I Servizi di Insicurezza

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di Vincenzo Vinciguerra

Da quanti anni questo Paese vive in uno stato di insicurezza nazionale?
Dalla fine della Seconda guerra mondiale, certamente, quando i servizi segreti italiani sono divenuti una mera appendice di quelli americani.
Un’esagerazione, la nostra? Un’affermazione polemica che non trova riscontro nell’attività indefessa degli organismi segreti per tutelare la sicurezza degli italiani?
Al contrario, la nostra è una certezza maturata dalla conoscenza della storia post-bellica nelle cui pagine abbiamo cercato invano le tracce di un’attività di prevenzione o di repressione svolta dai servizi segreti in difesa del popolo italiano.
Il 27 ottobre 1962, esplode in volo l’aereo sul quale viaggiava il presidente dell’Eni, Enrico Mattei, impegnato da anni a garantire la indipendenza energetica italiana.
I servizi segreti italiani non vedono, non sentono e non parlano.

Il 12 dicembre 1969, a Milano, è compiuta una strage all’interno della Banca dell’Agricoltura di Milano.
I servizi segreti italiani, in questo caso, si attivano per coprire il proprio agente Guido Giannettini ma anche i “terroristi” Giovanni Ventura e Marco Pozzan, tanto che alla fine il generale Gianadelio Maletti e il suo braccio operativo capitano Antonio Labruna rimediano una condanna per favoreggiamento.
Come attività per garantire la sicurezza nazionale non ci sembra la migliore, tanto più che da loro un’indicazione sui possibili responsabili non è mai arrivata.
Siamo certi che si sono impegnati al massimo: hanno consultati indovini, veggenti, zingare, interrogato le stelle, guardato in una sfera di cristallo ma, sfortunatamente, nessuna indicazione è pervenuta sui possibili colpevoli.
Qualcosa in più – è giusto riconoscerlo – hanno fatto per appurare la verità sulla strage di Brescia.
Per il generale Gianadelio Maletti, capo dell’ufficio D (sicurezza interna) del Sid a compierla era stato Carlo Fumagalli: solo un’ipotesi, per carità, perché prove lui non ne aveva.
L’ammiraglio Fulvio Martini, tanto caro al cuore di Francesco Cossiga, dopo anni di difficilissime indagini, nel 1989, propone la pista cubana.
I nomi degli esecutori materiali non li conosce, in compenso suggerisce che il mandante può essere stato Fidel Castro.
I magistrati, ingrati, non gli credono.
Sulla strage dell’Italicus del 4 agosto 1974, il consigliere istruttore di Bologna Angelo Vella si rivolge al Sid per conoscere gli esiti degli accertamenti svolti in merito.
Il 1° giugno 1976, il direttore del Sid, ammiraglio Mario Casardi, risponde:

“Come già precisato il Sid non ha svolto, neppure in tempi successivi, indagini specifiche sull’attentato in oggetto, perché non di sua pertinenza né d’altra parte dall’attività informativa sono emersi elementi utili per ulteriori accertamenti”.

Non si comprende, a questo punto, a cosa gli serva avere un ufficio preposto alla tutela della sicurezza interna.
Il belato di protesta del giudice Vella non ottiene alcun risultato.
Sulla strage del 2 agosto 1980, a Bologna, l’impegno del servizio segreto militare per accertare la verità è tale che due di loro, il generale Pietro Musumeci e il colonnello Giuseppe Belmonte finiscono in galera per depistaggio.
Sulla strage di Ustica, perfino il giudice istruttore Rosario Priore recrimina timidamente sull’operato del Sismi che ha permesso di coprire la verità, non di accertarla.
Non ci sono solo le stragi.
Il 22 settembre 1980, al presidente della Corte di assise di Bologna che chiedeva notizie su “Ordine nero”, il generale Giulio Grassini, direttore del Sisde, risponde:

“Si informa che i fatti in oggetto si verificano in epoca molto anteriore alla nascita del servizio. Pertanto non si rinvengono agli atti elementi informativi di qualche interesse”.

L’arroganza delle risposte dei direttori del servizio segreto militare e civile denuncia, da un lato, la copertura politica ai massimi livelli di cui godono e, dall’altro, la pavidità di una magistratura che non osa chiedere conto ai presidenti del Consiglio, ai ministri della Difesa e degli Interni, ai capi di Stato maggiore della difesa dei comportamenti omissivi, reticenti e mendaci dei loro subalterni.
L’attività svolta dai servizi segreti militari e civili contro il Paese è ampiamente documentata, non perché abbiano “deviato” dai loro compiti istituzionali o abbiano tradito le istituzioni ma perché  hanno obbedito, senza porsi domande e senza farsi alcuno scrupolo, agli ordini dei politici che hanno governato l’Italia.
Non è mai esistito un “doppio Stato” ma sempre – e soltanto – uno Stato solo che ha tradito gli italiani confidando nella codardia di quanti, perfino familiari delle vittime, questa verità non avrebbero mai osato dirla.
A Brescia, a commemorare i loro morti, hanno invitato il presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, che ha concluso il suo intervento invitando i presenti a “stare dalla parte dello Stato”.
Ci sono sempre stati dalla parte dello Stato: per questo motivo hanno impiegato 42 anni per avere una verità parziale, mentre altri non hanno nemmeno quella.
Lope de Vega ricordava che al mondo ci sono “morti che sono vivi e vivi che sono morti”.
È, quindi, giusto, mantenere il rispetto per i morti che vivono e negarlo ai vivi che sono morti.

Opera, 7 dicembre 2016

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