14 Dicembre 1969

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di Vincenzo Vinciguerra

Si è detto e si è scritto che gli “anni di piombo” in Italia iniziano il 12 dicembre 1969 con la strage di piazza Fontana, a Milano.
Non è vero.
C’è stato un lungo periodo di preparazione nel corso del quale si sono verificati eventi che tutti hanno dimenticato perché la loro attenzione si è concentrata su quanto appariva eclatante come, appunto, la strage della Banca dell’Agricoltura.

Il come e il perché si è giunti al 12 dicembre 1969 è stato oggetto della sola istruttoria del giudice di Milano, Guido Salvini, che si è trovato nello stesso ambito giudiziario attaccato dai colleghi della procura della Repubblica che avrebbero dovuto, viceversa, coadiuvarne l’azione investigativa.
Va, pertanto, ascritto al “merito” del piduista onorario Felice Casson e dei suoi amici politici e giudiziari se l’inchiesta di Guido Salvini si è fermata alle sole responsabilità degli uomini di Ordine nuovo.
Bisognava andare, se fosse stato consentito, oltre.
Sarebbe stato necessario allargare gli orizzonti della ricerca ad altri ambienti, quelli ritenuti insospettabili perché come il Movimento sociale italiano rappresentati in Parlamento e, quindi, parte integrante di quel sistema parlamentare che i presunti “eversori” avrebbero voluto distruggere.
O, ancora, ad altri che per posizione ideologica erano marcatamente e sicuramente antifascisti come, per citarne uno, l’Unione democratica per la nuova repubblica di Randolfo Pacciardi.
Ci si è concentrati nell’individuazione degli esecutori materiali, i famigerati “portatori di valigia”, attenti anche in questo caso a selezionare quelli “presentabili” perché pubblicamente noti come “neofascisti” o, addirittura, “neo-nazisti” da quelli che non potevano esserlo come gli anarchici.
Ci si è “dimenticati” dei mandanti e degli organizzatori.
Si è mascherata la finalità ultima, quella vera, dell’operazione presentando la strage di piazza Fontana come il momento culminante dell’attacco allo Stato sferrato da neofascisti che godevano di protezioni e complicità all’interno degli apparati dello Stato stesso, mai ovviamente individuate e perseguite.
Molto, moltissimo è stato occultato e distrutto del materiale a disposizione dei servizi segreti italo-americani (definirli solo italiani è contrario alla verità storica), ma qualcosa è rimasto, quel tanto che basta per definire ruoli e finalità.
Quando sul finire del 1965 ed agli inizi del 1966 i manovali della disciolta “Avanguardia nazionale”, guidati da Stefano Delle Chiaie, affiggono sui muri di Roma, Livorno e altre città i manifesti cosiddetti “cinesi” su incarico della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, nella persona di Umberto Federico D’Amato, non fanno altro che dare concreto seguito a quanto aveva suggerito al Sifar, il Servizio segreto militare, già nel 1963 Luigi Cavallo.
Nel mese di settembre del 1963, Luigi Cavallo, il cui effettivo ruolo nella Storia segreta del Paese è ancora tutto da definire, presenta al Sifar un promemoria contenente diverse proposte, fra le quali quella di stampare un bollettino “maoista” in 30 mila copie per favorire una scissione all’interno del Pci.
Luigi Cavallo, che già aveva iniziato nei mesi precedenti questa attività, scrive:

“Come dopo il 1948 la formula migliore per una propaganda anticomunista tra gli iscritti al Pci era fornita dalla ‘piattaforma jugoslava’ era cioè una ‘formula revisionista’… così oggi la formula più efficace per svolgere opera di disgregazione ideologica ed organizzativa all’interno del Pci e della Cgil è quella ‘cinese’.
La polemica tra il Pcus e il Pci cinese ha assunto forma violentissima… ma la piattaforma cinese è quella stessa che è stata approvata dalla Conferenza di Mosca dagli 81 partiti comunisti. Non v’è perciò alcuna scomunica contro le tesi di Pechino simile a quella con cui Stalin attraverso il Kominform colpì il Pc jugoslavo nel 1948. La posizione di Pechino è ben più ‘legale’ di quella di Krusciov. Stroncare una propaganda pro-cinese presenta quindi notevoli difficoltà ideologiche ed organizzative per Togliatti e i capi del Pci.
La piattaforma cinese – prosegue Cavallo – permette di denunciare, a nome della base, non solo ogni genere di scandali, episodi di corruzione, di imborghesimento dei gerarchi comunisti, ma anche le loro collusioni col Pci, con la sinistra Dc e tutte le altre forze politiche, economiche e sociali.
La propaganda ‘pro-cinese’, se condotta da noi, non porterà mai a pericolosi sviluppi organizzativi. Essa avrà il vantaggio – conclude Cavallo – di indebolire l’organizzazione e la propaganda togliattiana”.

È da questa idea e da questo genere di iniziative che nascono i “nazimaoisti” alla mago Zurlì (alias Franco Freda), meri esecutori delle direttive dei servizi segreti militari e civili dello Stato anti-fascista.
Anche la data in cui si mette il moto meccanismo che ci porterà, passando per la strage di piazza Fontana, agli “anni di piombo”, è possibile indicarla.
Risale, difatti, al mese di febbraio del 1962 un documento dottrinale elaborato dal Centro alti studi militari, in collaborazione con il nucleo di “Guerra psicologica” del Sifar, intitolato “La guerra psicologica nel campo nazionale e nel quadro dell’Alleanza atlantica”.
Redigono  il documento i generali Aldo Magri e Mario Peca per l’Esercito; il generale Francesco De Micheli per l’Aeronautica; il contrammiraglio Mario Gambetta per la Marina, con la collaborazione del maggiore Adriano Magi Braschi, comandante del “Nucleo di guerra psicologica” del Sifar.
Con evidente riferimento alla ricostituzione nel 1959, all’interno del Kgb, del direttorato “D” (disinformazione), gli ufficiali segnalano che l’Unione sovietica

“ha preferito concentrare la propria azione di espansione politica su una azione psicologica intensa… Tanto da poter affermare che se fino al 1949 la minaccia comunista era essenzialmente militare ed europea, oggi essa si è trasformata in un pericolo, più che militare, politico, economico ed ideologico estesosi dall’Europa al mondo intero”.

Dopo aver criticato il comportamento delle democrazie occidentali incapaci di contrastare i partiti comunisti che agiscono al loro interno come “veri e propri Cavalli di Troia”, i redattori del documento si concentrano sulla situazione italiana che, a loro avviso, è “caratterizzata dalla esistenza di un partito comunista, forte ed in continua espansione, asservito all’Unione sovietica”.

“Esso sostiene – scrivono – apertamente di perseguire la conquista del potere secondo il naturale processo democratico, ma, in realtà agisce secondo un disegno strategico nel quale i pretesti di legalità e piena obbedienza costituzionale non rappresentano altro che uno dei momenti nella cronologia e nella metodologia della offensiva comunista contro lo Stato e la Società italiana”.

Dopo una pesantissima critica all’operato dei governi italiani che benché “troppo spesso i comunisti con le loro minacce, atteggiamenti, le loro dichiarazioni e le loro minacce sia in Parlamento che in piazza, si sono posti contro la legge”, “mai nei loro riguardi si è saputo o si è voluto intervenire con il rigore necessario, ciò che li ha incoraggiati a persistere nella loro azione illegale”, ed aver rivendicato la propria competenza nel campo della difesa psicologica, i redattori del documento concludono:

“Oggi è quindi imperativo ed urgente… arrestare l’infiltrazione del comunismo… quindi mettere in atto un piano di operazioni psicologiche a carattere non solo difensivo ma anche offensivo”.

È una dichiarazione di guerra.
È la data d’inizio di una guerra che è stata sempre condotta dallo Stato maggiore della Difesa, di cui nessun rappresentante è mai salito sul banco degli imputati.
Il convegno dell’Istituto “A. Pollio”, da tutti indicato come la data di inizio della “strategia della tensione”, si svolgerà tre anni più tardi e sarà organizzato, per conto dello Stato maggiore dell’Esercito, dal colonnello Adriano Magi Braschi.
Individuare il momento in cui inizia l’elaborazione di una strategia è fondamentale per comprendere quello che è avvenuto e per identificare protagonisti e comprimari.
Le lancette dell’orologio vanno spostata all’indietro anche per quanto riguarda l’operazione del 1959 che, passando per piazza Fontana, avrebbe dovuto concludersi il 14 dicembre 1969 nelle piazze di Roma.
Non è un’ipotesi, è una certezza.
Difatti, abbiamo sempre sostenuto che il pretesto per la proclamazione dello stato di emergenza nel Paese da parte del governo presieduto da Mariano Rumor sarebbe stato fornito non dalla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, bensì della manifestazione organizzata da Giorgio Almirante e dai vertici del Movimento sociale italiano a Roma il 14 dicembre 1969.
La mobilitazione della “piazza di destra” avrebbe comportato una contro-manifestazione della sinistra guidata dal Partito comunista italiano, e gli incidenti che ne sarebbero seguiti avrebbero comportato, secondo i piani preordinati,  morti e feriti in numero tale da giustificare la proclamazione dello stato di pericolo pubblico e l’intervento dei carabinieri e delle Forze armate per ristabilire ordine e legge.
Un riscontro a quanto abbiamo da tanti anni affermato, lo troviamo in una nota che il comandante della Setaf di Verona ha inviato il 25 giugno 1964 al comandante delle Forze armate in Europa a Heidelberg, in Germania federale.
Il testo recita:

“Abbiamo avuto informazione da fonte molto affidabile, il cui nome non viene fornito in ragione dell’esplosiva natura dell’informazione, che nel prossimo futuro è possibile che in Italia avvenga un colpo di Stato. Economisti e uomini politici di destra, cioè liberali, monarchici e membri del Movimento sociale italiano, stanno preparando un piano per l’attuazione nei prossimi mesi di una manifestazione nazionale.
Lo scopo è quello di portare a Roma forti gruppi di reduci, invalidi ed ex prigionieri di guerra, col pretesto di risvegliare sentimenti patriottici nel popolo italiano, creare un’atmosfera favorevole all’inversione dell’attuale tendenza politica in Italia ed installare un nuovo ordine fondato sui tradizionali valori morali e politici della nazione.
L’individuo scelto – prosegue la nota – per coordinare i piani per tale manifestazione è… (il testo è censurato), noto per essere contrario all’attuale indirizzo politico ed economico. l finanziamenti sarebbero forniti dalla Confindustria e dalla Confagricoltura.
Sembra che… possa contare sul sostegno morale e sulla collaborazione di importanti uomini politici di destra, delle forze armate, dei carabinieri e dei capi delle associazioni militari.
Il Msi è d’accordo sui piani per la manifestazione, ma non è a favore di… per il suo passato di ministro della Difesa…
Se la manifestazione dovesse provocare una contromanifestazione di estrema sinistra, i carabinieri sarebbero immediatamente chiamati ad intervenire con l’appoggio delle forze armate.
Le forze armate si preoccuperebbero poi di mantenere l’ordine e la legge in Italia”.

La Democrazia cristiana, nella persona di Aldo Moro, no era estranea all’operazione che puntava a provocare da parte del Pci una reiteratazione del luglio del 1960.
Lo prova quanto disse il generale Giovanni De Lorenzo alla moglie, dopo aver partecipato alla riunione svoltati il 16 luglio 1964, a casa del senatore democristiano Tommaso Morlino, presenti Aldo Moro, Mariano Rumor, il capo della polizia Angelo Vicari:

“Vogliono farmi diventare un altro Bava Beccaris. Ma non ci riusciranno”.

Parole chiare, esplicite che non necessitano di commenti.
Chi fosse il coordinatore dell’operazione il cui nome è censurato nella nota del comandante della Setaf è facilmente intuibile dal riferimento del suo passato incarico come ministro della Difesa: Randolfo Pacciardi.
Il suo nome, del resto, è affiancate a quello dei missini in una nota del 30 giugno 1964 del Comando generale dell’Arma dei carabinieri, questa volta in modo chiaro ed esplicito.
D’altronde, se nella storia del Paese, c’è stato un “golpista” patologico che dalla fine degli anni Cinquanta fino al 1976 ha predicato, lavorato e atteso il “golpe”, quello è stato proprio Randolfo Pacciardi.
Se mai i vertici del Movimento sociale italiano potevano essere prevenuti nei confronti dell’antifascista Randolfo Pacciardi nel 1964, non lo erano più nel 1969 quando al suo fianco c’era Giano Accame, la “cinghia di trasmissione” fra l’Unione democratica per la nuova repubblica e l’estrema destra (Msi, Ordine nuovo e Fronte nazionale).
Nel 1969, forze e uomini schierati per la soluzione autoritaria da imporre con un colpo di Stato istituzionale, erano gli stessi del 1964, in una situazione che la pseudo rivoluzione del 1968, le tensioni sociali, l’avanzata elettorale del Pci, faceva apparire agli occhi degli “uomini d’ordine” ancora più grave.
La “strategia della tensione” in quel 1969 era ormai avviata. La “destabilizzazione dell’ordine pubblico per ristabilire l’ordine politico” era portata avanti da tutte le forze di destra e negli apparati dello Stato.
Le cupe profezie pacciardiane sull’avvento del regime clerico-marxista in Italia, sembravano avverarsi, quindi non restava che riprendere i vecchi piani e cercare questa volta di realizzarli.
L’operazione che inizia con il primo attentato a Roma nel mese di febbraio del 1969, subito dopo la conclusione della visita del presidente americano Richard Nixon, non deve concludersi in piazza Fontana a Milano il 12 dicembre 1969, me in quelle piazze e in quelle strade di Roma che i “patrioti” vogliono insanguinare il 14 dicembre 1969.
Ci sono tutti: Randolfo Pacciardi, ancora a capo della Unione democratica per la nuova Repubblica; Giorgio Almirante ormai segretario nazionale del Msi al posto del defunto Arturo Michelini; Pino Rauti, capo della struttura clandestina dello Stato denominata “Ordine nuovo”; Junio Valerio Borghese con il “Fronte nazionale” nel quale sono confluiti i manovali di Avanguardia nazionale; Mariano Rumor, presidente del Consiglio, non certo immemore delle proposte avanzate da lui e da Aldo Moro al generale Giovanni De Lorenzo di sparare sui dimostranti, come Bava Beccaris.
Non è mai stata presa in considerazione da parte della magistratura l’ipotesi (per chi scrive la certezza) della manifestazione organizzata dal Movimento sociale italiano di Giorgio Almirante come pretesto per la proclamazione dello “stato di emergenza”, nonostante che gli indizi siano oggi a conoscenza di quella procura della Repubblica di Milano che si ostina a non riaprire l’inchiesta sulla strage del 12 dicembre 1969.
Una manifestazione di destra organizzata per condannare la violenza di sinistra che si era evidenziata nelle piazze e negli attentati, l’ultimo dei quali, di matrice “anarchica” aveva provocato un massacro.
Perché la strage all’interno della Banca dell’Agricoltura doveva essere “anarchica”, come “anarchici” erano stati gli attentati, anch’essi stragisti, del 25 aprile 1969 sempre e Milano.
Una situazione ideale per Randolfo Pacciardi, Giano Accame, Pino Rauti, Junio Valerio Borghese, e per gli uomini di potere che da loro attendevano il pretesto per intervenire.
Una situazione alla cui creazione avevano lavorato molto, specie in direzione dei gruppi “maoisti” e anarchici, i manovali del “Fronte nazionale” guidati da Stefano Delle Chiaie detto il “Caccola”.
Questi ultimi si erano dedicati in modo specifico all’infiltrazione ed alla strumentalizzazione degli anarchici.
La vicenda di Pietro Valpreda, un passato delinquenziale alle spalle e un presente da ballerino fallito, si rappresenta come esempio da manuale come sia possibile in una democrazia creare un mito fasullo che resiste da 47 anni, quello di un “anarchico” incastrato dal “fascista” Mario Merlino e assunto dalla polizia come capro espiatorio per la strage di piazza Fontana.
In realtà, come ormai a tutti noto, la carriera di “anarchico” Pietro Valpreda la inizia il 31 agosto 1966, quando si reca al congresso anarchico di Carrara insieme agli “anarchici” del Fronte nazionale di Junio Valerio Borghese, Pietro “Gregorio” Manlorico, Luciano Paulon, Augusto De Amicis, Aldo Pennisi, Alfredo Sestili, Mario Merlino.
Pietro Valpreda era, a dire il vero, un collage dei colleghi difatti non batte ciglio quando, il 15 ottobre 1968, Pietro “Gregorio” Manlorico viene arrestato a Roma con altri “camerati” per aver compiuto un attentato contro una sezione del Pci.
Non si strappa i capelli dalla disperazione quando un secondo “anarchico”, Alfredo Sestili rivela la verità e si trasforma in accusatore di Mario Merlino.
Non piange per lo sconforto quando vede che l’ “anarchico” Mario Merlino chiama in aiuto per sostenere il suo fasullo alibi il “fascista” Stefano Delle Chiaie, detto il “Caccola”.
Non cade in depressione quando, nel mese di agosto del 1977, l’ “anarchico” Luciano Paulon viene arrestato perché deteneva nella casa della sorella documenti del solito “Caccola”.
Anche perché in quel periodo lui mangiava insieme a Mario Merlino nello stesso albergo in cui alloggiavano e mangiavano nella stessa i giornalisti, fra i quali famosi “pistaroli neri” che lo presentavano come un vittima del “fascista” Merlino.
Del resto, Valpreda e Merlino dopo il loro arresto si erano preoccupati di stabilire una comune linea di difesa e anche una identica di accusa contro gli anarchici.
Pietro Valpreda che, certo, non ha dimenticato il suo passato di ladrone, sa bene che nel suo ambiente sarebbe stato definito un “infamone”.
Difatti, il 16 dicembre 1969, Valpreda guida la polizia alla ricerca di un deposito di esplosivi di cui attribuisce il possesso all’anarchico Ivo Della Savia.
È scrupoloso Valpreda. Qui c’era la “roba” e noi per “roba”, specifica, “intendiamo fare riferimento a esplosivo, detonatori e micce”. Puntualizzazione che l’infamone suddetto sente il bisogno di fare per evitare che la polizia possa ritenere che il Della Savio tenesse pomodori e scatole di tonno.
Poi, Valpreda passa a sistemare Tommaso Gino Liverani che indica, sempre alla polizia, come suo sosia che parlava sempre di detonatori, esplosivi, bombe, attentati.
Non ne fa il nome, dice solo che si chiamava Gino e indica il bar che era solito frequentare.
Se qualcuno presume che l’ “anarchico” Pietro Valpreda abbia indicato in Gino un fascista, un socialdemocratico, un democristiano, si sbaglia.
E di grosso.
Pietro Valpreda, difatti, nel suo “sosia”, quindi nel probabile attentatore di piazza Fontana, come riconosciuto dal taxista Cornelio Rolandi, indica un anarchico, Tommaso Gino Liverani che preferisce precedere l’arrivo della polizia e va a costituirsi. Sarà noi scagionato da ogni accusa ma abbandonerà il mondo anarchico per confluire, sembra, nelle Brigate Rosse.
Non serve ripetere qui quello che abbiamo già scritto, in maniera documentata e dettagliata, sul conto di Pietro Valpreda che viene immortalato, mentre seduto un marciapiedi ostenta la “A” di anarchia sul petto e saluta con il pugno chiuso, da un solo fotografo, sempre lo stesso, che lavora ter “Il Borghese” e “Lo Specchio”.
Alla fine sarà condannato per “associazione a delinquere” insieme a Merlino senza che i giudici abbiano rinvenuto elementi per poter distinguere fra i due un ingannato e un ingannatore.
Se Pietro Valpreda era un “infiltrato”, come Mario Merlino , fra gli anarchici, questi ultimi non erano estranei all’operazione iniziata nel mese di febbraio del 1969.
Cosa può aver fatto Pietro Valpreda quel pomeriggio del 12 dicembre 1969?
La testimonianza di Cornelio Rolandi che lo portò a piazza Fontana non è stata mai smentita. Uomo di sinistra Rolandi non ha mai avuto esitazioni o dubbi nel riconoscere nel passeggero che aveva trasportato sul suo taxi Pietro Valpreda. Da sempre comunista, Rolandi confermerà anche ai suoi compagni, in privato, il riconoscimento fatto in sede giudiziaria, come scriveranno gli stessi brigatisti che sulla vicenda avevano compiuto un’inchiesta.
Non è ipotizzabile che un uomo porti una bomba, infilata in una borsa, destinata a fare una strage usando un taxi fino al luogo dove compirà il massacro.
Non lo fa anche perché una bomba innescata con un detonatore sensibilissimo capace di esplodere anche al minimo urto, è un pericolo che un Valpreda non avrebbe mai corso.
Nessuno ha mai preso in considerazione le ragioni per le quali qualcuno, quel tragico pomeriggio del 12 dicembre 1969, lasciò all’interno della Banca commerciale una bomba che non poteva esplodere.
In apparenza un gesto senza senso, tanto più che, una volta ritrovati la borsa e l’ordigno in essa contenuti, avrebbero costituito una preziosa fonte di prove per individuare gli autori dell’attentato stragista di Milano.
La risposta può essere suggerita dall’ubicazione della Banca Commerciale che si trova a non più di un centinaio di metri da piazza Fontana.
Questa è la “bomba” che Pietro Valpreda presumibilmente trasportò sul taxi di Cornelio Rolandi a piazza Fontana, perché essa era inoffensiva, perché da quella piazza alla Banca Commerciale c’era un tragitto minimo a farlo a piedi, perché quella bomba che non poteva esplodere è servita a rassicurare gli “attentatori” convinti di compiere un gesto dimostrativo all’interno di una banca chiusa al pubblico.
È normale che Pietro Valpreda si faccia lasciare da Rolandi a piazza Fontana e non proprio dinanzi alla Banca Commerciale.
Scende, consegna la borsa con il suo innocuo contenuto a qualche compagno e se ne va.
Fra quanti hanno partecipato agli attentati del 12 dicembre 1969, la volontà di fare una strage la conoscevano in pochissimi, gli organizzatori e gli esecutori materiali, che, non a caso, non erano anarchici ma militanti di quella struttura occulta dello Stato che si chiamava Ordine nuovo.
Così, mentre gli anarchici, ingannati da Pietro Valpreda, andavano a deporre una bomba che non poteva esplodere all’interno di una banca chiusa, quelli di Ordine nuovo potevano compiere il massacro nell’unica banca di Milano ancora aperta al pubblico, quella dell’Agricoltura.
Un incastro perfetto per gli anarchici, perché alla loro buona fede non avrebbe mai creduto nessuno. Se individuati come gli autori del finto attentato alla Banca Commerciale avrebbero comunque risposto di concorso nella strage di piazza Fontana.
Erano, quindi, condannati al silenzio.
L’ordigno che non poteva esplodere all’interno della Banca Commerciale venne fatto invece esplodere cancellando così ogni possibile prova. Inchiodato dalla testimonianza di Cornelio Rolandi Pietro Valpreda dovrà inventare l’esistenza di un sosia ma non fornirà alcun alibi per quanto fatto quel pomeriggio del 12 dicembre 1969 al termine del quale, certamente è tornato a Roma dai colleghi del “Caccola”.
Perché nascondersi? Per gli attentati di Roma lui aveva un alibi perfetto dato che poteva provare che si trovava a Milano. Per quelli di Milano, lui non aveva portato la bomba all’interno della Banca dell’Agricoltura e neanche all’interno della Banca Commerciale. Chi lo aveva fatto non avrebbe mai potuto parlare.
Un solo errore: la memoria di Cornelio Rolandi, il taxista che lo aveva accompagnato a piazza Fontana, e che aveva preso forse perché in ritardo per l’appuntamento con i compagni che attendevano la bomba che non poteva esplodere, per deporla all’interno della Banca Commerciale sita a pochi minuti di strada dalla Banca dell’Agricoltura.
In un’intervista, Giancarlo Rognoni si è vantato di essere stato proprio a piazze Fontana, quel pomeriggio e in quell’orario del 12 dicembre 1969. E per entrare a deporre una borsa contenente un ordigno destinato a non esplodere, serviva comunque qualcuno che il luogo lo conosceva bene.
E Rognoni proprio alla Banca Commerciale era impiegato.
Una strage, un inganno e, forse, il suicidio di un ingannato.
Anche se per codardia umana e politica, gli anarchici italiani non hanno mai avuto il coraggio di ammettere la verità, parte di essi hanno agito con attentati dimostrativi, tranne il 25 aprile 1969 a Milano, insieme ai “neofascisti” perché con costoro condividevano la necessità di bloccare l’avanzata del Partito comunista e l’avvento di un regime clerico-marxista.
Gli anarchici italiani erano anticomunisti e non avevano dimenticato la sorte che i comunisti avevano riservato ai loro compagni in terra di Spagna, nel corso della guerra civile contro le truppe del generale Francisco Franco e dei suoi alleati italiani e tedeschi.
Gli anarchici non potevano dimenticare anche perché al vertice del Partito comunista italiano c’erano i massacratori dei loro compagni in Spagna, Palmiro Togliatti e Luigi Longo in testa.
Non serve, anzi sarebbe ipocrita scandalizzarsi perché una parte di anarchici italiani ha convenuto, in quel periodo, che era lecito stipulare un’alleanza contingente con nemici ideologici in considerazione del fatto che “i nemici dei miei nemici sono miei amici”.
In quel periodo, e ormai da diversi anni, i servizi segreti occidentali collaboravano con quelli della Cina popolare in funzione anti-sovietica.
Qualcuno aveva dato delle garanzie agli anarchici. Qualcuno che non era certamente “neofascista”, liberale, monarchico o democristiano.
Qualcuno che era certamente antifascista sempre, che era anticomunista viscerale, che con gli anarchici condivideva anche la partecipazione in Spagna alla guerra contro Francisco Franco.
Un uomo solo corrisponde a queste caratteristiche: Randolfo Pacciardi.
Sappiamo che la “cinghia di trasmissione” con l’estrema destra italiana era rappresentata da Giano Accame, inserito ai vertici dell’Unione democratica per la nuova repubblica.
Possiamo solo ipotizzare, per mancanza di elementi concreti, che a stabilire e mantenere il collegamento con gli anarchici sia stato Gino Bibbi.
Benché indagato nelle inchieste sul “Fronte nazionale” e su “Italia unita”, il nome di Gino Bibbi appare e scompare dalle pagine della storia di quel periodo senza lasciare una sola traccia.
Un anarchico vero, Gino Bibbi, esattamente come Giuseppe Pinelli.
La verità comporta scelte dolorose, a volte, che però bisogna avere l’onestà e il coraggio di compiere.
Nessuno ha mai smentito quanto scrivo da anni sul conto di Pietro Valpreda per la semplice ragione che le mie non sono opinioni, ma documentate e inoppugnabili affermazioni.
Ci sono state solo reazioni scomposte e isteriche anche da parte di quella famiglia Pinelli che avrebbe avuto tutto l’interesse di tacere, se non di avallare quanto scrivo, perché Licia Pinelli non ha certo dimenticato quanto lei stessa ha dichiarato in passato sul conto di Pietro Valpreda.
Non ci sono elementi per affermare la partecipazione di Giuseppe Pinelli agli attentati del 1969 e, in modo particolare, a quelli del 12 dicembre 1969.
Non sussistono, però, elementi per affermare l’esatto contrario.
Il giudizio della storia sul conto dell’anarchico (questo vero) Giuseppe Pinelli è necessariamente sospeso.
Sappiamo che non è riuscito a fornire un alibi su quanto fece dalle 14.30 alle 17.00 del 12 dicembre 1969.
È una certezza perché, ad affermarlo, è stato quel giudice Gerardo D’Ambrosio che era già convinto dell’innocenza degli anarchici (Valpreda e Pinelli) ancore prima di leggere gli atti dell’inchiesta romana sulla strage di piazza Fontana.
Ed è proprio Gerardo D’Ambrosio a fornire la sola spiegazione intelligente sulla morte di Giuseppe Pinelli, la sola che permette di affermarne l’estraneità al massacro del 12 dicembre 1969.
D’Ambrosio esclude perentoriamente l’omicidio di Giuseppe Pinelli da parte della polizia, così come la tesi del suicidio sostenuta dalla polizia, per affermare che la caduta fatale è stata determinata  da un “malore attivo”.
Non può sfuggire, difatti, ad osservatori attenti e non prevenuti che la tesi dell’omicidio commesso dal commissario di Ps Luigi Calabresi e dai subalterni con il concorso di un tenente dei carabinieri presente nella stanza in cui veniva interrogato Giuseppe Pinelli, comporta come logica conseguenza che l’anarchico del “Ponte della Ghisolfa” sapesse la verità sui fatti accaduti quel tragico pomeriggio.
Lunghissima è la lista dei morti per “suicidio”, fibrillazione cardiaca, incidenti vari, nessuno dei quali però ignaro dei fatti che lo Stato ed i suoi apparati volevano tenere segreti ad ogni costo, anche a quello della vita di testimoni o coprotagonisti.
Non si uccide chi non sa, chi non ha nulla da dire, da rivelare, che non costituisce una minaccia per complici e per apparati di Stato delle cui attività nulla conosce.
Per quale ragione, quindi, se Giuseppe Pinelli era innocente ed ignaro dei fatti, la polizia avrebbe dovuto ucciderlo in maniera così plateale, all’interno della stessa Questura?
Se la tesi dell’omicidio implica la conoscenza dei fatti, della responsabilità, dei piani degli attentatori ma non necessariamente la partecipazione agli eventi, quella del suicidio proverebbe proprio quest’ultima: la collaborazione con gli attentatori, magari senza avere la consapevolezza, la conoscenza preventiva che i complici avevano programmato una strage.
Il suicidio come gesto disperato di un colpevole e un ingannato.
Con buona pace di tanti, familiari di Pinelli compresi, la sola ipotesi che preserva la presunzione di innocenza di Giuseppe Pinelli e della sua ignoranza dei fatti è quella avanzata da Gerardo D’Ambrosio: un: “malore”.
ln subordine, quella avanzata dal giornalista e storico Paolo Cucchiarelli dell’incidente determinato dal tentativo di Giuseppe Pinelli di evitare uno schiaffo o un pugno tiratogli da uno dei sottufficiali presenti all’interrogatorio.
Neanche questa ipotesi che salvaguarda l’innocenza di Giuseppe Pinelli e, contestualmente, ne fa una vittima della polizia, ha evitato a Paolo Cucchiarelli un linciaggio morale guidato dal solito Adriano Sofri che, pure, avrebbe avuto tutto l’interesse di condividerla.
In realtà, solo due sono le ipotesi valide: il suicidio, sostenuto dalla polizia, e l’incidente, affermato da Paolo Cucchiarelli.
Le altre due è giusto porle in archivio.
Le presenza di Nino Sottosanti, quel 12 dicembre 1969 a casa di Giuseppe Pinelli e nelle ore immediatamente successive almeno fino alle 14.30 quando vengono visti bere un caffè insieme in un bar non ha mai avuto valenze accusatorie nei confronti dello stesso Pinelli, benché i sospetti sul conto di “Nino il fascista” si siano sempre sprecati.
Nino Sottosanti era il portiere della sede dell’Unione democratica per la nuova repubblica di Randolfo Pacciardi a Milano. E nessuno ha mai ricompreso gli uomini dell’ex ministro della Difesa nel novero di coloro che possono aver partecipato all’operazione di “destabilizzazione dell’ordine pubblico” del 1969, attentati del 12 dicembre 1969 compresi.
Eppure, Nino Sottosanti più volte ha fatto intendere di conoscere i segreti del 12 dicembre 1969 a Milano, con dichiarazioni ambigue ma egualmente esplicite nel loro significato.
Se, però, accettiamo di inserire fra i “congiurati” anche Randolfo Pacciardi ed i suoi uomini, vediamo che la presenza di Nino Sottosanti quel giorno a Milano accanto a Giuseppe Pinelli assume un significato diverso da quello rivestito fino ad oggi che non depone a favore del ferroviere anarchico e induce a pensare che le sue dichiarazioni non fossero frutto di mitomania o di millantato credito ma derivassero dalla conoscenza effettiva dello svolgimento dei fatti.
Nino Sottosanti sapeva perché l’organizzazione alla quale apparteneva ha partecipato alla manovra per “stabilizzare l’ordine politico” mediante la proclamazione dello stato di emergenza.
Se a 47 anni di distanza dal massacro di piazza Fontana non c’è una verità sulla finalità, i mandanti, gli organizzatori è perché lo Stato non può affermare la matrice antifascista e governativa di quell’operazione che doveva “destabilizzare per stabilizzare”.
L’attacco scomposto portato al giudice istruttore Guido Salvini che ha visto in prima linea il solito piduista onorario Felice Casson, insieme a Gerardo D’Ambrosio e Grazia Pradella (per fare due nomi), è iniziato nel momento in cui ha rivolto giustamente la sua attenzione agli uomini di Ordine nuovo.
Oggi nessuno osa più parlare di Pino Rauti come un “nazista” e di “Ordine nuovo” come organizzazione “nazista” ma per anni, contro ogni evidenza, queste definizioni sono state la copertura di una organizzazione che è stata, in realtà, una struttura clandestina ed occulta dello Stato.
Ho dovuto attendere 25 anni per sentire il generale Gianadelio Maletti, ex responsabile del controspionaggio militare italiano, ammettere i “buoni rapporti” intercorsi almeno fino al 1974 fra l’organizzazione di Pino Rauti e il servizio segreto militare.
A dire il vero, il 30 dicembre 1997, un alto autorevole ufficiale, il generale Vittorio Emanuele Borsi di Parma, già comandante della III armata con sede a Padova aveva parlato al giudice istruttore di Venezia Carlo Mastelloni di una

“organizzazione paramilitare di estrema destra chiamata Ordine nuovo sorretta dai servizi di sicurezza della Nato che aveva compiti di guerriglia e di informazioni in caso di invasione… Si trattava di un’organizzazione tipicamente americana munita di armamento e di attrezzature radio”.

La notizia era passata, però, sotto il più assoluto silenzio.
Ordine nuovo non era un “servizio segreto”, come ha scritto la brava Stefania Limiti, bensì era una parte di quella struttura che non è mai stata del tutto scoperta e mai è stata esattamente definita che è nota come “Gladio”.
Un riscontro c’è, anche questo sempre taciuto, anzi più che mai taciuto perché discende dalle dichiarazioni da me rese ai giudici di Bologna il 7 agosto 1984, riferite proprio a Ordine nuovo con un elenco di nomi di collaboratori dei servizi segreti italiani.
Nella notte fra il 6 e il 7 agosto 1984, a Forte Braschi, vengono distrutti 93 documenti su 804 registrati, riferiti agli anni 1956-1960, e annotati sul registro segretissimo, del cui contenuto non viene lasciata traccia.
Il fatto, scoperto dei giudici romani che indagavano su “Gladio” e riportato nella loro ordinanza del 15 luglio 1996, viene anch’esso sepolto sotto un’impenetrabile coltre di silenzio.
Gli anni ai quali erano riferiti i documenti sono quelli che vedono l’inserimento di Pino Rauti e dei suoi colleghi nella struttura denominata “Gladio” che, non a caso, viene definita dagli accordi italo-americani proprio a partire dal 1956, anno in cui anche “Ordine nuovo” esce ufficialmente dal Msi.
È normale che il Servizio segreto militare parlando io di Ordine nuovo e dei suoi rapporti con gli apparati dello Stato, si precipiti a distruggere le prove. Ma, una volta scoperta la cancellazione delle prove scritte, si ha la certezza che Ordine nuovo è stato quello che io dal 1984 affermo che sia stato: una struttura occulta dello Stato.
Felice Casson aveva provato inutilmente a togliere credibilità alle mie dichiarazioni perché “Ordine nuovo” doveva restare ad ogni costo un’organizzazione “nazista” ed “eversiva”.
Il Casson fallisce nell’intento, ma quando il giudice istruttore di Milano indirizza le proprie indagini su Ordine nuovo i cui elementi sono stati i protagonisti della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, il piduista onorario veneto riparte all’attacco.
Perché l’operazione del 1969 vede all’opera organizzazioni politiche e statali, le prime delle quali non hanno filiazioni dirette con il governo democristiano di cui sono ufficialmente all’opposizione mentre le seconde, come “Ordine nuovo”, appaiono addirittura contrapposte perfino ideologicamente al sistema parlamentare.
Questa è la verità che da 47 anni si nega.
Nel muro eretto dallo Stato e dal regime per impedire alla verità di emergere, nel corso degli anni qualche crepa si è aperta, e non di poco conto.
Il tempo non è trascorso invano per quanti non sono disposti a rassegnarsi dinanzi allo strapotere di un regime che può utilizzare a proprio piacimento magistrati politicizzati e giornalisti venduti al miglior offerente.
Non ci sono tabù da rispettare, con buona pace di quanti hanno accettato la “verità” ufficiale, quella suggerita a suo tempo dagli uffici preposti alla disinformazione dei servizi segreti civili e militari, che vedeva Pietro Valpreda “anarchico innocente”, Giuseppe Pinelli ucciso dai poliziotti agli ordini del commissario di ps Luigi Calabresi, due manovali (Freda e Ventura) spacciati Per ideatori ed organizzatori della strage, e così via mentendo.
Se ripartiamo dal 14 dicembre 1969, se al braccio operativo dello Stato (Fronte nazionale, Avanguardia nazionale, Ordine nuovo) aggiungiamo il Movimento sociale italiano di Giorgio Almirante e Nuova repubblica di Randolfo Pacciardi, vedremo che i conti tornano.
Il Movimento sociale italiano di Giorgio Almirante giocherà per la terza volta la carta della strage e della manifestazione nel mese di aprile del 1973. Questa volta a Milano.
Il 7 aprile 1973 gli uomini del Msi di Milano (Giancarlo Rognoni e gli altri) tentano di massacrare i viaggiatori del treno Torino-Roma per attribuirne la responsabilità a “Lotta continua”, in vista di una manifestazione già in programma nel capoluogo lombardo per il 12 aprile 1973 alla quale si presentano provvisti di bombe a mano.
La strage fallisce, le bombe a mano per l’idiozia di chi le lancia uccidono un poliziotto e per il Msi l’operazione di rivela politicamente un boomerang.
Rimane le reiterazione dello stesso piano attuato nel dicembre del 1969: prima la strage (12 dicembre), poi la manifestazione (14 dicembre).
I conti tornano e non importa se Giorgio Almirante viene spacciato oggi come “fondatore della destra moderna”, Franco Mario Servello è morto carico di onorificenze come benemerito della Patria e di Milano, Ignazio La Russa, è divenuto, da antifascista, ministro della Difesa, e Rauti e Giano Accame sono stati sepolti fra saluti romani e bandiere della Rsi sulle bare, Randolfo Pacciardi è ritornato ad essere l’eroe dell’antifascismo nazionale e ad Edgardo Sogno hanno intitolato perfino una strada.
I conti possono tornare egualmente se si avrà la volontà di non farsi condizionare ed intimidire da quanti temono la verità.
Contro un regime di magliari e uno Stato potente per codardia, serve solo il coraggio.
Provare per credere.

Opera, 15 agosto 2016

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