I Nemici della Verità

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di Vincenzo Vinciguerra

I sefarditi del “Corriere della sera” non hanno speso una sola parola sulle motivazioni della sentenza di condanna emessa dalla Corte di assise di appello di Milano a carico di Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte.
A dire il vero, avevano già relegato nelle pagine della cronaca di Brescia  il resoconto dell’intero processo di appello per la strage del 28 maggio 1974.
Il quotidiano italo-israeliano aveva dato risalto alla difesa di Bossetti, condannato infine all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, alla “coppia dell’acido” alla quale ha dedicato pagine e pagine, ma non aveva pubblicato un rigo sulle pagine nazionali e milanesi su quel processo che agli italiani avrebbe dovuto interessare ben più delle squallide vicende di cui si è occupato
La ragione del silenzio dei sefarditi del “Corriere della sera” è facilmente intuibile.

Per ordini superiori, Paolo Mieli e compari e cumparielli sono impegnati a dimostrare agli italiani che negli anni Sessanta e Settanta in Italia si sono affrontati il Bene, rappresentato dallo Stato democristiano, e il Male, nel quale erano confluiti tutti i “terroristi” di destra e di sinistra.
Paolo Mieli aveva sprecato ben due pagine del “Corriere” per esaltare quanto scritto da un tale Vladimiro Satta per affermare, appunto, che lo Stato ha combattuto e vinto i “terrorismi” nero e rossi e che solo i “dietrologi” oggi possono affermare il contrario, e cioè che, in realtà, dietro i “neri” e, in parte, dietro i “rossi” c’era lo Stato con tutti i suoi apparati di sicurezza e di polizia supportati dai servizi segreti atlantici, americani ed israeliani.
Figurarsi! Piuttosto che accettare di scrivere almeno parzialmente questa verità, Paolo Mieli resterebbe a digiuno per almeno tre giorni.
Eppure, con buona pace dello sconosciuto Satta e del noto (in cucina) Mieli per provare la responsabilità dello Stato  nella guerra civile italiana è sufficiente allineare uno dietro l’altro tutti i nomi dei suoi rappresentanti finiti sul banco degli imputati nei vari gradi di giudizio.
Non esistono dati dettagliati sul numero di ufficiali e sottufficiali delle Forze armate, carabinieri, polizia di Stato, servizi segreti militari e civili inquisiti a vario titolo nelle inchieste per “terrorismo”, “eversione” ecc. ecc.
Possiamo dire che sono tanti.
Dai condannati ai prosciolti per prescrizione di reato, agli assolti per insufficienza di prove o con formula piena, il numero è tale da confutare, senza sprecare parole, i velinari alla Mieli e alla Satta.
Perché, se pure è vero che tanti ne sono usciti con assoluzioni, è altrettanto vero che se fosse vero il contenuto delle veline utilizzate dai giornalisti italiani chiamati ad esaltare la guerra vittoriosa dello Stato contro i “terrorismi”, non uno di questi ufficiali, sottufficiali e funzionari di polizia e dei servizi segreti sarebbe mai dovuto salire sul banco degli imputati, o anche solo essere raggiunto da un indizio di reato, per collusione con i “terroristi”, falsa testimonianza, soppressione di documenti, depistaggi.
Sempre che non si voglia affermare che i magistrati che hanno indagato sul “terrorismo” soprattutto “nero” fossero, in realtà, eversori togati, si dovrà convenire che nel corso delle indagini che hanno svolto costoro hanno trovato elementi tali da obbligarli ad inquisire gli uomini dello Stato, spesso a rinviarli a giudizio, talora a pervenire a sentenze irrevocabili di condanna.
L’onestà intellettuale che manca ai Mieli e ai Satta, tanto cari al cuore del Partito democratico, suggerisce che uno Stato che ha visto prosciolti per prescrizione di reato, cioè colpevoli ma non punibili per il tempo decorso, un capo della polizia (Angelo Vicari), due direttori della divisione Affari riservati (Elvio Catenacci e Umberto Federico D’Amato), condannati un responsabile del controspionaggio militare (Gianadelio Maletti), un capitano dello stesso servizio (Antonio Labruna), un generale dei carabinieri (Dino Mingarelli), un colonnello dei carabinieri (Antonino Chirico), che ha visto salire sul banco degli imputati un generale di brigata dell’Esercito (Amos Spiazzi), un generale di divisione dei carabinieri (Francesco Delfino), solo per citare gli esempi più noti, non può affermare, senza mentire consapevolmente, di aver combattuto in maniera lineare, limpida, trasparente contro il “terrorismo”.
La pretesa di costoro di vincere sul piano mediatico utilizzando le armi dell’omissione (come ha fatto il “Corriere della sera” nel caso del processo di appello per la strage di Brescia), della distorsione dei fatti e dell’aperta menzogna quella battaglia che hanno perduto perfino sul piano giudiziario è destinata, nel tempo, a naufragare.
Perché è vero che la magistratura nel suo complesso ha assolto il compito di proteggere lo Stato e di salvaguardarne l’immagine, con il pretesto che la responsabilità penale è personale, vietandosi in tal nodo di indagare sui massimi vertici politici e militari, ma è altresì rispondente alla verità che sono stati magistrati, non “terroristi”, a denunciare depistaggi a getto continuo e a mandare sotto processo ufficiali e funzionari dei servizi segreti e dei Corpi di polizia.
Lo Stato e il regime hanno ritardato con la complicità di tutte le forze politiche l’approvazione della legge che inserisce il reato di depistaggio nel codice penale di ben 23 anni.
Formulata dal giudice istruttore di Milano Guido Salvini nel mese di luglio del 1993, venne rilanciata dell’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro il 2 agosto 1994 a Bologna nel corso della commemorazione della strage alla stazione ferroviaria del 2 agosto 1980.
Scalfaro s’impegnò solennemente a far approvare dal Parlamento, in tempi rapidi, la legge che istituiva il reato di depistaggio.
Promessa non mantenuta, dilazionata nel tempo per ben ventidue anni nel corso dei quali al governo si sono alternate le forze di centro-destra e di centro-sinistra.
La ragione è semplice. Non potevano inserire il reato di depistaggio nel codice penale nel 1994 perché ancora erano in corso le istruttorie per la strage di Brescia del 28 maggio 1974, della Questura di Milano del 17 maggio 1973 e di piazza Fontana, sempre a Milano, del 12 dicembre 1969.
Queste sono verità palesi, che non bisogna scoprire in polverosi archivi statali, perché sono sotto gli occhi di tutti gli italiani.
Se la Democrazia cristiana ed i suoi alleati laici, dinanzi alla Storia, portano la responsabilità della guerra civile italiana, l’ex Partito comunista, oggi Partito democratico, con i suoi alleati portano quella della menzogna, della falsificazione, dei depistaggi.
La linea di continuità fra la prima Repubblica e la cosiddetta seconda Repubblica non c’è solo nella corruzione e nel ladrocinio del pubblico denaro, nel sostegno alla mafia emersa infine come forza di governo (vedi Berlusconi-Dell’Utri), ma anche nella negazione sfacciata della verità sulla guerra civile italiana.
Il presidente della Corte di assise di appello di Milano, dottoressa Anna Conforti, dopo aver consultato migliaia di atti processuali (a differenza di Mieli e di Satta) ha potuto scrivere che all’epoca delle bombe esisteva una “mala-vita anche istituzionale”.
Noi ci permettiamo di affermare, senza timore di smentite, che sparito il cosiddetto “terrorismo”, oggi rimane ancora in attività la mala-vita istituzionale dalla quale alla fine gli italiani dovranno decidere di liberarsi.
E a quest’opera igienico-sanitaria continueremo ad offrire, senza stancarci, il nostro contributo.

Opera, 13 settembre 2016

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