Le Verità Nascoste

image

di Vincenzo Vinciguerra

Il potere giudiziario in Italia rappresenta lo scudo dietro il quale si è sempre riparato il potere politico.
Le polemiche iniziate negli anni Novanta, con Tangentopoli, sulla contrapposizione fra una magistratura che combatte la corruzione e il ladrocinio del pubblico denaro ed un potere politico che di questi si alimenta e protegge corrotti, corruttori e ladroni, sono sterili e auto propagandistiche per magistrati che, viceversa, dal 1992 al 1993, hanno assolto il compito loro assegnato di liquidare una classe dirigente che aveva deluso gli americani convinti che con essa era giunto il momento, dopo la caduta dell’impero sovietico, di fare i conti e di liberarsene perché totalmente inaffidabile.
Non è durato più di un anno lo strapotere giudiziario. Il tempo strettamente necessario per liquidare il centro politico (Democrazia cristiana, Partito socialista e partiti cosiddetti laici) e fare posto, in loro vece, alle ali di destra e di sinistra.
I rinnegati, si sa, sono affidabili così che il governo del Paese è rapidamente passato nelle mani degli ex comunisti, degli ex neofascisti, degli ex socialisti e via via elencando i voltagabbana che si sogliono presentare quasi con orgoglio come trasformisti.

Nella sostanza non è cambiato nulla, anzi è cambiato qualcosa in peggio se è vero che la corruzione è dilagata, il ladrocinio di pubblico denaro è divenuto costante e spudorato, la mafia è riuscita perfino a creare una forza politica dentro la quale si sono allegramente intruppati, fra i primi, magistrati che in Marcello Dell’Utri e in Silvio Berlusconi hanno visto i campioni della legalità e dell’onestà.
In realtà, il favore maggiore che il potere giudiziario ha reso a quello politico è stato quello di occultare le sue responsabilità nella guerra civile italiana.
Lo abbiamo sempre detto e lo ripeteremo sempre: i magistrati italiani, con le debite rarissime eccezioni, hanno il senso dello Stato che garantisce stipendio e carriera, non quello della giustizia.
Così, con disinvoltura estrema hanno trasformato i manovali dello Stato nei suoi nemici e, quando non hanno potuto negare del tutto la evidenza dei fatti, hanno inventato servizi segreti deviati e poteri occulti che hanno prosperato in una democrazia imperfetta.
Hanno lottato più con le interviste sui giornali che nelle aule dei Tribunali visto che in mezzo secolo non sono riusciti a identificare e punire un solo ufficiale dei servizi segreti deviati e degli uomini dei poteri occulti hanno indicato il solo Licio Gelli, che il ruolo del “burattinaio” ha continuato a svolgerlo fino alla fine passando indenne da tutte le disavventure giudiziarie nelle quali è stato coinvolto.
Ma, in un Paese di malavita, esiste il gioco delle parti, così che quando i magistrati si sono indotti a scrivere qualcosa di vero nelle loro ordinanze e nelle loro sentenze, è intervenuto il potere mediatico a rimediare all’errore cancellando i passi sgraditi al padrone politico.
È il caso, per fare un esempio, della figura di Mario Michele Merlino, neofascista, poi anarchico, quindi nuovamente neofascista, orgoglioso del suo passato di infiltrato, con compiti di informazione e di provocazione, fra gli anarchici.
L’amico più caro, il collega diciamo di noi, di Pietro Valpreda ha negli anni perfino scritto un libro dal titolo “E venne Valle Giulia” che dovrebbe indurre gli sprovveduti a credere che nel marzo del 1968 lui era un “rivoluzionario”.
Un ex di “Lotta continua”, Giampiero Mughini, è riuscito perfino a portarlo in una trasmissione televisiva, sia pure come comparsa, insieme al suo collega Stefano Delle Chiaie detto il “Caccola”, per accreditarne le verità.
La verità, quella vera, sul conto di Mario Michele Merlino che si è ben guardato dal smentire, certo che il silenzio mediatico lo avrebbe protetto, c’è, scritta nero su bianco da anni.
Il primo a dirla, in un verbale giudiziario, è stato il maresciallo di Ps Giuseppe Mango, considerato la “memoria storica” della divisione Affari riservati nel Ministro degli Interni, che al giudice istruttore di Venezia, Carlo Mastelloni, il 22 aprile 1997 dichiara:

“Nell’ufficio Affari riservati era noto che Merlino era o era stato fonte dell’Ufficio politico di Roma. Tanto ho appreso da D’Amato e altri nel periodo successivo all’attentato (di piazza Fontana – Ndr) e nel corso dei processi la circostanza non è mai emersa”.

Resosi consapevole della gravità delle sue affermazioni, il maresciallo Mango, con il processo di piazza Fontana ancora in corso, in data successiva riterrà opportuno procedere ad una sostanziale ritrattazione.
Non ha mai ritrattato, viceversa, un funzionario della stessa divisione Affari riservati di grado più elevato di quello di Giuseppe Mango, il questore Milioni il quale, sempre dinanzi al giudice istruttore Carlo Mastelloni verbalizza che, qualche giorno dopo la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, apprese dai suoi colleghi che:

il sedicente anarchico (Mario Merlino – Ndr) ma proveniente dalla destra, era stato infiltrato dal dr. Improta e comunque credo con l’assenso del capo dell’ufficio politico di Roma, retto all’epoca da Provenza, nel circolo 22 marzo allo scopo di esperire attentati attribuibili agli anarchici e alla sinistra”.

In ogni caso, quell’11 novembre 1997, il questore Milioni chiarisce di non essere a conoscenza della dipendenza di Mario Merlino dalla divisione Affari riservati o da “altre strutture dello Stato”.
In pratica, Merlino lavorava per l’ufficio politico della Questura di Roma ma, contestualmente, poteva essere alle dipendenze di “altre strutture dello Stato” diverse dal servizio segreto civile, cioè il Servizio informazioni difesa e/o l’Arma dei carabinieri.
Non sarebbe stato necessario attendere le rivelazioni dei due dipendenti della divisione Affari riservati nel 1997 al giudice istruttore Carlo Mastelloni per scoprire che Mario Merlino era il manovale “neofascista” dello Stato antifascista, perché a questa conclusione erano giunti i giudici della Corte di assise di Catanzaro che, nelle motivazioni della Sentenza emessa il 23 febbraio 1979, hanno scritto:

Le prime mosse della polizia indicano eloquentemente che il fermo del Merlino ebbe, in realtà, la sostanza della sollecita convocazione di un informatore”.

Non quello di un mero confidente, perché Merlino era stato infiltrato fra gli anarchici allo scopo di indurli a compiere attentati per i quali avrebbero dovuto essere, successivamente, accusati in modo da screditare loro e l’intera sinistra, e di conseguenza è proprio lui ad avvalorare la consistenza della pista anarchica.
Lo notano i giudici della Corte di assise che, scrivono, il suo apporto alle indagini è stato quello di

rivolgere accuse verso i suoi compagni del circolo anarchico facendo riferimento all’esplosivo interrato presso la via Tiburtina e ad attività preparatorie sospette del Valpreda e del Borghese alla vigilia degli attentati”.

Ma, con Pietro Valpreda è in atto un gioco delle parti perché, come sappiamo degli atti processuali, è proprio quest’ultimo a confermare le accuse di Mario Merlino sul deposito di esplosivi di via Tiburtina portandoci i poliziotti e indicando in Ivo Della Savia il responsabile.
Così come sarà sempre Pietro Valpreda a indicare in un anarchico che con lui ha una somiglianza fisica impressionante, Gino Tommaso Liverani, il possibile passeggero trasportato da Cornelio Rolandi sul suo taxi.
In definitiva, se a Milano è il confidente della divisione Affari riservati Enrico Rovelli, “Anna Bolena”, ad indicare ai poliziotti la pista anarchica per la strage di piazza Fontana, a Roma sono insieme Mario Merlino e Pietro Valpreda spingendo il proprio zelo, quest’ultimo, a dare un volto e un nome perfino alla persona che, secondo l’accusa, avrebbe portato la bomba all’interno della Banca dell’Agricoltura, ovviamente un anarchico.
Per tornare a Mario Merlino sappiamo con certezza che la polizia non riterrà necessario procedere ad una perquisizione, che è di prassi, nella sua abitazione e fingerà, fino a quando le sarà possibile, di ignorare che l’alibi prospettato dal Merlino per il pomeriggio del 12 dicembre 1969 era semplicemente falso e facilmente smentibile.
Difatti, l’abitazione di via Tuscolana nella quale risiedeva la compagna di Stefano Delle Chiaie, Leda Minetti, era sotto il controllo visivo degli agenti dell’ufficio politico della Questura di Roma.
La pretesa di Mario Merlino di essersi recato proprio a casa di Leda Minetti nell’orario in cui esplodevano le bombe e Roma, poteva essere confutata all’istante.
Così non è stato.
Verità, queste che raccontiamo, che gli italiani disconoscono benché siano scritte in atti giudiziari e in una sentenza di Corte di assise da 37 anni.
Se le avessero conosciute, Mario Michele Merlino avrebbe dovuto scrivere un libro sul proprio conto, dal titolo veridico: “E andai dal brigadiere…”.
Invece, per la cronaca si spaccia come “rivoluzionario” e per la storia futura resterà, invece, un confidente di Questura perché la verità sulla strage della Banca dell’Agricoltura a Milano, il 12 dicembre 1969, è già scritta in ogni tassello.
Basta solo ricomporre il mosaico.

Opera, 9 ottobre 2016

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...