12 Dicembre 1969 – 12 Dicembre 2016

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di Vincenzo Vinciguerra

Il rituale è noto.
A Milano ci sarà il corteo degli studenti per i quali anarco-minchioni e compari stanno già preparando i cartelli e gli slogan da lanciare per ricordare Pietro Valpreda e Giuseppe Pinelli, carnefice e vittima, insieme.
Nel pomeriggio, poi, i familiari delle vittime della Banca dell’Agricoltura si porteranno sul palco e, orgogliosamente, schierati accanto ai rappresentanti delle istituzioni e della politica racconteranno per la quarantaseiesima volta che loro vogliono la verità, e che lo Stato e le istituzioni sono al loro fianco per sostenerli in questa battaglia che la democrazia non vuole perdere.
È il giorno delle menzogne e degli inganni.
È storicamente certo, difatti, che ad uccidere a Milano quel pomeriggio del 12 dicembre 1969 non sono stati gli “eversori neri”, ma i difensori della democrazia minacciata dall’avanzata elettorale del Partito comunista italiano alle dipendenze dell’Unione sovietica, nemica degli Stati uniti e del “mondo libero”.
Nessuno ha il coraggio di affermare questa verità.

Certo, nel 1969 i comunisti italiani difendevano gli interessi della Unione sovietica, oggi – e dal 1990 – gli anticomunisti dell’ex Pci rappresentano quelli degli Stati uniti e della Nato.
Il loro zelo è eccessivo: la verità su piazza Fontana, i ruolo ricoperto dalla Cia, dall’Fbi e dai loro segreti militari non provocherebbe alcuna crisi nei rapporti fra i due Paesi.
Non c’è azione criminale commessa dagli Stati uniti nel dopoguerra che non sia stata denunciata, nel tempo, in quasi tutti i Paesi nei quali sono intervenuti con le loro “operazioni coperte”, con la sola eccezione dell’Italia.
Gli ex comunisti si sono spinti a chiedere al governo americano di non rendere pubblici i documenti della Cia sull’intervento in Italia nelle elezioni politiche del 18 aprile 1948!
Altro che cercare la verità sulla strage di piazza Fontana che risale al 12 dicembre 1969!
Nessuno ha il coraggio di denunciare questa realtà ma, almeno, che abbiano la decenza – tutti – di tacere e di fare del 12 dicembre 1969 il giorno del silenzio e del ricordo.
Non vogliono tacere?
E, allora, che portino il corteo degli studenti dinanzi alla sede de “Il Corriere della sera” che tanto ha fatto e continua a fare contro la verità. E lo facciano fermare davanti al Tribunale per chiedere ai responsabili della procura della Repubblica per quali ragioni non intendono riaprire le indagini su quella strage che non dovrebbe essere caduta in prescrizione.
Perché qualcuno (e sarebbe giusto sapere chi) ha deciso che la strage di piazza Fontana non è stata un’azione politica ma un atto criminale comune e, di conseguenza, il reato può cadere in prescrizione.
Anche di questa decisione, gli studenti dovrebbero chiedere conto a chi l’ha assunta e a quanti non l’hanno mai pubblicizzata.
Gli anarco-minchioni sul punto non hanno nulla da dire?
Quando lo storico e giornalista Paolo Cucchiarelli ha avuto la lucidità e il coraggio di affermare che, nel 1969, anarchici e cosiddetti “neofascisti” avevano compiute azioni in comune, e che quel tragico pomeriggio del 12 dicembre 1969 era stato posto in atto un inganno, hanno affidato alla penna e alla malafede di un rivoluzionario del sistema come Adriano Sofri il compito di attaccarlo.
Quando io ho puntualizzato, elencando fatti concreti, il ruolo di infiltrato e provocatore nell’ambiente anarchico del tempo di Pietro Valpreda hanno dapprima risposto con una raffica di insulti, poi hanno scelto la strada del silenzio.
È una scelta di viltà ma è anche una necessità perché non hanno argomenti da contrapporre ai miei.
Non sarà certo Licia Pinelli che potrà smentire quanto lei stessa dichiarò all’epoca sul conto di Pietro Valpreda cacciato dal marito dal circolo “Il ponte della Ghisolfa” e fuori dall’ambiente anarchico.
E se non lo può fare la madre, tantomeno si può permettere di farlo la figlia.
Non esiste un solo indizio od elementi probatorio che possa avallare la pretesa innocenza di Pietro Valpreda e la sua effettiva militanza nel mondo anarchico.
Nessuno ha mai dubitato della veridicità della testimonianza e del riconoscimento effettuati da Cornelio Rolandi che indicò, senza alcuna esitazione prima e senza ripensamenti dopo, Pietro Valpreda come la persona da lui portata a piazza Fontana quel pomeriggio.
Neanche Pietro Valpreda è riuscito a negare questa verità tanto che, non potendo provare di essere stato in un posto diverso da piazza Fontana, si vide costretto ad inventare un proprio sosia che, guarda caso, era un anarchico, questa volta, vero.
Non è il caso, oggi, di ribadire quanto abbiamo scritto in precedenza sul conto del “camerata” Pietro Valpreda: dall’intervento al congresso anarchico di Carrara insieme a quelli di Avanguardia Nazionale, alle foto scattate mentre si esibiva nella strada con la “A” di anarchia sul petto e il pugno chiuso alzato dal fotografo de “Il Borghese” e de “Lo Specchio” non certo preventivamente informato dagli anarchici, dalla cacciata dal “Ponte della Ghisolfa” a Milano e dal circolo “Bakunin” a Roma, dalle accuse lanciate contro gli anarchici nel corso dei suoi interrogatori, dalla difesa ad oltranza di Mario Merlino con il quale pranzava sotto lo sguardo dei “pistaroli neri” impegnati a presentarlo all’opinione pubblica come una “vittima” dello stesso Merlino, tutto rivela il ruolo di provocatore e di infiltrato fra gli anarchici di un ex rapinatore senza ideali.
Oggi è certo che all’interno della Banca dell’Agricoltura furono quelli di Ordine Nuovo a portare la bomba omicida.
L’ordigno collocato alla Banca commerciale, invece, non poteva esplodere.
Il 28 febbraio 1972, a Roma, il pubblico ministero Vittorio Occorsio riferendosi all’ordigno ritrovato all’interno della Banca commerciale di Milano, dirà testualmente:

“Non si può neppure parlare di tentata strage perché dobbiamo affermare che era nulla anche la possibilità di esplosione accidentale”.

Una “bomba” del genere si poteva trasportare in un taxi. E volendo anche su un autobus, se Valpreda fosse stato più accorto.
È condivisibile l’affermazione di Paolo Cucchiarelli che, quel pomeriggio a Milano, vennero collocati più ordigni nelle vicinanze di luoghi simbolo, solo che nessuno di questi era destinato ad esplodere.
Il loro ritrovamento sarebbe stato da solo in grado di suscitare allarme sociale ed accrescere il senso di insicurezza nella popolazione.
Qualcuno, però, decise che la minaccia di una strage non era sufficiente per scatenare la piazza di destra, a Roma, due giorni dopo, il 14 dicembre.
Ci voleva un massacro vero, sangue che scorreva, morti da raccogliere e, per la piazza di destra, da vendicare perché vittime dei “rossi”.
Un piano perfetto?
Forse no, perché può essere stato proprio il massacro di piazza Fontana a inibire nel cattolicissimo Mariano Rumor la volontà di proclamare lo stato di emergenza bloccando preventivamente il nuovo massacro che era stato programmato a Roma per il 14 dicembre 1969.
Il passo indietro di Mariano Rumor rimane, a questo punto, il solo mistero da chiarire sugli eventi del 1969.
E, poi, la verità si potrà scrivere per intero.

Opera, 8 novembre 2016

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