Giudici e Storici

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Nell’Italia che fu la storia si scriveva anche attingendo elementi utili dalle ordinanze istruttorie e dalle sentenze emesse dai Tribunali, perché in quei fascicoli processuali e in quelle pagine i giudici descrivevano fatti accertati nel corso delle indagini e dei procedimenti giudiziari.
I magistrati, da parte loro, si guardavano bene del tentare di comprendere il contesto politico nel quale erano maturati i fatti che stavano giudicando, in quanto non ritenevano che fosse loro compito sostituirsi agli storici.
Loro, i giudici, si sentivano chiamati a giudicare solo i “fatti-reato”.
Altro non gli interessava.
Nel tempo, però, qualcosa è mutato nell’atteggiamento dei magistrati che si sono trovati a dovere giudicare, come imputati, decine e decine di rappresentati dello Stato appartenenti a forze di polizia, Esercito, carabinieri e servizi segreti.

Le assoluzioni con formula ampia e, più spesso, per insufficienza di prova sono fioccate ma, contestualmente, si sono moltiplicati i proscioglimenti per prescrizione del reato e sono giunte anche le condanne per uomini collocati ai vertici degli apparati di sicurezza dello Stato ed alti ufficiali.
È nata, pertanto, nei magistrati, in quelli almeno più seri, l’esigenza di comprendere quello che stavano giudicando andando al di là dei “fatti-reato” e delle responsabilità individuali.
Per compiere questa operazione di conoscenza e di comprensione, i magistrati avrebbero dovuto trovare il supporto degli storici italiani che avrebbe dovuto assumere la veste di consulenti informali in grado di fornire quella ricostruzione del contesto politico nel quale si era svolta la guerra politica italiana nel corso della quale si erano verificati i tanti “fatti-reato” che ora erano loro, i magistrati, a dover giudicare per distinguere le responsabilità individuali.
Non hanno trovato storici né storia.
Hanno trovato agit-prop di partito e di servizi segreti, propaganda spicciola e grossolana che aveva come unica finalità quella di ingannare gli italiani per occultare le responsabilità di politici e militari nazionali ed internazionali.
Ci sono voluti anni, decenni, ma alla fine ci sono stati magistrati che hanno compreso un’altra verità: che la ricostruzione secondo verità del contesto storico e politico in cui si sono verificati i “fatti-reato” consente anche di individuare responsabilità individuali e diviene pertanto una esigenza imprescindibile per quanti cercano verità e vogliono fare giustizia.
Una considerazione, questa, che io esprimo dal 1984 e che è stata accolta, almeno parzialmente, della Corte di assise di Venezia presieduta dal dr. Renato Gavagnin nell’estate del 1987.
A riconoscerne la validità e a farla propria, è giunta la sentenza n. 6682/92 della Corte di cassazione a sezioni riunite che, in merito alla vicenda processuale della strage di Bologna del 2 agosto 1980, riconosce che

“nell’ambito fissato dalle acquisizioni processuali e con il rigore dell’accertamento giudiziale, non può il giudice – nell’approccio ad un evento delittuoso di carattere politico sottoposto al suo accertamento –, rinunciare alla ricerca e alla valutazione di tutte quelle circostanze che formano il contesto storico-politico del fatto e che sono direttamente utili alla comprensione della sua causale.
Dall’individuazione di questa possono invero emergere preziosi apporti per l’accertamento definito dell’atto e delle responsabilità individuali”.

Non è, di conseguenza, una coincidenza che il solo magistrato ad avvicinarsi alla verità sulla strage di piazza Fontana, prima di essere fermato nelle sue indagini dallo scomposto attacco di Felice Casson, Gerardo D’Ambrosio e Grazia Pradella, sia stato il giudice istruttore di Milano Guido Salvini che, oltre ad una personale preparazione storica di alto livello, ha proprio adottato come metodo d’indagine la ricostruzione del contesto politico nel quale era maturato il massacro della Banca dell’Agricoltura del 12 dicembre 1969.
Altri hanno seguito il suo esempio.
Ed è fatale che per definire la “strategia della tensione”, i magistrati che sono stati chiamati a giudicare “fatti-reato” come la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, quelle di via Fatebenefratelli del 17 maggio 1973 e di Brescia del 28 maggio 1974, nulla di più pertinente trovano che citare le mie dichiarazioni risalenti a 30 e più anni or sono.
Così, il presidente della Corte di assise di appello di Milano, dr.ssa Anna Conforti, nelle motivazioni della sentenza di condanna all’ergastolo inflitta Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte il 22 luglio 2015, depositate in cancelleria il 10 agosto 2016, da pagina 197 a pagina 199 richiama le dichiarazioni da me rese sulla strategia che doveva

“destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare l’ordine politico”.

L’alto magistrato, peraltro, sottolinea che la lunga citazione è tratta da un’altra sentenza, quella emessa dalla Corte di assise di appello di Milano sulla strage alla Questura di Milano compiuta da Gianfranco Bertoli il 17 maggio 1973.

“Va sottolineato – scrive la dr.ssa Conforti – che la Corte d’Assise d’Appello di Milano, nella sentenza cui le pagine soprariportate appartengono, ha ritenuto ‘seria’ l’analisi di Vinciguerra – della cui credibilità ha evidenziato i plurimi riconoscimenti – anche se ne ha criticato le generalizzazioni” (p. 299).
Critiche obbligate, se vogliamo, perché la magistratura non può accettare in toto la responsabilità dello Stato e dei suoi apparati, ma l’analisi la condivide appieno anche la dr.ssa Conforti che, nella pagina successiva, scrive che “lo studio dello sterminato numero di atti che compongono il fascicolo dibattimentale porta ad affermare che anche questo processo – come altri in materia di stragi – è emblematico dell’opera sotterranea portata con pervicacia da quel coacervo di forze di cui ha parlato Vinciguerra…” (p. 200).

Non è, di conseguenza, vero che la verità non abbia fatto passo in avanti proprio nel campo che questo regime politico teme di più: quello della ricostruzione del contesto politico nel quale è maturata la guerra civile italiana.
Per questa ragione, l’italico storicume tace e non commenta pagine che pure ha letto e ha subito occultato.
Ed è sempre per questo motivo, che i giornalisti italiani si fanno complici dei pseudo storici e, mentre cercano di insinuare il dubbio sulle responsabilità individuali dei condannati, non riportano una sola parola delle motivazioni di queste sentenze che riconoscono, non più implicitamente, le responsabilità di vertice nella “strategia della tensione”.
Brucia, inoltre, agli zelanti ruffiani del regime, in veste di storici, giornalisti, commentatori, che l’analisi “seria” sia quella di un oppositore del regime che, in tutti questi anni, ha trovato ulteriori motivi per alimentare il proprio disprezzo nei confronti del regime.
Gli storici del futuro, inevitabilmente, andranno a leggersi le sentenze e le potranno paragonare agli scritti dei propagandisti del regime, per poi trarne le logiche conclusioni.
Si erano illusi, tutti, di cancellare la persona e le sue analisi ma, dono trentadue anni da quell’ormai lontano 1984, sono obbligati a imporre la congiura del silenzio, unico modo per spacciare come vittoria quella è la loro sconfitta.
Fino a quando?

Opera, 30 ottobre 2016

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