Il Coniglio Rosso

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di Vincenzo Vinciguerra

Nelle centinaia di migliaia di pagine scritte sugli “anni di piombo” nessuno si è mai posto la domanda fondamentale: se le “strategia della tensione” si è rivelata vincente o perdente per i suoi ideatori ed organizzatori.
Una domanda elusa da sempre per evitare di dover convenire che, purtroppo, la strategia del terrore e della paura ha raggiunto gli obiettivi che si erano prefissati gli uomini di quel potere che oggi si vanta di aver trionfato sul “terrorismo nero” e su quello “rosso”.
Per supplire all’incapacità di una classe dirigente rapace e ladrona di fermare l’inesorabile avanzata elettorale del Pci, e alla codardia dei dirigenti democristiani di agire con la forza contro la “quinta colonna sovietica” in Italia, si è posta in atto fin dai primi anni Sessanta un’operazione in grado di obbligare il Pci a mettersi sulla difensiva per scongiurare il pericolo di essere posto fuori legge.
Non era un pericolo ipotetico.

I patti di Yalta erano in vigore. L’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956, il colpo di Stato militare in Grecia nel 1967, la successiva invasione della Cecoslovacchia nel 1968 avevano confermato che le potenze egemoni nelle loro sfere d’influenza potevano fare quanto gli serviva senza suscitare altro che flebili proteste parolaie.
l dirigenti comunisti erano, pertanto, ben consapevoli che un’azione contro il loro partito non avrebbe trovato opposizione concreta da parte dell’Unione sovietica e del Patto di Varsavia.
Dall’agosto del 1968, dall’ingresso dei carri armati sovietici a Praga, si mettono quindi alla ricerca di una soluzione che consenta loro di trovare un punto di convergenza con i democristiani, aiutati in questo dalle dichiarazioni di Aldo Moro che, nel mese di gennaio del 1969, sollecita nei confronti del Pci una “strategia dell’attenzione” resa possibile del dissenso ufficiale espresso dal partito nei confronti dell’intervento militare sovietico in Cecoslovacchia.
Dopo un anno passato nella paura del colpo di Stato, è la strage di piazza Fontana che offre ai dirigenti comunisti la possibilità di dare alla Democrazia cristiana un segnale preciso ed inequivoco delle sua disponibilità a stabilire una convivenza che consenta di ricreare le condizioni per una gestione condivisa del potere.
I vertici del Pci sono al corrente, anche grazie al supporto informativo del Kgb, che l’operazione del 1969 conclusasi con la strage del 12 dicembre 1969 non risponde alla logica e agli interessi di un inesistente neofascismo, ma scelgono spregiudicatamente di dare prova della loro disponibilità e “maturità democratica” ai detentori del potere coprendo le responsabilità di questi ultimi in quella che ormai era stata definita la strategia della tensione.
Il Pci gioca, di conseguenza, la carta dell’antifascismo che qualche risultato aveva già prodotto nel luglio del 1960 quando anche dirigenti di primo piano della Dc si erano opposti allo svolgimento del congresso nazionale del Msi a Genova.
È il Partito comunista a porsi all’avanguardia nella denuncia di una “minaccia fascista” alla democrazia ed alle sue istituzioni. Per i dirigenti comunisti, il massacro della Banca dell’Agricoltura a Milano non si può – e non si deve – qualificare come “strage di Stato” ma come strage “fascista” contro lo Stato democratico ed antifascista nato dalla Resistenza.
Che questa sia la linea dettata del Pci lo prova un episodio ormai dimenticato: l’allontanamento del giornalista Gabriele lnvernizzi dalla redazione della rivista “Vie Nuove”, denunciato dal periodico “Bcd” in un articolo del 7 giugno 1970, dal titolo significativo “Tutti zitti sul caso Vie Nuove – Invernizzi”.
Invernizzi aveva fatto parte del Collettivo di controinformazione che aveva condotto un’inchiesta sulla strage di piazza Fontana e aveva, di conseguenza, sostenuto la responsabilità dei servizi segreti sia nella strage che, in generale, nelle azioni dell’estremismo di destra.
Una tesi, la sua, che si contrappone a quella ufficiale del Pci per il quale la strage è solo “fascista”.
Invernizzi viene licenziato in tronco, e nessun giornalista del partito oserà più contraddire le direttive del partito in materie.
Quando la presenza degli uomini dei servizi segreti non potrà più essere negata, Pci e Dc, questa volta insieme, inventeranno l’esistenza dei “servizi segreti deviati”, degli “ufficiali infedeli”, dei “fascisti” che sono stati lasciati nei loro posti all’interno delle istituzioni militari e di polizia dalle sconsiderato decisioni dei De Gasperi e dei Scelba.
Una parte della Democrazia cristiana, quella che fa riferimento ad Aldo Moro, non impiega molto tempo a comprendere la logica e le finalità del Partito comunista che si offre come difensore della democrazia al cui trionfo ha contribuito durante le guerra civile del 1943-45, minacciata oggi dal ritorno di un fascismo alla ricerca di una rivincita.
Se tutto separa la Dc e il Pci sul piano della politica internazionale, sociale, economica, interna, la difesa contro un comune nemico diviene il punto di convergenza fra le due forze politiche contrapposte.
La “minaccia fascista” non esiste per la semplice ragione che non esiste un neofascismo al quale è subentrata, nell’arco di un ventennio, una destra reazionaria e conservatrice (l’esatto contrario del fascismo) che utilizza strumentalmente, solo per ragioni elettoralistiche, i simboli esteriori del passato regime.
La Democrazia cristiana, che è stata la forza politica che ha creato il Movimento sociale insieme ai servizi segreti americani, il Vaticano e la Confindustria, conosce quindi la verità, ma il cinismo e la spregiudicatezza dei democristiani sono pari a quelli dei comunisti e, di conseguenza, l’idea passa e l’invito è raccolto.
Il lupo comunista è ormai solo un coniglio rosso che cerca di salvarsi trasformandosi nel cane da guardia del sistema parlamentare italiano, e il cane, a differenza del lupo, è addomesticabile.
Ai democristiani non serve molto per agire in modo da rendere concreta e reale l’esistenza di un “pericolo fascista”.
Hanno utilizzato per anni gli stracci del Movimento sociale italiano come forza d’urto nelle piazze contro i comunisti, come informatori per i propri apparati di sicurezza, come “bombaroli” per conto dei servizi segreti.
Gli stracci possono volare.
Nel mese di dicembre del 1970,la Questura di Verona inizia in sordina l’inchiesta sul Movimento politico Ordine nuovo di Clemente Graziani.
E gli stracci cominciano a volare.
Non è un’operazione rapida e indolore perché le resistenze e le contrapposizioni sono forti, ma alla fine la linea morotea prevale.
Il 30 aprile 1975, a Foggia, nel discorso inaugurale della Fiera dell’Agricoltura, Aldo Moro potrà denunciare che “in modo inspiegabile e assurdo a trent’anni dalla liberazione il fascismo è ritornato, non solo come predicazione di una disumana dottrina ma quale concreta minaccia alle libere istituzioni”.
Cinque giorni prima, il 25 aprile, le bande militari per la prima volta nella storia della Repubblica, insieme all’inno del Piave hanno suonato “Bella ciao”. E, nel corso dell’anno, il nuovo capo di Stato maggiore della Difesa, generale Andrea Viglione, blocca le carriere degli ufficiali provenienti dalla Forze armate della Repubblica sociale che non potranno andare oltre al grado di generale di brigata.
Fedeli al detto che è “meglio un cane vivo che un leone morto” i comunisti hanno vinto la loro battaglia, e i loro eredi non intendono rinnegare la menzogna originaria.
Oggi il cane è morto. Rimangono i conigli, grigi conigli di destra, di centro e di sinistra, indistinguibili gli uni dagli altri.
E, insieme ai conigli, rimane la menzogna.

Opera, 1° dicembre 2016

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