Depistaggio

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di Vincenzo Vinciguerra

Il presidente della Corte di assise di appello di Milano, Anna Conforti, dedica al depistaggio un intero capitolo delle motivazioni della sentenza di condanna a carico di Carlo Maria Maggi e di Maurizio Tramonte.
Il IX capitolo, difatti, lo intitola “L’attività di depistaggio”, scrivendo che

“è questa, forse, la pagina più amara della vicenda in esame, come altri hanno già autorevolmente rilevato” (p. 447).

È un capitolo nel quale emergono tutte le contraddizioni di una magistratura che, anche quando dopo 42 anni dai fatti, deve prendere atto della realtà di quel tempo e di quella dei gruppi di destra che hanno operato per affermare gli interessi nazionali e sovranazionali dello Stato italiano e dei suoi alleati, non riesce tuttavia ad affermare apertamente questa verità scegliendo di dissimularla parzialmente con l’attribuire ad una parte dello Stato e delle sue istituzioni (senza ovviamente indicare quali) ogni responsabilità e continuando a qualificare come “destra eversiva” quella che, viceversa, era la manovalanza dello Stato.

La descrizione dei fatti è lucida.

“Dagli atti processuali – scrive Anna Conforti – emerge, in effetti, la prova certa di comportamenti ascrivibili ai vertici territoriali dell’Arma dei carabinieri e ad alti ufficiali del S.I.D. che sono incompatibili con ogni principio di lealtà e fedeltà ai compiti istituzionali loro affidati.
Le distorsioni operate nel processo di trasmigrazione, verso la naturale sede giudiziaria, delle informazioni acquisite in ordine alle pericolose derive verso cui da mesi si erano avviate le frange della destra eversiva che nel Nord Italia e soprattutto in Lombardia ed in Veneto erano fortemente radicate hanno indubbiamente giovato al prosperare della attività di ricompattamento delle fila degli ex ordinovisti e consentito la concreta attuazione di progetti destabilizzanti dei quali sussistevano da tempo segnali inquietanti.
Nulla si è mosso. Almeno non nella direzione istituzionale. E quando pure è stato fatto, l’ottica seguita, almeno per ciò che riguarda i Servizi segreti, non è stata certo quelle di consentire agli inquirenti di fare luce sull’accaduto, sulle trame sottostanti, sui responsabili” (p. 447).

Ne consegue, per logica, chiedere perché tutto questo sia accaduto.
Anna Conforti, giustamente, scrive:

“È doveroso domandarsi: cui prodest?” (p. 447).

La risposta, anch’essa lucidissima, si pone in netto ed irrimediabile contrasto con la pretesa poco sopra affermata dei comportamenti di ufficiali dei carabinieri e del Sid “incompatibili con ogni principio di lealtà e fedeltà ai compiti istituzionali loro affidati”.
Difatti, il presidente della Corte di assise di appello scrive:

“La risposta è fin troppo ovvia, ove si tenga conto del contesto politico dell’epoca e dell’attenzione che pezzi importanti dell’apparato, civile e militare dello Stato, e centrali di potere occulto prestavano alla evoluzione del quadro socio-politico del Paese, condividendo l’interesse – comune a potenze straniere che godevano di un osservatorio privilegiato grazie alla massiccia presenza sul territorio di basi militari e di operatori dei servizi di intelligence – a sostenere l’azione della destra, anche estrema, in chiave anticomunista” (p. 447).

Non erano “pezzi” dello Stato sia pure “importanti” ad avvalersi dell’operato dei gruppi di destra, era lo Stato, erano i governi, erano i loro alleati americani e dell’Alleanza atlantica.
Il direttore del Sid, Vito Miceli, era stato un uomo di Giulio Andreotti che lo aveva gratificato per i suoi servigi con il riconoscimento delle insegne di Grande ufficiale al merito della Repubblica, concesse dal presidente della Repubblica Giovanni Leone il 2 giugno 1974, cinque giorni dopo la strage di Brescia del 28 maggio 1974.
Finito repentinamente, per ragioni che nessuno ha cercato di chiarire, l’idillio con Andreotti che, l’8 giugno 1974, ne preannuncia pubblicamente la destituzione da capo del servizio segreto militare, Miceli passa sotto la protezione di Aldo Moro che lo difende dalle accuse rivoltegli anche in sede giudiziaria, e lo definisce un “uomo buono”.
Il generale Gianadelio Maletti è stato, anch’esso, un fedele collaboratore di Giulio Andreotti e, poi, è passato sotto l’ala protettrice di Arnaldo Forlani.
Non si pretenderà oggi di affermare che Giulio Andreotti, Aldo Moro e Arnaldo Forlani abbiano rappresentato, all’epoca, “pezzi importanti dell’apparato civile” dello Stato?
Loro erano lo Stato.
E a conferma che la distinzione fra destra parlamentare ed eversiva è fittizia, il generale Vito Miceli sarà eletto senatore nelle file del Movimento sociale italiano di Giorgio Almirante, di quel partito di cui Carlo Maria Maggi era stato componente del comitato centrale.
E se i fini erano quella descritti da Anna Conforti – e quelli erano – si dovrà convenire che i Maletti, i Miceli, i Del Gaudio hanno mantenuto comportamenti perfettamente compatibili con “i principi di lealtà e fedeltà ai compiti istituzionali loro affidati”.
Perché loro erano gli esecutori delle direttive politiche impartite dagli Andreotti, dai Moro e dai Forlani; obbedivano, non comandavano.
Per questa ragione nessuno ha mai sconfessato nel corso dei decenni il loro operato.
Anzi, compatti come sempre, politici e militari, hanno riconfermato sempre la fedeltà alla politica del depistaggio alla quale non possono rinunciare, proprio perché imposta dai vertici di allora e coperte dei vertici di oggi.
Se Maletti aveva depistato le indagini indicando ai magistrati bresciani la pista di Carlo Fumagalli per la strage di piazza della Loggia, l’ammiraglio Fulvio Martini, tanto caro al cuore di Francesco Cossiga, nel 1989, quindici anni dopo, suggerì quella dell’ambasciata cubana.
E se il depistaggio, per la dottoressa Conforti,

“assume in questo processo la valenza di indizio, grave e preciso, a carico di Maggi e del suo gruppo operativo, rispetto ai quali è stata alzata una rete di protezione, fatta di ritardi, omissioni, tentennamenti, connivenze, sviamenti, cortine fumogene, che hanno gravemente pregiudicato i tempi, la durata e gli esiti delle indagini” (n.448)

ricordiamo che a difesa e protezione dello stesso Carlo Maria Maggi e del suo gruppo, si è mosso negli anni Novanta Felice Casson che ha cercato in tutti i modi di interferire per bloccare le indagini sul suo conto a Milano e a Brescia.
Del resto, Felice Casson si era già distinto nel corso dell’istruttoria sull’attentato di Peteano di Sagrado nel depistaggio delle indagini che mi riguardavano finalizzato a togliermi ogni credibilità, in quanto perfettamente consapevole della decisiva importanza delle mie dichiarazioni sulla guerra politica italiana, il ruolo dei servizi segreti e di Ordine nuovo.
Importanza che il presidente delle Corte di assise di appello rileva, a distanza di 32 anni, ricordando l’ “incredibile decisione di distruggere gli archivi dei Centri territoriali, ed in particolare quello di Padova, adottata a dire di Bottallo, intorno al 1984-1985 dall’ammiraglio Martini, all’epoca capo del S.I.S.M.I.

“Al riguardo – prosegue Anna Conforti – non può non condividersi il rilievo dei difensori delle Parti civili circa l’interesse dei Servizi alla soppressione del materiale informativo contenuto negli archivi alla luce delle dichiarazioni rese da Vincenzo Vinciguerra in epoca concomitante o prossima all’ordine di distruzione.
Questi, infatti, sentito dal G.I. di Brescia il 6 maggio 1985, aveva indicato i responsabili delle stragi, inclusa quella di Brescia, “nel gruppo di Ordine Nuovo collegato con ambienti di potere ed apparati dello Stato; area che vedeva nella strage lo strumento per creare la punta massima di disordine al fine di ristabilire l’ordine” (n.457).

E ricordiamo che, già il 6-7 agosto 1984, in concomitanza con le dichiarazioni da me rese ai magistrati di Bologna sullo stesso argomento, il Sismi aveva distrutto un centinaio di documenti segreti classificati per la prima volta dal dopoguerra.
Quello che il presidente della Corte di assise di appello di Milano non sa è che Felice Casson ha avuto la possibilità di interferire con la mia testimonianza a Brescia il 30 settembre 2009, proseguendo un’opera di calunnia e disinformazione che porta avanti da 34 anni.
Ma questa è una storia che a Brescia conoscono bene anche se nessuno fino ad oggi ha osato parlarne.
Felice Casson, difatti, è intruppato da oltre 10 anni nelle fila dei parlamentari del Partito democratico che contro la verità è riuscito a fare più di quanto abbia fatto la Democrazia cristiana, con la complicità – diciamolo pure – dei familiari delle vittime delle stragi.
Il silenzio con il quale è stata accolta la sentenza di condanna di Carlo Maria Maggi e di Maurizio Tramonto, seguito da quello ancora più totale riservato alla motivazione della sentenza stessa, denuncia in maniera inequivocabile che i depistaggi sono ancora in atto ed i depistatori ancora in attività.
E che oggi, come ieri, ad agire non sono “pezzi importanti dell’apparato civile e militare dello Stato”, ma lo Stato e la sua classe dirigente politica e militare, compatti come sempre contro la verità e contro il loro popolo.
Non sarà il Partito democratico a portare la dottoressa Anna Conforti in Parlamento, ma saremo noi a portare il Partito democratico ad un processo non solo mediatico e storico nel corso del quale emergeranno le sue gravissime responsabilità nell’occultamento della verità, con l’accusa di tradimento nei confronti della Nazione.
È la certezza di un futuro che non è lontano.

Opera, 15 novembre 2016

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