I Nemici dell’Italia

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di Vincenzo Vinciguerra

L’Italia del 2016 è un gigantesco mercato nel quale i suoi dirigenti ed aspiranti dirigenti cercano di mettere ordine sfornando programmi su programmi.
Chiuse nei cassetti della storia le ideologie, caduti in disuso gli ideali, abolite le idee rimane solo la compra-vendita di beni, di azioni, di uomini.
Un mercato di 60 milioni di persone deve continuare ad esistere nella forma di una nazione che, in realtà, si manifesta solo negli stadi di calcio e nel corso di eventi sportivi quando risuona l’inno d’Italia che, ormai, tutti ascoltano con la mano sul cuore nello stile – anche questo – degli americani quando, viceversa, nello stile della Italia che fu si ascoltava sugli attenti.
Un mercato, l’Italia, ma anche una base militare di cui gli Stati uniti non possono ancora prescindere perché dal suo territorio è possibile controllare il mar Mediterraneo ed intervenire con rapidità in Medio Oriente e nei Paesi nord-africani.

Dalla data del 3 settembre 1943 quando fu firmato l’armistizio con le potenze anglo-sassoni, voluto da Vittorio Emanuele III che pensava, in questo modo, di garantire alla dinastia dei Savoia il governo del Paese, sono passati 73 anni per ritrovarci nel 2016 con una parodia di Nazione e una macchina burocratica che chiamano Stato che svolge il proprio compito di prevenzione e di repressione del dissenso perché nulla cambi, perché nessuno osi più ribellarsi al controllo dell’impero americano.
Lo Stato, così mitizzato dalla destra e dalla estrema destra, è in realtà una macchina burocratica camaleontica che assume il colore di chi comanda o, se si preferisce, una prostituta burocratica in vendita al miglior offerente.
E il migliore offerente dal 3 settembre 1943 sono stati gli Stati uniti.
Nella storia del dopoguerra, un solo uomo di questa classe dirigente ha fatto, in campo energetico, una politica dell’Italia per l’Italia.
Si chiamava Enrico Mattei e lo hanno ucciso il 27 ottobre 1962 facendo esplodere l’aereo sul quale viaggiava.
Con l’ingresso nella Nato, osteggiato dagli Stati uniti, ma ottenuto grazie all’intervento del Vaticano e della massoneria internazionale interessata dall’allora ministro degli Esteri Carlo Sforza, ogni speranza di pace, che sarebbe stata assicurata da una politica di neutralità, è stata soffocata.
In un’Europa divisa dai patti di Jalta, l’esclusivo convito dell’anticomunismo clericale e laico al potere sarebbe stato quello di contenere l’avanzata elettorale del Partito comunista.
I dirigenti politici italiani non ne sono stati capaci.
E quando si è profilata la possibilità che i patti di Jalta avrebbero potuto essere aggirati da una vittoria elettorale del Partito comunista che, necessariamente, sarebbe stato chiamato a co-governare l’Italia, hanno trasformato una guerra civile strisciante in conflitto aperto noncuranti delle conseguenze che questa scelta avrebbe comportato per il popolo italiano.
Il Partito comunista italiano era, in realtà, uno strumento della politica estera sovietica, come la Democrazia cristiana ed i suoi alleati lo erano della politica estera americana, ma l’interesse sovietico era circoscritto alla neutralità dell’Italia, cosa che gli Stati uniti non ritenevano di poter consentire paventando la necessità di dover smantellare le loro basi militari e di perdere in questo modo il controllo della loro portaerei geografica nel Mediterraneo.
Una guerra civile scatenata per difendere interessi stranieri.
Una guerra civile scatenata dalla classe dirigente anticomunista, con la benedizione del Vaticano, utilizzando quella macchina burocratica che chiamano Stato.
La magistratura italiana nel suo complesso ha sempre delimitato le responsabilità nel campo di coloro che obbediscono, mai in quello di coloro che comandano, ma in realtà così non è.
I servizi di sicurezza, le forze di polizia e militari si uniformano alle direttive che ricevono dai responsabili politici.
Una realtà che lasciamo negare e confutare ai balordi mediatici e pseudo storici che vanno per la maggiore in un Paese senza libertà come il nostro.
La verità è che lo Stato che si vuole aggredito del “terrorismo” ha riportato più inquisiti che morti.
E l’accusa che più di ogni altra ha portato politici e uomini dello Stato sul banco degli imputati è sempre stata quella di reticenza e falsa testimonianza, ovvero di depistaggio delle indagini per impedire l’emergere della verità sui fatti oggetto di investigazione.
Ci sono incappati due presidenti del Consiglio, Giulio Andreotti e Mariano Rumor, ed un ministro della Difesa, Mario Tanassi, nell’ambito dell’inchiesta sulla strage di piazza Fontana, salvati dal processo dal voto del Parlamento che ha respinto l’autorizzazione a procedere richiesta dalla magistratura di Catanzaro il 18 marzo 1982.
Mariano Rumor è stato indiziato di reato anche dalla Corte di assise di Venezia innanzi alla quale si svolgeva il processo per l’attentato di Peteano.
Stessa sorte hanno avuto due segretari nazionali del Movimento sociale italiano, Giorgio Almirante imputato di favoreggiamento nei confronti di Carlo Cicuttini e salvato dall’amnistia, e Pino Rauti per il quale è stata l’autorizzazione a procedere di cui nulla si è più saputo.
Un ex ministro della Difesa, il repubblicano Randolfo Pacciardi, si è ritrovato imputato in due distinti “golpes”, quello attribuito a Junio Valerio Borghese nel dicembre del 1970, e il secondo che ha avuto come protagonista Edgardo Sogno nell’agosto 1974.
Pino Rauti è stato imputato in ben due processi per strage, quella di piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969, e di piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974.
Lui ne è uscito prosciolto ed assolto ma i suoi subalterni sono stati condannati.
Anche i vertici militari si sono trovati sfiorati dalla bufera giudiziaria.
L’ammiraglio Eugenio Henke, prima direttore del Sid, poi capo di Stato maggiore della Difesa, il 15 ottobre 1997 è stato apertamente accusato del procuratore generale di Catanzaro di reticenza e falsa testimonianza.
Il capo di Stato maggiore dell’Esercito, Francesco Mereu, è stato indicato dal Sid, nel rapporto del 20 giugno 1974, come partecipe al tentato golpe Borghese del 7-8 dicembre 1970.
Il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, Duilio Fanali, sarà perfino imputato nel processo per il tentato “golpe”, per essere provvidenzialmente prosciolto dal giudice istruttore di Roma il 5 novembre 1975.
Identica sorte toccata all’ammiraglio Giuseppe Roselli Lorenzini, capo di Stato maggiore della Marina.
Mentre un altro ammiraglio, Giovanni Torrisi, sarà tardivamente chiamato in causa dal capitano Antonio Labruna, il 24 gennaio 1990, in sede giudiziaria sempre per partecipazione al tentato “golpe Borghese”. Intanto Torrisi avrà fatto una brillantissima carriera militare ricoprendo le cariche di capo di Stato maggiore della Marina e, infine, di capo di Stato maggiore della Difesa per trovarsi coinvolto, senza conseguenze, nello scandalo della loggia P2 alla quale era iscritto.
Per tacere dei vertici dell’Aeronautica militare – travolti per il ruolo ricoperto nei depistaggi seguiti alla strage di Ustica.
E che dire dei capi del servizio segreto militare?
Il generale Vito Miceli sarà arrestato il 31 ottobre 1974, nell’ambito dell’inchiesta padovana sulla “Rosa dei venti” e imputato anche nel processo per il “tentato golpe Borghese”.
Giuseppe Santovito sarà addirittura arrestato il 2 dicembre 1983, per aver fornito notizie coperte dal segreto ad un giornalista di Panorama, nel 1980, con fini depistanti sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980.
Il generale Ninetto Lugaresi sarà rinviato a giudizio, il 28 giugno 1989, nell’ambito del processo sul traffico di armi fra l’Olp e le Brigate rosse.
L’ammiraglio Fulvio Martini, infine, sarà chiamato a rispondere, il 15 luglio 1996, delle attività della struttura clandestina Stay-behind dalla procura della Repubblica di Roma.
Per i loro subalterni c’è solo l’imbarazzo della scelta su chi segnalare.
Il generale Pietro Musumeci e il colonnello Giuseppe Belmonte, condannati per i depistaggi seguiti alla strage di Bologna del 2 agosto 1980; il generale Gianadelio Maletti e il capitano Antonio Labruna, condannati per favoreggiamento nei confronti di Marco Pozzan al processo per la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, a Milano; il capitano Antonio Labruna, Rocco Manlio e Monico Renzo, prosciolti per prescrizione di reato nel processo per i depistaggi seguiti all’attentato di Peteano del 31 maggio 1972; il generale Sandro Romagnoli, prosciolto per prescrizione di reato nel processo per la strage di Milano del 17 maggi 1973.
Gran parte degli ufficiali del servizio segreto militare coinvolti provenivano dai ranghi dell’Arma dei carabinieri, ma anche l’Arma territoriale non è uscita indenne dai processi della guerra civile e politica, basti ricordare il generale Dino Mingarelli, il tenente colonnello Antonino Chirico condannati per depistaggio nel processo per l’attentato di Peteano, e il tenente colonnello Manlio Del Gaudio prosciolto per prescrizione di reato.
Non è andata meglio al ministero degli Interni, con un capo della polizia, Angelo Vicari, prosciolto per prescrizione di reato il 3 gennaio 1989 e il direttore della divisione Affari riservati, Umberto Federico D’Amato, anch’egli prosciolto con la stessa motivazione alla medesima data nel processo di Peteano.
Un ex direttore della divisione Affari riservati e vice capo della polizia, Elvio Catenacci, salvato insieme al capo dell’ufficio politico della Questura di Roma, Bonaventura Provenza, dal giudice istruttore di Milano Gerardo D’Ambrosio, il 18 marzo 1974, mentre un terzo, il capo dell’ufficio politico della Questura di Milano, Antonino Allegra, se la caverà con l’amnistia.
Pochi nomi su un totale che supera ampiamente le 200 unità per dire, citando nomi, date e cifre, che i nemici dell’Italia non sono stati i “terroristi rossi” (quelli cosiddetti “neri” sono stati il braccio operativo dello Stato) ma i suoi dirigenti politici, militari e di sicurezza.
Non si venga a dire che la gran parte degli accusati è stata assolta perché ci sono magistrati che in un Paese civile sarebbero stati espulsi dall’Ordine giudiziario proprio per le assoluzioni totalmente immotivate che hanno pronunciato.
Insieme agli assolti, ci sono i beneficati dalla prescrizione dei reati cioè colpevoli ma non punibili per il tempo decorso dalla loro commissione e i condannati con sentenze passate in giudicato.
Troppi per consentire ai balordi mediatici e pseudo storici di continuare ad affermare che lo Stato è stato “aggredito” e che ha combattuto e sconfitto il “terrorismo”.
La verità storica ci dice che senza quei dirigenti politici e militari non ci sarebbe stato “terrorismo” né guerra civile.
Che senza i loro eredi ed i loro complici ancora oggi al potere, ci sarebbe la verità che, viceversa, viene ancora negata.
Nemici ieri, nemici oggi.

Opera, 23 settembre 2016

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