I Secondini Radicali

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di Vincenzo Vinciguerra

Nell’italico regime di malavita la commissione di reati da parte dei politici non fa più notizia da tanti anni.
La conferma viene, ultima in ordine di tempo, dalla decisione del ministro della Giustizia, Andrea Orlando, di consentire ai radicali di svolgere il loro congresso nazionale all’interno del carcere di Rebibbia, a Roma.
È vero che l’amministrazione penitenziaria è la più screditata e corrotta fra quelle dello Stato, ma è altrettanto vero che il congresso di un ex partito politico ha dei costi finanziari.

Chi paga le sale, gli stipendi ai secondini che dovranno vegliare sulla sicurezza dei congressisti, i lauti pranzi e le abbondanti libagioni garantiti agli stessi?
Quanto costerà all’amministrazione penitenziaria il congresso nazionale dei radicali a Rebibbia?
Vogliamo saperlo, perché purtroppo questa amministrazione vive con i soldi dei contribuenti italiani, i quali non seno tenuti a pagare di tasca propria il congresso dell’inesistente partito radicale.
La Procura della repubblica di Roma non ha nulla da obiettare? La Corte di conti nemmeno?
I radicali non hanno nulla da dire agli italiani se non quello che è il loro cavallo di battaglia: lo spaccio legalizzato delle droghe leggere.
A questo aggiungiamo la difesa degli “ultimi” che, poi, sarebbero i detenuti.
Una affermazione che non trova riscontro nella realtà. Nel supermercato carcerario di Opera, a Milano, ci sono detenuti che hanno avuto da Rita Bernardini la promessa di interventi a loro favore che, puntualmente, non ci sono stati.
In realtà, all’interno dei mandamenti penali italiani, i radicali cercano voti e iscritti a pagamento, vendendo illusioni e spargendo menzogne.
Si confondono con i secondini che pretendono di “rieducare” i detenuti (l’ultimo, qui ad Opera, è in questo periodo impegnato a rapinare supermercati) e che hanno nei radicali un supporto prezioso per vendere il prodotto avariato della “rieducazione”.
È chiaro che i secondini non stanno dalla parte degli “ultimi”, a meno che non siano paganti o raccomandati, come può testimoniare Sergio “Caino” D’Elia che, già ferocissimo militante di “Prima linea”, ancora un minuto prima di essere arrestato programmava lo sterminio di poliziotti, fascisti e borghesi, e un minuto dopo scopriva la sacralità della vita umana e la via della redenzione carceraria che tanto bene gli ha fatto e tanto presto lo ha fatto scarcerare.
Non tutti i detenuti sono furbissimi come “Caino” D’Elia, così che per loro non ci sarà mai un seggio parlamentare e la presidenza di una associazione “umanitaria”.
Per un “Caino” che fatto fortuna partendo da una condanna a 25 anni di reclusione, per tutti gli altri c’è solo la galera che non sarà resa meno dura da Rita Bernardini e dalla sua banda.
Lo sfruttamento intensivo che i radicali fanno del problema carcerario deve finire.
E deve finire anche il sostegno che l’amministrazione penitenziaria concede ai radicali, il cui intervento non ha mai risolto un solo problema dei mille che affliggono il sistema carcerario italiano.
Vengono in carcere, la Rita Bernardini e “Caino” D’Elia, accolti festosamente dai secondini, perché ormai sono colleghi, parlano e parlano e, soprattutto, sbafano pranzi e rinfreschi che loro non pagano.
Ora bisogna pagargli anche il congresso nazionale?
Per chi vive a contatto quotidiano con l’assenza di giustizia in Italia e con la miseria morale e intellettiva di una amministrazione penitenziaria affidata alla guida ed al controllo di burocrati giudiziari, ovvero di secondini togati che portano intera la responsabilità di quello che è il sistema carcerario italiano, l’esibizionismo radicale diviene insopportabile.
Più di altre formazioni politiche italiane, i radicali guidati da Marco Pannella, Emma Bonino e compari sono sempre stati a fianco di Israele e contro il popolo palestinese.
Sono convinti di essere credibili come difensori degli “ultimi” all’interno e, contestualmente, estimatori degli oppressori all’esterno, mentre appare evidente la strumentalizzazione che fanno, in Italia, della sofferenza altrui per ragioni elettoralistiche.
Per quanti non hanno mai avuto una parola di solidarietà con un popolo di oppressi come quello palestinese.
Per quanti hanno sempre avuto parole di elogio per i massacratori dei palestinesi, il loro congresso avrebbero dovuto farlo nei locali messi a disposizione dall’ambasciata israeliana o dalla comunità ebraica.
Invece, un disinvolto ministro della Giustizia gli concede il carcere di Rebibbia. A spese nostre.
Inaccettabile e penalmente rilevante.

Opera, 20 agosto 2016

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