Settimo, non rubare

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di Vincenzo Vinciguerra

In questa casa chiusa di Opera fabbricano ostie, costruiscono tabernacoli, incidono francobolli per il Vaticano, svolgono il corso sulla vita di Gesù Cristo, nella speranza che qualcuno creda veramente a recuperi, pentimenti, ravvedimenti, redenzioni e nell’opera di rieducazione svolta dai secondini guidati da Giacinto Siciliano.
La realtà, però, è di segno opposto.
Lo diciamo in maniera pacata, così come, con pacatezza, raccontiamo i fatti che seguono.
I protagonisti sono un detenuto noto e qualche secondino ignoto dell’ufficio matricola.

Il detenuto è un albanese, Bakiasi Edrin.
Circa un anno fa è venuto nella mia cella e, con le lacrime agli occhi (letteralmente non metaforicamente), mi ha chiesto di aiutarlo perché ingiustamente condannato a 15 anni e 8 mesi per omicidio.
Leggo gli atti processuali che lo riguardano, convengo che in effetti è stato “incastrato” da qualcuno degli inquirenti e che è stato ingiustamente condannato.
Scopro, purtroppo, che di mestiere è un lenone ma, a quel punto, dominando la nausea convengo con me stesso che nemmeno uno come lui può restare in carcere per una reato che non ha commesso.
Interesso un altro detenuto che, per umanità, parla con i propri avvocati che, per una somma che non li ripaga delle spese, ne assumono il patrocinio, fanno una accuratissima analisi degli atti processuali e, infine, presentano l’istanza di revisione del processo.
In questi posti, a fare del bene si ricava talvolta un “grazie”, a volte nemmeno quello, ma è abbastanza raro che il bene venga ricambiato con il male.
Così, quando devo spedire un pacco postale contenente quattro libri chiedo a Bakiasi la cortesia di farlo a nome suo, ovviamente a mie spese.
È un favore che altri detenuti mi hanno fatto in passato e che non costituisce illecito disciplinare.
I libri riguardano la storia del conflitto medio-orientale e i secondini delle matricole li conoscono perché tre di questi me li hanno consegnati loro alcune settimane prima.
E accade qualcosa che in oltre 37 anni di carcere non era mai accaduto prima.
Il 19 luglio, Bakiasi spedisce il pacco alla persona che i libri me li aveva inviati.
Il 28 luglio, ricevo la notizia che il pacco è giunto, che all’esterno sulla scatola di cartone è incollato il modulo di spedizione postale e che specifica il contenuto: libri.
Solo che, all’interno, c’è shampoo e barrette energetiche.
Il pacco è, giustamente, respinto al mittente.
Chiamo il Bakiasi e gli dico di chiedere spiegazioni.
Il 29 luglio, i secondini delle matricola, interpellati, rispondono che effettivamente c’è stato un scambio di contenuto di due pacchi, per colpa dei lavoranti marocchini, ma che hanno provveduto a parlare con il detenuto nel cui pacco hanno infilato i libri e che costui ha detto che il 7 agosto avrebbe telefonato ai familiari e avrebbe detto loro di rispedire i libri al mittente.
Tutto chiarito, dunque.
No, perché il 23 agosto rimando Bakiasi a chiedere se i libri per caso sono tornati indietro.
La risposta, questa volta, è che indietro non sono tornati e se non tornano loro, i secondini, non sono in grado di individuare il detenuto nel cui pacco li hanno infilati e che, inconsapevolmente, li ha spediti ai familiari.
La menzogna è palese perché contraddice quanto avevano affermato il 29 luglio e, inoltre, quando un detenuto spedisce un pacco nel registro del casellario vengono annotati il suo nome, quello del destinatario e, in sintesi, il contenuto del pacco.
In questo caso, se un detenuto il 19 luglio avesse spedito shampoo e barrette energetiche ai familiari (mai alcuno ha spedito robe simile ai familiari) sarebbe stato sufficiente guardare nel registro alla data del 19 luglio e individuare il detenuto.
Se mai ci fosse stata buona fede, il problema era di facile soluzione.
Il 30 agosto, segnalo al direttore, senza scendere nei dettagli, che ci sono libri scomparsi al casellario e lo invito a farli riapparire.
Nessuna risposta.
Il Bakiasi, invitato a richiedere una spiegazione e a dire pure che i libri erano i miei, risponde con voce lamentosa: “E se poi perdo il posto di lavoro?”.
Non è un luogo comune che lenone e vigliacco sono sinonimi.
Ad oggi, ufficialmente, il pacco rispedito al mittente con lo shampoo e le barrette energetiche non è ancora giunto e, se è giunto, si sono accordati con il Bakiasi per chiudere la faccenda a mia insaputa.
Il fatto è di gravità eccezionale, e lo è ancora di più perché si nascondono dietro la codardia e la complicità di un lenone albanese.
Insomma, la gentile dottoressa V.B. che mi aveva inviati i libri pensava che i ladri, ad Opera, stavano in cella: ora avrà convenuto che si sbagliava.
In una casa chiusa dove si fabbricano ostie, si costruiscono tabernacoli, si incidono francobolli per il Vaticano e si fanno corsi sulla vita di Gesù Cristo, l’onestà è assente.
Sarebbe il caso, a questo punto, di fare un corso ai “rieducatori” di Opera sul rispetto del settimo comandamento: non rubare.
Combattere la disonestà dovunque essa si annidi è per me un dovere, quindi, l’omertoso Giacinto Siciliano amico degli amici del servizio segreto militare, ancora una volta ha sbagliato calcoli e comportamento.
Come sempre, come tutti.

Opera, 4 novembre 2016

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