Gli anni 1969-1974 in Italia:

stragi, golpismo, risposta giudiziaria

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Intervento del dr. Guido Salvini al convegno “La rete eversiva di estrema destra in Italia e in Europa (1964-1980)” (Padova, 11 novembre 2016)

Il quinquennio 1969-1974 rappresenta il periodo cruciale e più sanguinoso, l’apice di quella che è stata chiamata la strategia della tensione : in Italia si verificano ben cinque stragi, un’altra mezza dozzina di stragi almeno, soprattutto su linee ferroviarie, falliscono per motivi tecnici perché l’ordigno non esplode  o il  convoglio riesce a superare il tratto di binario divelto, vi è il tentativo di colpo di Stato del principe Valerio Borghese seguito da altri progetti che durano fino al 1974,  vi è infine un attentato in danno dei Carabinieri quello di Peteano, con tre vittime, del maggio ‘72 caratterizzato, come vedremo, da una propria specificità. 
Già l’anno 1969 in Italia anno è denso di avvenimenti politici.

In quel momento il governo è un debole monocolore guidato dall’on. Rumor che si muove in una situazione incandescente per il rinnovo dei più importanti contatti e la mobilitazione quindi di centinaia di migliaia di operai ; inizia la protesta studentesca nei licei e nelle università con un anno di ritardo rispetto al 1968 francese. Sono poi in discussione in quella fase politica riforme decisive sul piano strutturale e culturale come lo Statuto dei Lavoratori, l’approvazione del sistema delle Regioni, la legge sul divorzio.
Nixon è presidente gli Stati Uniti e sono gli anni della dottrina Kissinger, quella secondo cui i governi italiani e i partiti politici di centro dovevano respingere ogni ipotesi di accordo e di compromesso con il PCI e le forze di sinistra, scelta facilitata in passato, come ha ricordato anche Aldo Moro nel suo memoriale scritto dalla prigionia, da continui flussi di finanziamenti distribuiti nascostamente dall’amministrazione americana a partiti e organizzazioni di centrodestra talvolta tramite il SID del gen. Miceli.  Il 27 febbraio 1969 il presidente della Repubblica americano fa una visita in Italia ed incontra al Quirinale il presidente Saragat. Vi è stata da poco la scissione del PSI e attorno al PSDI, cui Saragat appartiene, si radunano le correnti più determinate in senso filo-Atlantico e più contrarie al mantenimento dell’esperienza di centro-sinistra.
Secondo un dossier contenuto negli archivi di Washington e desecretato il Presidente italiano concorda con quello americano sul “pericolo comunista” e afferma che agli occhi degli italiani il PCI si fa passare per un partito rispettabile ma è dedito agli interessi del Cremlino.
Il giorno della visita del presidente Nixon a Roma la città è blindata e scoppiano gravissimi incidenti tra la polizia ed extraparlamentari di sinistra cui seguono nell’Università scontri tra questi ultimi e militanti dell’estrema destra : vi è la prima vittima di quell’anno Domenico Congedo, uno studente anarchico, Congedo che durante un attacco dei fascisti alla facoltà di Magistero precipita da una finestra.
Del resto a livello internazionale la situazione è critica per il blocco occidentale in quanto molti paesi afro- asiatici sotto la spinta della decolonizzazione entrano nell’orbita dei paesi socialisti e alcuni passaggi di campo vengono impediti solo attraverso guerre civili o colpi di Stato molto sanguinosi da quello in Indonesia nel 1965 a quello in Cile nel 1973.
Non sembra un caso che la stagione delle stragi si collochi all’interno di questo quadro internazionale e coincida quasi perfettamente con la durata della presidenza Nixon e declini nel 1974 dopo la crisi del Watergate e lo sfaldarsi dei regimi dittatoriali in Europa, la Grecia, la Spagna il Portogallo con il conseguente venir meno dell’ipotesi di un colpo di Stato anche in Italia che s’ispiri a quelle esperienze.

Parliamo per prima di Piazza Fontana o meglio sarebbe dire della campagna dell’intero 1969 perché la strage del 12 dicembre fu preceduta dall’aprile di quell’anno in poi, con una impressionante progressione da ben 17 attentati per cui tra l’altro gli esponenti della cellula padovana sono stati condannati, contro sedi giudiziarie, università, uffici pubblici e la Fiera  Campionaria di Milano.Non è possibile esporre in pochi momenti i risultati e il significato delle indagini svolte per quasi trent’anni su piazza Fontana e sugli altri attentati della campagna del 1969.
Mi limito pertanto a pochissime osservazioni.
Innanzitutto le indagini milanesi degli anni ‘90 non sono state affatto inutili. Anche le sentenze di assoluzione hanno  una “virtù segreta” e cioè scrivono esplicitamente cose chiare. Scrivono che colpevole era Carlo Digilio e partecipe alla fase organizzativa della strage e alla preparazione dell’esplosivo, ed infatti la sua sentenza di estinzione del delitto per prescrizione pronunciata in primo grado in ragione della sua collaborazione non è stata  più toccata dalle sentenze successive. Scrivono che l’ideazione e l’esecuzione della strage era sicuramente riferibile alle cellule di Ordine Nuovo del Veneto e che nei confronti di Freda e Ventura è stata raggiunta, con i nuovi elementi raccolti, la prova “postuma” della loro colpevolezza non essendo essi più giudicabili perché assolti per insufficienza di prove nei processi precedenti.
Quindi Ordine Nuovo è l’artefice della strage di piazza Fontana così come degli attentati che l’hanno preceduta, quelli iniziati in progressione dall’aprile 1969,  per i quali i suoi esponenti sono già stati condannati con le sentenze di Catanzaro e di Bari. E’ questa la base minima, almeno sul piano storico, su cui discutere. Se vi siano altre responsabilità concorrenti, in alto o in basso, per ora non lo sappiamo. Ma questo sì.
Addirittura dopo la sentenza sono emersi elementi di accusa nuovi a carico della cellula padovana come l’esistenza, raccontata da un militante che ne faceva parte Gianni Casalini in un lungo racconto reso poco prima di morire, di un arsenale, con esplosivi, del gruppo alla periferia di Padova. Tale arsenale è tuttora esistente in quanto era  collocato in un terreno che allora era a prato e che adesso vede su di esso costruite alcune villette. Un arsenale quindi che sta ancora lì da quarant’anni, non molto distante da noi. Gianni Casalini ha anche narrato, in un racconto dettagliato, di aver partecipato personalmente, inviato dalla cellula padovana, a 2 dei 10 attentati ai treni della notte dei fuochi dell’8 agosto 1969, quelli in cui due ordigni furono collocati su convogli alla Stazione Centrale di Milano.
Di grande rilievo è il fatto  che Gianni  Casalini avesse rivelato spontaneamente già a metà degli anni ’70 molto di quello che avevo commesso la cellula padovana a funzionari del SID di Padova Ma la direzione del SID a Roma nella persona del gen. Maletti, vicecapo del Servizio, aveva impedito che tali informazioni giungessero alla magistratura dando esplicite  disposizioni al livello periferico di Padova di “chiudere la fonte” come risulta da un manoscritto autografo sequestrato nell’abitazione del gen. Maletti nel 1980 subito dopo la sua fuga in Sudafrica. Una soppressione di prove in piena regola.
Non è utile né possibile in questo intervento ricostruire i molti elementi nuovi di conoscenza che, a seguito del processo milanese, sono stati acquisiti sulla strage del 12 dicembre 1969, sugli attentati della primavera – estate di quell’anno tra cui i già ricordati 10 attentati ai treni dell’8 agosto e su altri su cui poco o nulla si sapeva come l’attentato alla Scuola Slovena di Trieste, avvenuto il 4 ottobre 1969, poche settimane prima di piazza Fontana, commesso materialmente da Delfo Zorzi e che vide la collocazione su un davanzale di ben sei chili di gelignite.
Vorrei però ricordare un aspetto che riguarda gli obiettivi strategici della strage.
Vincenzo Vinciguerra, nella ricostruzione della sua militanza in Ordine Nuovo, ha richiamato per la prima volta l’attenzione sull’adunata manifestazione che era stata indetta dal MSI per domenica  14 dicembre a Roma e che con grande enfasi nelle settimane precedenti era stata pubblicizzata come “appuntamento con la nazione”. Vinciguerra ha spiegato che l’adunata e la scelta della sua data erano collegate a quanto, a conoscenza evidentemente dei livelli più alti, era previsto avvenisse due giorni prima.
48 ore dopo la strage di Milano e le bombe di Roma, un lasso di tempo giusto per far montare al massimo la tensione, Roma sarebbe stata piena di militanti di destra in assetto di scontro  che invocavano interventi contro la sovversione. Sarebbe bastato una scintilla per far scoppiare incidenti incontrollabili, assalti alle sedi di sinistra, reazioni di quest’ultima, scontri con la Polizia magari con morti tra le Forze dell’ordine e per rendere inevitabile la dichiarazione dello stato di emergenza obiettivo prefissato dopo la strage.
Tuttavia il 13 dicembre, quando Vinciguerra con gli ordinovisti arrivati da ogni parte d’Italia, era già a Roma, il Ministro dell’Interno aveva vietato la manifestazione e il tentativo di innescare gravissimi disordini ha fallito.
L’adunata del 14 dicembre è un altro aspetto quindi, che in passato non era venuto alla luce, del progetto politico che accompagnava la strage.
Uno degli elementi di maggiore novità dell’indagine è stato certamente il racconto del collaboratore Carlo Digilio che ha narrato di essere stato non solo uno ordinovista ma un informatore dei Servizi di sicurezza interni alle basi americane del Veneto,  in particolare quella di Verona, dalle quali entrava ed usciva relazionando sulle attività della sua cellula. In questo doppio ruolo riferiva agli Ufficiali americani suoi referenti dei progetti di attentati, in crescendo, di Ordine Nuovo del Veneto e  otteneva risposte che potremmo definire “tranquillizzanti”. In sostanza  certe azioni andavano bene perché servivano a mantenere un “giusto” grado di tensione.
L’atteggiamento dei Servizi di sicurezza americani, che non avevano comunque disdegnato di rifornire anche di armi la cellula ordinovista veneta, potrebbe quindi essere definito di “controllo senza repressione”. Un atteggiamento se  non di ispirazione di una strategia certo di accettazione della stessa e questo ovviamente senza informare le Autorità italiane affinché adottassero misure contro i pericoli che correvano i nostri cittadini.
La rete di informativa l’operativa di cui ha parlato Digilio, a sua volta figlio di un ufficiale della Guardia di Finanza che aveva lavorato per l’’OSS americano durante e dopo la guerra, era ampia, formata da italiani e americani e ha trovato indiscutibili riscontri nel corso delle indagini.
Ad esempio nell’abitazione di uno degli appartenenti alla rete, indicato da  Digilio come suo supervisore, l’italo- americano Joseph Pagnotta, da tempo deceduto, abbiamo trovato le agende di lavoro da cui risultava il suo compito di vendere elicotteri e carri armati dall’esercito Usa a Israele negli anni ‘50 –‘60 in violazione dei divieti stabiliti all’epoca. “Triangolazioni” di questo genere erano proprie solo di un agente ad alto livello, così come Digilio lo aveva descritto. 
Questo ruolo di “osservatori benevoli”, al limite della cobelligeranza, in eventi via via più gravi ricoperto dai nostri alleati fa entrare in un piano di realtà quello che sembrava solo uno slogan da bollettino di contro-informazione politica : strage di Stato con colpe della C.I.A. Certamente si  può ora affermare che il 12 dicembre 1969 è avvenuta una strage se non voluta accettata da molti, anche al di là dei nostri confini.

Vi è poi la strage quasi del tutto dimenticata avvenuta presso la stazione ferroviaria di Gioia Tauro nel luglio 1970 con il deragliamento del treno Freccia del Sud e la conseguente morte di sei passeggeri tra cui cinque donne. L’episodio era stato fatto passare per un deragliamento dovuto ad un errore del personale ferroviario ma nelle indagini degli anni ’90, a seguito delle confessioni di alcuni pentiti della ‘ndrangheta che in passato avevano militato nell’estrema della testa  è emerso che in realtà era stato collocato un ordigno sui binari da elementi dell’estrema destra locale facenti parte del gruppo che stava fomentando in quelle settimane l’inizio della rivolta di Reggio Calabria.
In proposito vi è un pieno accertamento giudiziario in quanto la sentenza definitiva della Corte di Assise di Palmi che, pur  concludendosi con dichiarazioni di prescrizione o per morte dei responsabili, attesta in motivazione che si trattò di un attentato e  di un attentato commesso da elementi legati alla destra reggina e ad Avanguardia Nazionale.
L’attentato alla stazione di Gioia Tauro si colloca all’interno della rivolta di Reggio Calabria che vide inserirsi i gruppi di estrema destra, soprattutto  Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie, nella protesta popolare per ottenere che Reggio Calabria rimanesse capoluogo regionale. La rivolta divenne così un vero laboratorio eversivo tanto che per mesi e mesi intere zone della città divennero inaccessibili alla Polizia e si susseguirono decine di attentati contro uffici pubblici e altri attentati contro linee ferroviarie in una situazione in cui lo Stato avevo mai perso il controllo di parte del territorio. Certamente tale situazione avrebbe dovuto, nell’intendimento dei gruppi radicali di destra, contribuire alla destabilizzazione delle istituzioni affiancandosi ai progetti in corso di attuare un colpo di Stato. 

Nel maggio 1973 vi è la strage alla Questura di via Fatebenefratelli a Milano quando in occasione della cerimonia in ricordo dell’assassinio del commissario Calabresi cui era presente il Presidente del Consiglio Mariano Rumor, l’anarchico individualista Gianfranco Bertoli gettò una bomba ananas di fabbricazione israeliana che uccise quattro persone e fu arrestato sul posto. Le indagini condotte a Milano negli anni ‘90 grazie all’emergere delle prime collaborazioni provenienti dall’ambiente degli ex- appartenenti alla destra eversiva hanno consentito di meglio mettere a fuoco l’autore della strage.
Nel colpire i presenti alla cerimonia in ricordo del commissario Calabresi, Gianfranco Bertoli non aveva agito da solo spinto da un desiderio di vendetta. Era stato invece rafforzato in un proposito che probabilmente già covava, addestrato ed armato da militante di Ordine Nuovo con i quali, operando da sempre in una zona grigia tra destra, sinistra e  malavita comune con in più addirittura un periodo quale  informatore retribuito in favore del SiFAR, era in contatto a Venezia ed in Veneto. Si trattava in sostanza degli stessi ordinovisti veneti ai quali era riportabile ideazione della strage di piazza Fontana a partire dalla cellula veneziana diretta dal dottor Carlo Maria  Maggi. Obiettivo dell’attentato non era certo solo una protesta contro il ricordo della figura del commissario Calabresi né solo la folla ma direttamente la persona del presidente Rumor presente quella mattina giudicato “colpevole” con il suo partito di non aver dato sbocco, con la dichiarazione ad esempio dello stato di emergenza, almeno a parte di quelle finalità che erano alla base  degli attentati precedenti ed in particolare della strage di piazza Fontana.

Della strage in piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974 parlerà in modo specifico il collega della Procura di Brescia dr. Roberto Di Martino che insieme al dottor Francesco Piantoni ha seguito per moltissimi anni le indagini relative a tale eccidio. Si tratta di indagini che sembrano aver avuto un esito giudiziario più favorevole rispetto alle altre in quanto il secondo giudizio d’appello, un giudizio che credo e mi auguro diverrà definitivo, ha visto la condanna all’ergastolo del responsabile di Ordine Nuovo del Triveneto dr. Maggi nonché di Maurizio Tramonte, la fonte Tritone, informatore del SID che aveva raccontato agli uomini del Servizio praticamente in diretta la sua partecipazione alle riunioni preparatorie della strage.
Si tratta quindi del medesimo contesto politico ed anche personale cui risale la prima delle stragi, quella di piazza Fontana in un filo di continuità che le colloca però rispettivamente all’inizio e alla fine di una fase storica.
Infatti la strage di Brescia rappresenta un colpo di coda si situa nella categoria delle stragi di intimidazione e non in quella delle stragi ingannatorie. Gli episodi precedenti come piazza Fontana e gli altri attentati del 1969 avevano la caratteristica di non consentire l’individuazione del vero autore degli attentati mentre vi era presente una strategia di inganno e di mistificazione finalizzata ad individuare un falso responsabile e mettere così in difficoltà la parte politica avversaria. Invece la strage di Brescia è una strage di intimidazione cioè intende colpire direttamente il nemico e fiaccarne il morale. In questo senso si avvicina ad un episodio molto antico e cioè la strage di Portella della Ginestra  contro i contadini che assistevano ad un comizio in occasione del 1 maggio. È chiaro del resto che una strage come quella di Brescia non poteva essere attribuita, per la caratteristica delle vittime, a gruppi terroristi di estrema sinistra. Con grande verosimiglianza, cercando di interpretarne il movente,  essa viene commessa nel momento in cui i gruppi neofascisti si sentono progressivamente abbandonati dagli apparati dello Stato che in qualche modo li proteggevano e nel momento in cui la prospettiva di successo di un progetto golpista declina così come declinano in tutta Europa i governi autoritari di destra e inizia ad aprirsi il periodo della distensione.
È comunque estremamente significativo che le veline della fonte Tritone, nelle mani del SID e che narravano l’evolversi della preparazione della strage siano rimaste per decenni sconosciute all’Autorità giudiziaria e siano state  solo negli anni ‘90 recuperate insieme al nome della fonte negli archivi del vecchio centro SID di Padova, la città dove ci troviamo e che sembra essere stata davvero un laboratorio politico essenziale  per l’eversione di destra.

Meno si parla della strage sul treno Italicus del 4 agosto 1974 anche perché le indagini degli anni ‘90 non hanno portato nuovi significativi elementi in merito a tale episodio. Tuttavia i processi svolti, con un succedersi di condanne e di assoluzioni come spesso è avvenuto nei dibattimenti per i reati di strage, individuano con certezza nella cellula toscana di Ordine Nuovo gli autori dell’attentato, anch’esso da ritenersi, come quello di Brescia, un colpo di coda che si colloca al termine della parabola eversiva e golpista. L’aspetto più interessante delle indagini sulla strage sul treno Italicus e sugli altri attentati avvenuti in Toscana in quel periodo è l’accertato finanziamento da parte del capo della P2 Licio Gelli in favore di Augusto Cauchi, esponente di spicco della cellula toscana che in seguito troverà riparo proprio in Argentina, paese dove Gelli aveva solidi legami, finanziamento. Il denaro sarà utilizzato da Cauchi per acquistare armi ed esplosivi.
Altre stragi fallite avvengono in danno di linee ferroviarie e di convogli e si ricordi che in base agli articoli 285 e 422 del Codice penale un evento si qualifica tecnicamente come strage anche quando per caso fortuito l’eccidio non sia avvenuto ma l’azione fosse potenzialmente idonea a provocarlo.
Nell’aprile 1973 Nico Azzi, un esponente del gruppo La Fenice, la cellula di Ordine Nuovo di Milano viene arrestato subito dopo essersi gravemente ferito mentre stava collocando un ordigno nella toilette del treno Torino Roma. Il detonatore  gli era esploso tra le mani al momento dell’innesco. Secondo i piani del gruppo la strage sarebbe stata rivendicata con una sigla riferibile all’organizzazione di Giangiacomo Feltrinelli. 

Nel gennaio 1974 otto chili di gelignite vengono deposti su un tratto di binario a Silvi Marina nei pressi di Pescara. La strage su un treno passeggeri viene evitata solo per l’imprevisto passaggio di un treno merci che tronca le micce stesse sul binario. Nell’aprile 1974 a Vaiano, tra Bologna e Firenze sulla linea appenninica che unisce l’Italia da nord a sud,  esplode sui binari un ordigno che scava un profondo cratere e un disastro di grandi proporzioni, sarebbe deragliato il treno Palatino, viene evitato solo grazie al funzionamento di un blocco automatico della linea.
Stragi di proporzioni simili a quelle dell’Italicus falliscono quindi solo per difetti tecnici o mera casualità.
Il numero degli episodi complessivamente avvenuti tra il 1969 e il 1974, tra stragi avvenute e stragi fallite è quindi elevato e ci offre un quadro che gli studiosi dei fenomeni politici chiamano di “guerra civile a bassa intensità”, tenendo anche conto che negli stessi anni hanno luogo le prime azioni omicidiarie delle Brigate Rosse la prima delle quali si verifica proprio Padova nel 1974 con l’omicidio di due iscritti al MSI durante un’azione contro una sede di quel partito invia Zabarella nel centro di questa città.

Infine vi è un attentato che ha una sua specificità e cioè quello a Peteano di Sagrado in provincia di Udine nel maggio 1972. Un’autobomba, la prima in Italia, scoppia uccidendo tre carabinieri. Autore dell’attentato è l’ordinovista Vincenzo Vinciguerra che agisce insieme ad altri elementi della sua cellula di Udine.  La specificità dell’episodio discende dal fatto che si è trattato, come ampiamente narrato da Vinciguerra che ne è stato il principale esecutore, un attentato di rottura e cioè volto a colpire direttamente militari e quindi lo Stato con la finalità di interrompere il rapporto di “cobelligeranza” che si era instaurato tra i gruppi di estrema destra e parte degli apparati statali, nell’ottica di una soluzione golpistico – reazionaria e non rivoluzionaria e anti-atlantica com’era nell’ideologia di Vinciguerra.[1] L’attentato quindi si richiama ad una purezza rivoluzionaria ed è per questa ragione che Vinciguerra ha raccontato quanto a sua conoscenza in merito alla complicità dei suoi ex -camerati di Ordine Nuovo con i Servizi di sicurezza. 
L’altro elemento di grande interesse di questo attentato è costituito dal fatto che, nonostante la ben percepibile matrice di estrema destra dell’episodio, opera di una cellula locale ben conosciuta dagli investigatori, gli ufficiali dei Carabinieri che avevano la responsabilità delle indagini le hanno depistate ad esempio scambiando i reperti in modo tale da rendere difficile l’identificazione degli attentatori e le hanno dirottate in un primo momento sulla malavita comune locale, del tutto estranea, e in seguito sulla sinistra extraparlamentare, in particolare sul gruppo  Lotta Continua. In merito a tali attività vi sono state sentenze definitive pronunciate dalla Corte d’Assise di Venezia. 

Dopo questa esposizione dei principali eventi eversivi che hanno contrassegnato il quinquennio, le ragioni dell’incompletezza della risposta giudiziaria in merito ai reati di strage possono essere individuate in più fattori:

  • il muro opposto alle investigazioni dell’autorità giudiziaria almeno sino alla fine degli anni ‘80 dai Servizi di sicurezza e da una parte dei livelli apicali degli organi investigativi, Polizia e Carabinieri. Tale attività ostruzionistica e di depistaggio ha avuto carattere non occasionale ma sistematico. Basti ricordare tra  i tanti esempi possibili la fuga all’estero di indiziati importanti per le indagini sulla strage di piazza Fontana, quali l’agente del SID Guido Giannettini e di Marco Pozzan, uno dei collaboratori di Freda, organizzata con tanto di documenti falsi procurati dai vertici del SID, la sparizione di reperti nella stessa indagine sulla strage di piazza Fontana, l’omessa segnalazione all’autorità giudiziaria di quanto stava raccontando al SID l’informatore Tritone nei giorni della strage di Brescia. Ed ancora la già citata alterazione ad opera dei Carabinieri dei reperti provenienti dall’attentato di Peteano e la potatura dei nastri contenenti i dialoghi del capitano La Bruna con i congiurati del golpe Borghese dai quali i vertici del SID, d’intesa con l’autorità politica del tempo, avevano espunto i nomi di maggior rilievo, quelli dei generali ancora in servizio e di Licio Gelli, prima di trasmettere questo materiale alla magistratura. E si potrebbe continuare.
  • il ridotto numero di collaboratori di giustizia provenienti dal mondo dell’estrema destra eversiva a differenza di quello delle terrorismo di sinistra in cui vi sono stati centinaia di pentiti e dissociati. La difficoltà per gli inquirenti a penetrare all’interno del mondo di estrema destra è dovuta ad una molteplicità di ragioni. I militanti di destra infatti si trovano in una posizione ambigua che rende più difficile la scelta di collaborazione. Nel corso delle loro azioni sono stati infatti aiutati e protetti da una parte dello Stato e non è facile far comprendere che quella che hanno dinanzi a loro, i magistrati inquirenti ad esempio,  è un’altra parte dello Stato che invece chiede la verità e anche la verità sulle complicità di cui hanno goduto. Altre specifiche caratteristiche del mondo dell’estrema destra, la forte solidarietà amicale, quella che si chiama “cameratismo”, per cui la collaborazione diventava tradimento non solo politico ma personale, e i frequenti legami con il mondo della malavita hanno giocato in favore di scelte processuali di completa chiusura.
  • l’incapacità dimostrata da alcune Corti di Assise di cogliere il significato delle stragi, reati che hanno movente politico e che non hanno un senso se non fanno parte della strategia di un gruppo politico e se non se ne colgono i beneficiari politici quantomeno previsti. Quasi nessuna sentenza dedica una riflessione al contesto in cui esse sono avvenute nè  dedica un’analisi all’identificazione del movente e a chi esso fosse modo inequivoco riferibile. Le si tratta quasi fossero semplici reati comuni, come se fossero espressione di singoli propositi individuali dimenticando che il “perché” delle stragi, “perché” che riporta al “chi” era spesso già esplicitato negli scritti programmatici di alcune realtà ideologiche e solo di quelle specifiche realtà che propugnavano, per  usare un’espressione ampia, la guerra non ortodossa senza esclusione di alcun mezzo, anche i più sanguinari.
  • le gelosie e le invidie, addirittura ben oltre la semplice mancanza di collaborazione, che hanno segnato il rapporto tra i magistrati inquirenti che negli anni ‘90 indagavano sui vari episodi di strage.

Mi riferisco alla ricostruzione della persecuzione giudiziaria durata per più di cinque anni contro l’istruttoria milanese e il Giudice Istruttore che la conduceva e che ora vi parla, sempre taciuta anche a distanza di tanti anni, per vergogna e autocensura, dalla magistratura ma ampiamente descritta sin dal 2009 e mai smentita nel mio saggio intervista che conclude il volume Bombe e segreti di Luciano Lanza[2].
In estrema sintesi, rimandando a tale narrazione, la Procura di Venezia nella persona del dr. Felice Casson non aveva gradito che le nuove indagini milanesi non confermassero il presunto coinvolgimento di Gladio nelle stragi, tesi  sostenuta con enfasi anche se prevalentemente in forma mediatica e non giudiziaria, dal Pubblico Ministero di Venezia e ancor meno aveva gradito che le indagini milanesi avessero fatto breccia proprio sull’ambiente ordinovista di Venezia e Mestre su cui tale Procura aveva indagato, con molto minori risultati, negli anni precedenti.
È accaduto, in questo scenario personalistico, siamo nel 1995, qualcosa che oggi può apparire incredibile eppure è successo così come lo racconto. La coltivazione ostinata da parte dello stesso dr. Casson dei contenuti di un esposto contro gli investigatori milanesi, ispirato e pagato da Delfo Zorzi e  presentato dal capo ordinovista Carlo Maria Maggi, indagato per la strage di piazza Fontana, con la conseguente incriminazione da parte dello stesso Casson del Giudice Istruttore milanese e dei Carabinieri del ROS che lavoravano con lui sul fronte dell’eversione nera. A tale inconcepibile iniziativa erano seguite una serie di segnalazioni disciplinari al CSM, tutte rivelatesi false e infondate e addirittura il tentativo di far trasferire d’ufficio da Milano il Giudice Istruttore, tentativo in cui si era distinto il sostituto di Milano Grazia Pradella. Tali iniziative, pur sconfitte, avevano però nel loro insieme determinato per lungo tempo la delegittimazione dell’istruttoria milanese dinanzi ai testimoni e indagati e rallentato lo sviluppo dell’indagine su piazza Fontana.
Tali iniziative, di fatto inquinanti, appoggiate anche dalla Procura di Milano che non aveva mai svolto alcuna indagine sulla strage ma non disdegnava di appropriarsi delle indagini altrui, si sono rovesciate sull’istruttoria, interrompendola e quasi paralizzandola proprio nei momenti decisivi e risolvendosi in una ciambella di salvataggio per gli ordinovisti sotto accusa[3]. Quello che ora ho appena accennato ma più volte ho scritto non può essere taciuto in una storiografia giudiziaria se non si vuole trasformarla in un momento di autocensura e di mera celebrazione della magistratura.
Questo anche per ricordare che spesso in questo campo è ritenuto legittimo, e spesso è giusto, sottoporre a forti critiche le scelte delle Corti giudicanti ma si attribuisce sempre una talvolta ingiusta aurea di nobile impegno a tutte indistintamente  le autorità giudiziarie inquirenti che invece hanno anche saputo dare certo non il meglio di sé.
Nonostante questi ostacoli tutte le sentenze relative agli episodi sinora citati, le poche in cui si è giunti ad una condanna definitiva e le molte che si sono concluse con sentenze di assoluzione con varie formule, hanno confermato, già lo accennavo per piazza Fontana, dal punto di vista storico e molto spesso in modo esplicito nella motivazione, l’origine di quegli eventi e cioè che l’ideazione ed esecuzione delle stragi di quel quinquennio sono state opera delle cellule di estrema destra, in particolare quelle di Ordine Nuovo, favorite spesso dall’intervento compiacente dei Servizi di sicurezza. La paternità degli eventi di quella stagione di sangue è quindi ormai sul piano storico-politico definitivamente accertata.

Si affiancano alle stragi i progetti golpisti per i quali le stragi dovevano fungere da detonatore.
Le indagini soprattutto quelle avviate a partire dall’inizio degli anni ‘90, in sostanza dal momento dell’emergere del caso Gladio hanno evidenziato una pluralità di strutture che si potrebbero definire “paramilitari” che agivano ad un livello di clandestinità.
Il ruolo e la funzione di tali strutture non è però omogeneo.

Non mi soffermerò in modo particolare in questo intervento sulla rete Gladio che credo sia ampiamente trattata in altre relazioni. Mi limito a dire, esprimendo un giudizio di sintesi, che certamente l’organizzazione Gladio, nata a metà degli anni ‘50 da un accordo segreto tra la C.I.A. e il SIFAR può essere considerata una organizzazione illegale anche perché del tutto sconosciuta, anche semplicemente nelle sue linee essenziali, agli organi parlamentari eletti e rappresentanti del popolo. È anche assai probabile, sempre in un giudizio complessivo che Gladio non sia stata una semplice struttura di retrovia- uno stay behind – nell’evenienza di un intervento sul territorio italiano delle forze del Patto di Varsavia ma anche uno strumento che poteva essere utilizzato per attività di provocazione nel caso si profilasse, anche per via legale e parlamentare, un avvicinamento al potere delle forze di sinistra. Mi sembra tuttavia da escludere, nonostante una certa enfasi anche mediatica seguita alla rivelazione dell’esistenza di Gladio nel 1990 da parte di Andreotti, che essa, nel suo insieme o nei suoi singoli aderenti, sia stata coinvolta in episodi stragisti o abbia rappresentato una regia occulta di tali eventi. Infatti, e mi richiamo in argomento all’ottimo saggio Le organizzazioni paramilitari dell’Italia repubblicana pubblicato nel 2008 dallo studioso Giacomo Pacini[4], un cospicuo numero di sentenze e letteralmente migliaia di atti processuali non contengono alcun elemento di coinvolgimento di Gladio in tali fatti.

A conclusioni invece diverse, quantomeno sotto il profilo della diretta finalità eversiva, deve giungersi per un’altra organizzazione emersa per la prima volta a seguito delle indagini milanesi degli anni ’90.
Mi riferisco ai Nuclei di Difesa dello Stato organizzazione che non era mai stata individuata prima delle indagini degli anni ‘90 e con cui si arriva all’interfaccia apertamente illegale di strutture border-line come Gladio.
Un passo indietro. Nel 1966 erano stati spediti a 2.000 ufficiali dell’Esercito, presso vari Comandi,  volantini con una sigla leggermente diversa, Nuclei per la Difesa dello Stato, con i quali si incitava i militari ad intervenire decisamente nella vita politica italiana per stroncare l’ “infezione” sovversiva e sostituire un’Autorità di Governo che stava cedendo alla sovversione e tradendo l’idea di Stato. Nel corso della prima indagine su piazza Fontana era stato scoperto che alla redazione e distribuzione di tali proclami avevano preso parte Franco Freda e Giovanni Ventura che erano stati quindi condannati per il reato di cui all’art. 302 c.p. e cioè istigazione a commettere il delitto di attentato alla Costituzione dello Stato.
I Nuclei di Difesa dello Stato erano nati certamente tra il 1966 e il 1967 subito dopo il convegno promosso dall’Istituto Pollio in cui era stata teorizzata un’organizzazione a più livelli, pubblici e occulti, per affrontare con ogni mezzo, anche in termini di guerra non ortodossa e non convenzionale, l’imminente e inevitabile “guerra totale” contro il comunismo.
Tuttavia di tale struttura, al di là della diffusione dei volantini, non si era saputo nulla e come fosse costituita e come intendesse operare è emerso solo nel corso delle indagini milanesi grazie ad una serie di testimonianze concordanti provenienti soprattutto dal vecchio ambiente veronese di Ordine Nuovo strettamente integrato ai Nuclei.
Si trattava di un piccolo esercito parallelo, suddiviso territorialmente in 36 Legioni, concentrate soprattutto nel nord-est, la Legione di Verona con ben 50 elementi, costituite da militari in servizio e da civili, molti dei quali appartenenti alle file ordinoviste e altri più genericamente evoliani o tradizionalisti, molti ex-sottufficiali e alcuni provenienti dalla X Mas.
Militari e civili si addestravano insieme, nelle c.d attivazioni, la presenza dei civili non costituiva un problema perché si aveva cura di avvisare sempre i Carabinieri della zona che si trattava di una esercitazione “particolare”, giravano casse di armi e munizioni nuove di zecca portate dalle caserme,  si sparava e si studiava non solo l’innocua topografia  e le tecniche di comunicazione riservata ma anche l’approntamento delle trappole esplosive e le tecniche di sabotaggio.
Per sabotare chi?
Per il col. Amos Spiazzi, responsabile della Legione veronese, il fine di tutto ciò era solo quello di contrapporsi alla “propaganda marxista extraparlamentare “ che stava infettando la società e addirittura l’Esercito e soprattutto quello di trovarsi pronti in caso di invasione da parte dei paesi dell’Est, facendo scattare il cd Piano di Sopravvivenza non dissimile  da quello di resistenza anche dietro le linee di Gladio.
Ma per altri testimoni che hanno militato nei Nuclei c’era qualche finalità in più, altrimenti sarebbe stato solo un inutile doppione di Gladio. Si trattava anche di muoversi sul piano della sicurezza interna, cosa ben diversa da un’invasione nemica, contrastando eventuali “sommosse” da parte dei comunisti” e ancora oltre affiancandosi ad un progetto golpista probabilmente previsto  per la tarda primavera del 1973 denominato Operazione Patria che costituiva la vera ragione sociale della struttura.
Non solo Gladio ma più organizzazioni parallele quindi, e anche a ben più gravi livelli di illegalità.

Elementi di novità significativi sono stati offerti dalle indagini degli anni ‘90 anche in relazione alle caratteristiche dell’organizzazione MAR (Movimento Armato Rivoluzionario) diretto in Valtellina negli anni ‘70 dall’ex partigiano bianco Carlo Fumagalli. Tale raggruppamento, responsabile di numerosi attentati in Lombardia, soprattutto contro tralicci, e avvicinatosi verso la fine della sua esistenza alle forze più radicali dell’estrema destra eversiva quali Ordine Nero ed Avanguardia Nazionale, è stato oggetto di un processo negli anni ‘70 a Brescia, uno dei pochi a chiudersi con gravi condanne.
Tuttavia all’epoca non era stato possibile comprendere in modo completo la rete di complicità di cui l’organizzazione, che aveva come programma quello di attuare un golpe “presidenzialista” più che fascista in senso stretto, godeva.  Dalle testimonianze raccolte a Milano negli anni ‘90, in particolare da quella di Gaetano Orlando, ideologo dell’organizzazione e luogotenente di Fumagalli, è emerso invece che il MAR aveva stretti legami con Ufficiali dell’Esercito e Ufficiali della Divisione Pastrengo dei Carabinieri che a Padova e in Valtellina avevano rifornito il gruppo di armi e avevano garantito che al momento necessario i depositi di armi nelle caserme sarebbero stati a disposizione degli uomini del MAR. Ad alcune esercitazioni in Valtellina nel 1970 avevano addirittura presenziato come osservatori ufficiali americani secondo una prassi già sperimentata in altri paesi.
In sostanza gli uomini del MAR si sentivano tutti gli effetti “ uomini dello Stato” che agivano a fianco di apparati istituzionali.

Quanto al Golpe Borghese nel settembre 1969 uno degli uomini del Fronte Nazionale di Borghese informatore nel contempo del SID riferiva che, secondo il Principe, “la riuscita del colpo di Stato è certa” e che è già stato studiato “un piano di provocazione con una serie di grossi attentati dinamitardi per fare in modo che l’intervento armato di destra potesse verificarsi in un clima di riprovazione generale nei confronti dei criminali rossi”.
Quello che è contenuto in tale informativa è nè più né meno ciò in cui consisteva il piano del principe Borghese e del suo Fronte Nazionale, un progetto tutt’altro che da operetta ordito da un manipolo di esaltati e da qualche generale in pensione, come invece lo si è  voluto far passare.
Le indagini milanesi infatti raccontano, con testimonianze concordanti, di gruppi pronti ad entrare in azione la notte fra il 7 e l’8 dicembre 1970 in tutte le regioni d’Italia, dal Lazio al Veneto dall’Umbria alla Toscana alla Calabria. In più il capitano del SID Antonio Labruna, che aveva registrato una serie di colloqui con uno dei capi dei congiurati l’imprenditore romano Orlandini, ha portato dopo tanti anni a Palazzo di Giustizia, nel 1990, gli originali dei nastri che aveva  conservato. Dalla loro trascrizione è risultato che i nastri trasmessi invece alla magistratura negli anni ‘70 erano stati alleggeriti dei nomi più importanti dei congiurati coinvolti e cioè quelli degli alti ufficiali destinati comunque ad una brillante carriera e quello di Licio Gelli il cui compito quella notte era di entrare in Quirinale e neutralizzare il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. 
Il piano definito dal principe Borghese Tora-Tora, con riferimento all’attacco giapponese a Pearl Harbour  avvenuto nella stessa data del 7 dicembre, è una progressione di eventi che è stato progressivamente ricostruita anche negli anni successivi alla conclusione delle nostre indagini. Sono stati infatti desecretati dagli archivi statunitensi in base al Freedom Information Act e pubblicati da ricercatori Maria Josè Cereghino e Giuseppe Casarrubea una serie di atti del 1970 dai quali risulta che l’ambasciatore Graham Martin e il Dipartimento di Stato statunitense erano perfettamente al corrente del piano che stava per essere attuato in Italia, pur mantenendo riserve sulla sua riuscita e sui pericoli che il progetto comportava.
È stato poi da poche settimane pubblicato un libro di memorie di uno degli originari e più importanti imputati nel primo processo per il golpe Borghese, il medico di Rieti Adriano Monti, come gli altri accusati fortunosamente assolto all’epoca.  A distanza di tanti anni e passato il pericolo di una condanna il protagonista di quegli eventi racconta nel libro Siegfried[5], titolo che  si riferisce al suo nome in codice, di aver fatto parte, dopo la militanza in guerra nelle SS italiane, della rete Gehlen che univa Servizi segreti statunitensi e reduci nazisti e di aver seguito in tale veste passo per passo la preparazione del golpe che sarebbe scattato al momento del via libera diramato addirittura dal Comandante della Regione Carabinieri Piemonte, via libera venuto meno all’ultimo momento.
Un progetto quindi, quello del 7 dicembre 1970, non da commedia ma che aveva gettato profondamente le sue radici all’interno di corpi dello Stato italiano.

In conclusione qualche accenno alle due linee di interpretazione che gli studiosi e gli storici hanno l’elaborato sugli eventi che sono stati sinora descritti.
Quelli legati ad un orientamento culturale moderato o di centrodestra, pur non negando la ricostruzione degli eventi e la loro paternità, cosa del resto ormai impossibile in ragione dell’imponente materiale probatorio raccolto dalle indagini in particolare quelle riaperte negli anni ‘90, sostengono che le stragi e i tentativi eversivi di mutamento nell’ordine costituzionale sarebbero sati opera di piccoli gruppi di esaltati, scoordinati fra di loro, con propositi velleitari e mere aspirazioni personali di potere e non avrebbero goduto di protezioni organiche dall’interno dello Stato ma solo della compiacenza di alcuni singoli personaggi[6].
Gli studiosi e gli storici appartenenti in genere all’area culturale progressista ritengono invece che le stragi e gli attentati, pur nella loro diversità – non sono stati infatti concepiti tutti insieme ma ciascuno come conseguenza dell’effetto e della  riuscita o meno del precedente – avessero una finalità leggibile e che li accomuna. Quella cioè di imprimere, in un momento di espansione delle forze di sinistra non solo in Italia, una decisa svolta autoritaria. Una svolta che per alcuni poteva essere rappresentata da una semplice dichiarazione dello stato di emergenza, con lo scioglimento delle Camere e successive elezioni che rinsaldassero le forze conservatrici, per altri, le frange più radicali, da un colpo di Stato alla greca.
Oggi si dimentica che Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, il Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese erano all’epoca un’area con una forza non indifferente e che aveva solidi legami con il mondo militare e una parte del mondo imprenditoriale, che la protezione dei Servizi segreti era  garantita e che, come emerge dalle ultime indagini su piazza Fontana e sul golpe Borghese, le amministrazioni statunitensi dell’epoca erano informate e guardavano quantomeno con benevola attenzione lo sviluppo degli eventi.
Alle spalle dei gruppi eversivi italiani vi era poi una rete europea, che garantiva non solo l’addestramento ma  insegnava tecniche raffinate quali l’infiltrazione e il coinvolgimento delle forze dell’estrema sinistra più permeabili, mi riferisco all’Aginter Press di Guerin Serac in Portogallo, quasi una “casa madre” strategica per gli ordinovisti italiani e su cui non mi soffermo perché sarà oggetto, credo, dell’intervento che segue.
In conclusione un’area finalizzata a mutamenti istituzionali con strategia in parte comune e sovrapponibile a breve termine, pur in presenza di attori diversi che andavano dalla destra militare ed imprenditoriale ai nostalgici del Nuovo Ordine europeo di Hitler, una strategia forse velleitaria ma non folle, una strategia con una ragionevole aspettativa, in quegli anni di massimo scontro tra i Blocchi, di poter contare su appoggi internazionali.
Una strategia fallita ma che ha lasciato un effetto duraturo, quello di aumentare la sfiducia e il distacco tra una parte della società e lo Stato proprio perché lo Stato aveva dimostrato di non saper o di non voler proteggere i suoi cittadini. Una sfiducia che ha dato argomenti suggestivi al nascente terrorismo di estrema sinistra e che le forze democratiche hanno impiegato anni per ricucire.
Anche l’interpretazione riduttiva che per prima ho citato ha la sua parte di verità quando sottolinea il soggettivismo nichilista e antistorico di molti dei protagonisti di quella stagione, l’artigianalità e l’approssimazione dei mezzi usati rispetto agli obiettivi prefissati e l’incomprensione del fatto che le loro azioni, se non avessero ottenuto un successo immediato, divenivano a più lunga scadenza controproducenti.
Ma credo, senza enfasi e ricordando sempre che stragi e terrorismo rimangono solo un segmento della storia ben più ricca della società, che la seconda sia la lettura storico- giudiziaria che dobbiamo dare degli eventi di quel sanguinoso quinquennio.

Guido Salvini
Tribunale di Milano

Note:

[1] L’attentato di Peteano diventa tuttavia parte integrante di quella strategia della tensione che ha visto protagonisti apparati dello Stato nel momento in cui, subito dopo la sua consumazione, alti comandi dell’Arma dei Carabinieri deviano le indagini su false piste, inizialmente su elementi della piccola malavita locale e poi su Lotta Continua. Per tale opera di deviazione delle indagini i colonnelli dei Carabinieri Dino Mingarelli e Antonio Chirico sono stati condannati con sentenza definitiva della Corte d’Assise d’Appello di Venezia.

[2] Ed Eleuthera, 2009

[3] Il 20 giugno 2017 è divenuta definitiva la condanna all’ergastolo per la strage di Piazza della Loggia nei confronti del dirigente ordinovista  Carlo Maria Maggi, già imputato anche per la strage di piazza Fontana, e di Maurizio Tramonte. L’indagine bresciana toccava lo stesso ambiente e si basava sugli stessi testimoni  presenti in quella di piazza Fontana. L’impegno dei magistrati bresciani non è mai venuto meno anche dopo le iniziali assoluzioni. La collaborazione tra la Procura di Brescia e l’Ufficio Istruzione di Milano è stata proficua e continua negli anni. L’esito diverso dei due processi testimonia le conseguenze nefaste  dell’inettitudine, della presunzione e della volontà di far sorgere conflitti all’interno degli inquirenti con cui la Procura di Milano ha trattato la strage del 12 dicembre.

[4] Prospettiva Editrice, 2008

[5] Ed. Chiarelettere, 2016

[6] si legga ad esempio come espressione di tale impostazione il saggio di Massimiliano Griner Il mito della strategia della tensione, ed. Lindau, 2011, chi offre comunque una ricostruzione acuta e interessante anche delle soggettività non omogenee che hanno agito all’interno della strategia della tensione e sottolinea, accanto ai depistaggi, l’impreparazione delle Forze di polizia davanti ad un fenomeno, quello delle stragi non rivendicate, totalmente nuovo per il nostro Paese.

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