Coerenza

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di Vincenzo Vinciguerra

Qualcuno si chiede per quali ragioni non abbia mai chiesto e, ancora oggi, non chieda di uscire dal carcere.
In molti è radicato il convincimento che dal carcere italiano si possa uscire anche senza pentimenti. E questo è vero se si intendono pentimenti giudiziari, ovvero collaborazione con la cosiddetta giustizia.
È altrettanto vero che, in realtà, è preteso un pentimento morale, non importa se fittizio o meno, espresso in chiare ed inequivocabili lettere nelle istanze scritte, nei colloqui con i magistrati di sorveglianza, e con i secondini che rivestono il ruolo di educatori, criminologi, psicologici e così via.
Nel caso di militanti politici è esplicita la richiesta di pentimento ideologico perché lo Stato la sua vittoria la vuole totale, non parziale.
I cosiddetti dissociati sono, pertanto, pentiti morali, politici e ideologici.

Persone che hanno rinnegato il loro passato, le loro idee, i loro compagni vivi e morti per ottenere in cambio un buon trattamento carcerario e i sospirati benefici di legge: permessi premiali, semi-libertà, libertà condizionale se condannati all’ergastolo.
Lo Stato italiano è confessionale non laico, quindi bisogna chiedere perdono ad esso, alla società, ai familiari delle vittime se ci sono, e bisogna dimostrare di essere cambiati, di voler fare del bene per rimediare al male fatto in passato.
Il carcere italiano, se vogliamo, è un convento all’interno del quale cattivi monaci e malevole monache s’ingegnano a far guadagnare i benefici di legge ai “cattivi” che custodiscono con una serie infinite di angherie e di umiliazioni, ritenute il prezzo da pagare per la redenzione, per tornare nel gregge, per cambiare il colore della lana e da nera tornare pecora bianca.
Quasi tutti, o forse tutti (mancano dati in proposito), coloro che hanno agito sul terreno negli anni Settanta ed Ottanta, si sono all’epoca creduti lupi e, poi, entrati in carcere hanno scoperto di essere soltanto pecore con la lana sporca.
Da questa constatazione è nata la dissociazione che è una parola in apparenza pulita per occultare un’operazione sporca nella quale si sono fatti coinvolgere, nell’inesorabile trascorrere del tempo tutti o quasi.
Quanti affermano di essere usciti dal carcere a teste alta, senza pentimenti, mentono sapendo di mentire e solo gli ipocriti possono avallare le loro dichiarazioni.
In realtà sono usciti in ginocchio e piangendo, ostentando il ripudio delle loro idee e del passato, accampando buoni propositi, dando prova di desiderare solo, uscendo, di andare a coltivare patate in qualche comunità di preti.
E lì sono rimasti confinati, in attesa che qualche giornalista li vada a trovare per compiacersi di ascoltare le loro parole di ravvedimento e di rimorso.
“Abbiamo provocato tanto dolore”, balbetta appena gliene offrono la occasione il poliziotto ausiliario Mario Tuti che è riuscito a fare il “duro” per dodici anni appena (dal luglio 1975 all’agosto 1987) poi è crollato per terra, in ginocchio, studiando da perito agrario per andare a coltivare pomodori, zucchine, cocomeri e, manco a dirlo, ha fatto un cd sul Giubileo, illuminato da Gesù.
E che dire del killer Pierluigi Concutelli che, dopo 13 anni, si è perfino iscritto al Partito radicale e il primo permesso lo ha fatto a casa del cappellano di Rebibbia?
E questo iter miserevole e miserabile lo hanno percorso tutti coloro che hanno ottenuto i benefici di legge e, in molti, sono oggi in quella che chiamano libertà.
Il 20 giugno 1984, in un verbale giudiziario, ho dichiarato che avrei provato la responsabilità dello Stato nel terrorismo e nelle stragi, senza mai chiedere benefici di sorta.
Ho mantenuto la parola e continuerò a mantenerla.
Per coerenza prima di tutto, per dignità perché non simulo ravvedimenti per avere il permesso premio o la semi-libertà o altro ancora, perché conservo integro il mio patrimonio ideale ed ideologico, e mantengo intatto il mio disprezzo per uno Stato che posso definire, senza essere smentito, delinquente e terrorista.
Sono trascorsi 37 anni e sono ormai entrato nel 38° anno di carcere, trascorsi fronteggiando le infamie dello Stato secondino capace di ogni azione ignobile per piegare la resistenza di chi si oppone, di chi non cede, unico e solo.
In un Paese di cinici e di scettici, nessuno ha mai voluto credere che la scelta fatta nella primavera del 1984 esprimeva la volontà di morire in carcere non di uscirne.
Una scelta troppo difficile da comprendere in un mondo dove la codardia è considerata una virtù.
Dopo 32 anni da quei giorni, cominciano a prendere atto, rabbiosamente, perfino i secondini di Opera di una scelta che per loro è semplicemente inconcepibile tanto è lontana dalla loro esperienza con i detenuti e dal loro livello morale.
Non importa se, fuori da questa Casa chiusa di Opera, qualcuno vorrà iniziare a crederci.
Quello che importa è che così sarà.
Mentre tutti gli altri sono più o meno “liberi” di vivere in ginocchio e piangendo per me stesso ho riservato la sorte, di morire in carcere in piedi e ridendo.

9 ottobre 2016

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