Storicume

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di Vincenzo Vinciguerra

È il termine più idoneo per indicare l’insieme, fatte salve alcune rarissime eccezioni, degli storici italiani o, meglio, di quelli che amano definirsi tali.
Farne un elenco richiede tempo perché sono in troppi coloro che, spesso laureati e talvolta docenti universitari, salgono in cattedra per illustrare agli italiani gli eventi della storia contemporanea raccontati non per come si sono effettivamente svolti, ma secondo gli interessi dei partiti di appartenenza e, spesso, agli apparati segreti dello Stato per i quali lavorano.
Un esempio del metodo che tutti costoro impiegano per scrivere quelle che spacciano per “storia”, solo ultimo in ordine di tempo, ci viene da quanto scrivono in un libro il cui titolo non vale la pena di citare tali Mastrolilli e Molinari.
I due si avventurano a parlare del caso “Gladio” e lo introducono scrivendo, testualmente, che esso è “esploso” casualmente nella inchieste condotta dal “giudice di Treviso” Felice Casson che indagava sull’attentato di Peteano nel quale morirono “cinque carabinieri”, grazie alla “confessione” del sottoscritto che “tra le altre cose rivela i legami con una struttura parallela gestita dai servizi segreti e collegata alla Nato. La struttura si chiama ‘Gladio’”.

In poche righe i due compari riescono a condensare ben tre menzogne: il noto Felice Casson era giudice a Venezia, e non a Treviso; i morti nell’attentato di Peteano sono stati tre, e non cinque; e io, al Casson, non ho rivelato un bel niente su una struttura segreta con la quale non ho mai avuto alcun legame.
Ci sono errori che non si possono fare, come sbagliare la sede giudiziaria in cui lavorava il Casson e il numero dei morti nell’attentato, ma che sono il frutto della superficialità con la quale i due hanno scritto un libro non di storia ma di spazzatura giornalistica.
Il meglio di se stessi, i due lo danno nell’inventare che io avrei parlato a Casson di “Gladio” e dei miei legami con essa.
È ormai, questa della mia appartenenza o, nel migliore dei casi, della mia contiguità con Gladio, una leggenda metropolitana che è stata inventata proprio da Felice Casson e diffusa dai giornalisti amici suoi, del Pci e del ministero degli interni.
Una favola per imbecilli.
E sono tanti gli imbecilli che, a partire dall’estate del 1990, l’hanno ripresa e fatta propria portando come prova sempre – e soltanto – le affermazioni di Felice Casson.
Lo storicume italiano ha come metodo quello della raccolta delle opinioni degli sciacalli interessati a fare carriera politica, senza curarsi di fare quelle verifiche che, per gli storici, sarebbero doverose.
Per l’italico storicume basta la parola, in questo caso del più screditato ex magistrato italiano e politico fallito, Felice Casson.
Difatti, sarebbe sufficiente leggere i verbali giudiziari che riportano le mie dichiarazioni per avere la prova certa che non una sola parola – ripetiamo: una sola – delle migliaia dette dal Casson sui miei rapporti con Gladio, sulle mie “confessioni” sul punto fatte a lui, sul collegamento fra l’attentato del 31 maggio 1972 e la struttura, risponde a verità.
Il sospetto è che in tanti coniugano l’incompetenza (neanche sanno cosa sia il metodo per scrivere storia) con la disonestà di chi si compiace di credere e di alimentare la cretinissima favola per attaccare un nemico ideologico e politico che ha inchiodato lo Stato ed i suoi apparati alle loro responsabilità.
Felice Casson ha truffato Giulio Andreotti e, a quel punto, si è convinto che può truffare chiunque senza mai subire le conseguenze del reato che commette.
l fatti sembrano dargli ragione, ma solo sul piano ufficiale politico, giornalistico e presunto storico, perché sono sempre più numerose le persone che si chiedono come mai nessuno esibisce le prove di quanto afferma.
Le prove, viceversa, della truffa cassoniana ci stanno tutte.
La struttura “Gladio” è stata scoperta dal giudice istruttore veneziano Carlo Mastelloni nell’ambito dell’inchiesta sul sabotaggio dell’aereo “Argo 16”, già nel 1988.
Il 18 ottobre 1988, difatti, Mastelloni chiede al Sismi informazioni relative a “plurimi depositi di armamento siti in Veneto e nella zona nordorientale del Paese… destinati ai civili o ex militari addestrati… nel Centro occulto sito in Alghero, Sardegna”.
Questi erano i “Nasco”!
E a scoprirne l’esistenza è stato il giudice istruttore Carlo Mastelloni al quale i presidenti del Consiglio Ciriaco De Mita, prima, e Giulio Andreotti, dopo, opporranno il segreto di Stato.
A distanza di 28 anni, l’italico storicume non si è accorto di questa verità certa e documentata?
E non è la sola che è sfuggita all’italico storicume, perché, solo per citarne una, il generale Pasquale Notarnicola, l’uomo che il 6 dicembre 1989 informò Felice Casson, fino a quel giorno felicemente ignaro di tutto, dell’esistenza della struttura riferì che l’ammiraglio Fulvio Martini gli aveva confidato di aver fatto spostare un “Nasco” nel 1972 per evitare che la magistratura potesse scoprirlo.
È evidente che il riferimento non poteva essere al Nasco di Aurisina, scoperto nel mese di febbraio del 1972, ma ad un altro di cui il Casson non ha mai sospettato l’esistenza.
Sul Nasco di Aurisina, invece, il Casson ha architettato la truffa più idiota: ha, difatti, sostenuto – e continua a farlo – che il detonatore a strappo usato nell’attentato del 31 maggio 1972, proveniva proprio da lì.
Il Casson si è sempre opportunamente “dimenticato” di dire che la sua è una mera opinione perché, andato letteralmente fuso nell’esplosione il detonatore utilizzato residuato della Seconda guerra mondiale, nessuno è in grado di fare una comparizione con quelli trovati ad Aurisina.
Furbo, il Casson, ma non abbastanza.
Quando un numero sempre maggiori di giovani e giovanissimi storici subentrerà a quelli attualmente in servizio e il fenomeno di interessato cretinismo collettivo andrà via via esaurendosi, che fine faranno il piduista onorario Felice Casson, il Mastrolilli, il Molinari e tutti gli altri rappresentanti dell’italico storicume?
Finiranno al macero insieme ai loro inutili libri.

Opera, 21 novembre 2016

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