Giustizia Cercasi

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di Vincenzo Vinciguerra

In questo deserto morale e intellettivo che è la Casa chiusa di Opera, capita di incontrare persone condannate in modo, a dir poco, singolare da giudici stravaganti, distratti o incompetenti.
Ma il caso di Bakiasi Edrin, albanese, condannato a 15 anni e 8 mesi di reclusione per concorso in omicidio volontario, si presenta con caratteristiche inquietanti, tali da far sorgere il sospetto legittimo e fondato che l’inchiesta giudiziaria a suo carico sia stata condizionata – e la condanna determinata – da esigenze che nulla hanno a che vedere con la giustizia.

Un’opinione che si basa sulla lettura della istanza di revisione del processo presentata dall’avvocato Marika Piazza del Foro di Milano, che ha posto con rara generosità la sua competenza professionale al servizio di una giusta causa prescindendo dalle qualità umane del condannato e – cosa rarissima fra gli avvocati – dalla modestia delle sue possibilità finanziarie.
La storia in cui è rimasto coinvolto Bakiasi Edrin non è bella, perché matura nell’ambiente di lenoni albanesi che in Italia trovano terreno fertile e appoggi insospettabili per svolgere la loro attività.
Inizia il 21 febbraio 2007 all’esterno del “Sigo Disco Bar” di Palazzolo dell’Oglio (Bs), quando il Bakiasi in compagnia di quattro sodali (Taku, Sulo Altin, Bushi e il fratello) vi giungono verso le ore 22.00 per incontrare i rappresentanti di un altro gruppo di lenoni, anch’essi albanesi, composto dai tre fratelli Ibrahimi e da Harremi Gazmed.
I due gruppi hanno una questione da risolvere: collocare in un posto diverso una prostituta, la “zingarella”, su richiesta degli Ibrahimi.
A dire il vero, uno o due giorni prima il Bakiasi si era incontrato con Harremi Gazmed e uno dei fratelli lbrahimi per discutere del fatto e si era impegnato a far cambiare di posto la “zingarella”.
In un mondo di lenoni l’onore e il rispetto della parola data sono inesistenti, quindi il Bakiasi e i suoi amici si erano ben guardati dal mantenere la promessa.
La sera del 21 febbraio 2007, quindi dovevano definire una volta per tutte la questione in modo che si raffigurava pacifico.
L’incontro avveniva in un locale pubblico, Bakiasi era spalleggiato da quattro amici, pertanto in superiorità numerica rispetto ai loro interlocutori (i tre fratelli e Harremi), quindi non avevano armi tranne Sulo Altin che deteneva abitualmente una pistola all’interno della propria vettura per via del suo ruolo di “protettore”.
È giusto rilevare che anche Sulo Altin lascia la pistola in macchina ed entra nel bar, insieme a Bakiasi Edrin, debitamente disarmato.
Il gruppo antagonista è composto da albanesi di montagna, i quali non hanno accettato lo sgarbo fatto loro da Bakiasi e, di conseguenza, hanno predisposto un agguato finalizzato a prelevare quest’ultimo e a portarlo in un posto dal quale non sarebbe mai più tornato.
La trappola scatta quando Harremi e uno dei fratelli lbrahimi entrano nel bar ed invitano Bakiasi e Sulo a seguirli fuori. Qui giunti, i due ignari lenoni si trovano aggrediti da un numero di persone ben superiore al previsto che provvedono a separarli e tentano di immobilizzare il Bakiasi, gettato a terra da almeno cinque o sei persone, mentre i portabagagli di due delle macchine con le quali sono giunti gli Ibrahimi vengono aperti.
Dei cinque del gruppo Bakiasi, uno si dilegua subito (Taku) dopo essere stato minacciato e fatto segno di un colpo di pistola sparato presumibilmente da Harremi Gazmed; Bushi e il fratello, visto la preponderante superiorità numerica degli avversari, alcuni dei quali armati di pistola, si allontanano alla chetichella fingendo di essere semplici avventori del bar.
La situazione e la vita di Bakiasi Edrin la salva Sulo Altin che si reca alla macchina, parcheggiata a pochi metri, estrae la pistola e spara colpendo uno dei fratelli Ibrahim per essere a sua volta aggredito e disarmato degli altri.
Tocca ora a Bakiasi tentare di salvare l’amico. Così anche lui va alla macchina, prende un coltellino di quattro centimetri e con questo colpisce alla spalla uno dei fratelli Ibrahimi che, con altri tre o quattro complici, è su Sulo Altin, a terra, con l’intento di finirlo.
Quelli mollano Sulo e si avventano su Bakiasi che si salva scavalcando la rete di recinzione e fuggendo in campagna. Anche Sulo, benché seriamente ferito, riesce a salire sulla propria vettura e ad allontanarsi.
Anche i fratelli Ibrahimi, uno dei quali è morto, un altro è ferito, scappano insieme ai loro amici.
La vicenda è chiara.
Cinque lenoni che si credevano furbi ma non lo erano si sono trovati circondati da almeno 15-16 persone, forse più, che intendevano prelevare Bakiasi Edrin, colpevole di non avere rispettato la parola data, per poi finirlo con calma lontano da occhi indiscreti.
E qui avviene qualcosa di sorprendente.
I carabinieri che svolgono le indagini si concentrano esclusivamente su Bakiasi Edrin ed i suoi amici, trascurando totalmente i loro avversari sul conto dei quali non approfondiscono alcun elemento.
Peggio: con un gioco che sa di prestigio, trasformano il Bakiasi e i suoi sodali negli aggressori, li presentano armati di pistola, li fanno giungere sul luogo a bordo di una Mercedes parcheggiata sotto l’abitazione dei coniugi Toti Cristina e Paolo Marella, distante una cinquantina di metri dal bar, spacciano lo stesso Bakiasi come il capo che spara ben tre colpi di pistola in direzione del bar prima di risalire a bordo della macchina e fuggire con i complici.
La ricostruzione dei carabinieri non trova il conforto di un solo – dicasi uno – elemento di riscontro.
Negli atti processuali e negli stessi rapporti compilati dai carabinieri con l’ausilio di una voce confidenziale e delle intercettazioni ambientali, ci sono le prove dell’esatto di quanto asseriscono.
I carabinieri sanno che il Bakiasi è giunto sul posto alle 22.00 insieme a Taku, a bordo della vettura Hyunday di coloro grigio, che con lui è giunto Sulo Altin con la propria Seat Toledo bleu e, infine, Bushi e il fratello a bordo di una Honda.
I carabinieri sanno perché hanno raccolto le testimonianze accusatorie di Harremi Gazmed e dei fratelli Ibrahimi, dei testimoni, di quelle inconsapevoli e, pertanto pienamente attendibili, degli stessi Bakiasi e Taku ascoltati con le microspie ambientali.
I carabinieri sanno la verità ma tanto non basta perché un sottufficiale affermi, in un rapporto, l’esatto contrario, e cioè che il Bakiasi e i suoi quattro amici sono giunti, insieme, a bordo della Mercedes e insieme sono ripartiti portando come elemento di riscontro la testimonianza dei coniugi Toti Cristina e Paolo Marella.
E le macchine descritte dai due fratelli Ibrahimi, da loro viste nel parcheggio del bar dove si è svolto lo scontro?
Per l’ineffabile sottufficiale dei carabinieri, gli Ibrahimi non hanno voluto fare i nomi dei loro “aggressori” per un’etica malavitosa, ma hanno inventato la presenza delle loro macchine per consentirne egualmente l’identificazione.
A parte il fatto che se i fratelli Ibrahimi avessero avuto un’etica, sia pure da lenoni, non avrebbero indicato neanche le macchine, rimane il fatto, provato processualmente, che i nomi non li potevano fare per il fatto che sarebbe stato in netto contrasto con la loro linea difensiva.
I due, con Harremi Gazmed, avevano difatti sostenuto che la “rissa” era scaturita per banali motivi con connazionali ad essi sconosciuti.
Non potevano quindi contraddirsi facendo i nomi. Potevano solo – e lo hanno fatto – farli identificare indicando ai carabinieri con estrema precisione le macchine viste nel parcheggio: la Hyundai di Bakiasi, la Seat Toledo di Sulo, la Honda di Bushi e del fratello.
I tre, difatti, inventando che si erano scontrati con connazionali sconosciuti volevano evitare una denuncia ed una condanna per sfruttamento della prostituzione. Obiettivo, peraltro, pienamente raggiunto.
La sorpresa, però, non è completa se non si prende atto del comportamento dei magistrati che hanno avallato la tesi dei carabinieri, con qualche esitazione il gip, con qualche contraddizione il pubblico ministero, con totale adesione il gup, lo stesso che ha pronunciato la condanna a 16 anni di reclusione per concorso in omicidio volontario a carico del Bakiasi.
La Corte di assise di appello di Brescia non ha creduto alla ricostruzione del Gup ed ha assolto Bakiasi Edrin dall’accusa di concorso in omicidio volontario condannandolo solo per rissa.
La stessa procura generale della Corte di cassazione ha sconfessato la ricostruzione del Gup chiedendo la conferma dell’assoluzione di Bakiasi per l’omicidio e la riduzione della pena inflittagli per rissa, ma la Corte di cassazione le ha dato torto.
Così dopo un secondo processo di appello a Milano, il Bakiasi si è ritrovato con una condanna a 15 anni e 8 mesi ai reclusione, passata regolarmente in giudicato.
Rimane ora la speranza che l’intelligenza e la capacità professionale dell’avvocato Marika Piazza, riescano a ristabilire la giustizia e a far assolvere, in un processo di revisione, Bakiasi Edrin.
Perché la giustizia sia fatta in modo totale, però, a nostro avviso andrebbe compiuta un’indagine per accertare le ragioni per le quali è stata stravolta l’evidenza dei fatti e quindi la verità.
La possibilità che si possa istruire un processo per depistaggio, il primo in Italia, non possiamo affermarla, ma tantomeno possiamo, alla luce delle nostre conoscenze, escluderla.

Opera, 21 settembre 2016

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