Vincenzo Vinciguerra

In Italia la legge è diseguale per tutti. Lo sappiamo da sempre, ma non per questo ci rassegniamo all’evidenza e scegliamo di tacere.
Motivo di indignazione ulteriore lo suscita il confronto tra quanto riservato ad un cittadino italiano come tanti, Michelangelo Barbara, e ad un killer di Stato come Valerio Fioravanti.

Nel primo caso, Barbara viene condannato per rapina perché il giudice, non i testimoni, ritiene di poterlo riconoscere lui, non i testimoni e i carabinieri del Ris, nelle immagini di una videocamera di sorveglianza di una banca che ritraggono un individuo totalmente travisato.
Il giudice procede al riconoscimento scegliendo di usare il metodo per comparazione, cioè per accostamento di immagine fra una foto segnaletica e i fotogrammi che ritraggono il rapinatore travisato, rifiutando il metodo della sovrapposizione proposto dal Ris in quanto non idoneo nell’identificare l’innocente Barbara con il rapinatore.
Assumendo, pertanto, la veste di peritus peritorum, il giudice ritiene di poter riconoscere nel Barbara il rapinatore dal dettaglio della “bocca socchiusa” (testuale!) “già evidenziata in una pluralità di altre foto”.
Ritorneremo sulla vicenda di Michelangelo Barbara perché è giustamente ancora impegnato ad ottenere giustizia con ricorsi che, fino ad oggi, non hanno avuto esito positivo.
L’esempio del trattamento riservato a questo cittadino italiano ci serve, ora, per valutare la diversità di giudizio usata nei confronti di Valerio Fioravanti.
Da un articolo di Attilio Bolzoni (“Delitto Mattarella, torna la pista nera: ecco tutti i sospetti”) ricaviamo che la moglie di Michele Reina, ucciso a Palermo il 9 marzo del 1979, segretario provinciale della Dc, Marina Pivitone, accanto al marito quando venne ucciso affermò:

“Riconosco Valerio Fioravanti come killer al novanta per cento”.

Affermazione netta, resa possibile dal fatto che il sicario non aveva il volto travisato.
Il 6 gennaio 1980, sempre a Palermo, un killer uccide sotto gli occhi della moglie, Piersanti Mattarella, presidente democristiano della Regione Sicilia.
La moglie, Irma Chiazzese, indicherà subito agli inquirenti in Valerio Fioravanti l’assassino del marito.
Anche in questo caso, difatti, il sicario non era travisato.
Siamo, quindi, di fronte alla testimonianza di due donne che hanno assistito, in due momenti diversi, il 5 marzo 1979 e il 6 gennaio 1980, alla uccisione dei rispettivi mariti da parte di un killer a volto scoperto che entrambe hanno indicato in Valerio Fioravanti.
Se costui fosse stato un comune cittadino italiano sarebbe stato condannato a due ergastoli.
Viceversa, trattandosi di un killer del Movimento sociale italiano, cioè di Stato, gli inquirenti sono divenuti prudentissimi e cautissimi, non valutando a dovere la testimonianza delle due vedove e, perfino, le dichiarazioni accusatorie di Cristiano Fioravanti che indicavano nel fratello Valerio l’assassino di Piersanti Mattarella, poi ritrattate.
Quanto valore avrebbe avuto la ritrattazione di un pentito dinanzi alla testimonianza oculare di due donne che il killer lo hanno visto a pochi passi, a viso scoperto, mentre uccideva i loro mariti?
In altri casi, nessuno.
Un altro particolare sconcertante è rappresentato dal fatto che i fotokit del killer non sono stati diffusi, come di solito si fa nella speranza che qualcuno possa identificarlo.
I fotokit, difatti, sono stati mantenuti segreti per 36 anni e pubblicati, per la prima volta, a corredo dell’articolo di Bolzoni il 4 luglio 2016.
In uno almeno la rassomiglianza con il volto di Valerio Fioravanti è impressionante.
Vedremo i risultati – se ci saranno – della nuova indagine sui due delitti politici di Palermo, fra i quali gli inquirenti dovrebbero valutare anche quello di Mino Pecorelli, avvenuto a Roma il 20 marzo 1979, perché i tre omicidi potrebbero far parte di un unico disegno criminoso, che ha visto come protagonisti killer romani al servizio non della mafia ma di quel potere che della mafia si è sempre servito, a volte come comodo capro espiatorio.
Tanto per Totò Riina e compari un ergastolo in più o in meno non conta.
In questo Paese senza giustizia, tocca agli storici ristabilire la verità.
In un Paese in cui esiste la giustizia per i potenti, quella per i raccomandati, quella per gli adottati dai giornali e, infine, quella per i semplici cittadini, sarebbe il momento di togliere dalle aule dei tribunali la scritta “La legge è eguale per tutti”.
ln un Paese in cui un cittadino è condannato ad anni di carcere per retina perché riconosciuto dal giudice per la “bocca socchiusa”, unico particolare del volto travisato, e un altro viene prosciolto benché riconosciuto da due donne che lo hanno osservato mentre, a volto scoperto, uccideva i loro mariti, l’eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge è solo utopia.
Non tutti hanno la ventura per chiedere – ma non è sicuro che la  ottengano – giustizia e verità per la morte di un fratello di essere eletti presidenti della Repubblica, quindi è necessario riformare la magistratura e spezzare quel vincolo di assoluta dipendenza che la le lega al potere politico, ufficiale e più spesso occulto, che le ha consentito di negare al Paese la verità sulla guerra civile italiana.
Per ora continuiamo a cercare la giustizia che non c’è.

Opera, 3 agosto 2016

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