Storia

image

Le nuove ipotesi avanzate da me sul ruolo avuto da Pietro Valpreda il 12 dicembre 1969, a Milano, e su quello possibile (o forse sarebbe meglio dire probabile) di Giuseppe Pinelli hanno, per ora, provocato la reazione di quanti hanno ritenuto, finalmente, di poter provare che, almeno su questo punto pecca d’incoerenza perché in anni precedenti, per quanto riguarda Pinelli, ho scritto cose diverse.
Spieghiamo a critici e super-critici e ipercritici che conviene riporre le armi perché la storia non è un’ideologia.
La storia è un insieme di fatti che lo storico intellettualmente onesto e motivato da un’ansia di verità ha il dovere di conoscere, analizzare, “leggere” fino a giungere ad una conclusione che sia tale da fornire risposta a tutti i quesiti che quell’insieme di fatti suscitano.

Comporre un mosaico nel quale allineare, in maniera organica e lineare, i fatti e le risposte comporta la necessità di dover scomporre e ricomporre tutti i tasselli una, dieci, cento volte e più se serve, perché ci sono fatti ormai storicamente definiti ed altri che non lo sono.
L’operazione del 1969, di cui la strage di piazza Fontana è stato l’episodio più sanguinoso ed eclatante, è fra gli episodi che non hanno ancora trovato verità se non parziale a partire dagli anni Novanta per merito esclusivo del giudice istruttore di Milano Guido Salvini per quanto riguarda le responsabilità dei militanti di quella struttura occulta dello Stato che è stata Ordine nuovo.
La ricostruzione degli eventi del 1969 e il ruolo degli attori e delle comparse sarebbe possibile perché, nonostante le reticenze e la mancanza dei documenti dei servizi segreti italiani e stranieri, il mosaico nelle sue linee generali è ormai ricomposto.
Dato però che quell’operazione è stata promossa e alimentata fino a quel tragico 12 dicembre 1969 da persone inserite ai più alti vertici dello Stato e della politica, la verità viene ancora oggi osteggiata e disperatamente negata con ogni mezzo.
È un fronte compatto quello che si oppone alla verità.
Si va dalla politica che vede allineate tutte le forze politiche, da quelle dell’estrema destra a quelle dell’estrema sinistra, ai giudici che, fatta eccezione per Guido Salvini e qualche magistrato che ha cercato onestamente di fare il proprio lavoro d’indagine a Catanzaro, si sono impegnati a fornire agli italiani una verità politica coincidente con quella dello Stato in modo da non lederne gli interessi, ai familiari delle vittime che hanno ritenuto, anch’essi, conveniente ed opportuno sostenere le verità ufficiali, cercando esclusivamente di provare le responsabilità individuali al più basso livello dell’organizzazione, quello dei manovali e dei portatori di valigia.
In questo fronte compatto, nel 2016, non si è ancora aperta un breccia, non ufficialmente almeno perché, in realtà, l’impossibilità di contestare quanto scrivo sul conto di Pietro Valpreda è significativo perché prova che non hanno argomenti per negare quanto affermo traendo spunto da elementi che sono negli atti processuali e storici fin dal 12 dicembre 1969.
Li hanno ignorati fino ad oggi in perfetta malafede perché uscire fuori dal coro è scomodo e, a volte, pericoloso.
Oggi, qualcuno intravede la possibilità di attaccare su Giuseppe Pinelli.
In realtà, le mie non sono affermazioni perentorie spacciate per verità assolute ed acquisite sul conto di Giuseppe Pinelli.
La mia è un’ipotesi che salvaguarda la figura di Giuseppe Pinelli presentata da me come quella di un idealista anarchico che non ha mai avuta alcuna finalità stragista e che può essere caduto vittima di un inganno ignobile perpetrato ai danni suoi e degli anarchici italiani.
Ricade su quanti si sono occupati della strage di piazza Fontana la responsabilità di non essersi mai chiesti a quale logica rispondesse piazzare una bomba che non poteva esplodere all’interno della Banca commerciale, chiusa al pubblico, ubicata a cento metri dalla Banca nazionale dell’Agricoltura, aperta al pubblico, dove è stata fatta esplodere un bomba destinata a fare una strage.
Una finta bomba, confezionata a dovere, perché doveva costituire una minaccia non fare una strage, quella deposta all’interno della Banca commerciale.
Questa è stata la logica che può aver ispirato Giuseppe Pinelli ed altri anarchici spingendoli ad aderire ad un’azione che doveva spaventare senza uccidere.
Questa la trappola.
Gerardo D’Ambrosio ed Emilio Alessandrini hanno escluso, a priori, prima ancora di leggere gli atti processuali, la responsabilità degli anarchici veri e di quello finto, Pietro Valpreda.
I due hanno, poi, dapprima ipotizzato l’omicidio colposo di Giuseppe Pinelli a carico del commissario di Ps Luigi Calabresi e degli uomini presenti nella stanza in cui lo stavano interrogando, per poi ripiegare su un inspiegabile – e mai spiegato – malore dell’anarchico.
Hanno escluso l’ipotesi del suicidio negando ogni attendibilità ai racconti dei poliziotti che, però, non hanno perseguito e fatto condannare per falsa testimonianza.
Come dire: l’ipotesi del suicidio rimane ancora valida, perché non si uccidono di solito i colpevoli ma più spesso gli innocenti che si rendono conto di non poter provare la loro innocenza.
Giuseppe Pinelli “cade” dalla finestra dopo che gli hanno presentato una falsa confessione di Pietro Valpreda.
Una coincidenza?
Quando la verità sul conto di Pietro Valpreda sarà accettata, allora la domanda potrà avere la sua risposta.

Opera, 26 ottobre 2016

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...