Il piduista Felice Casson

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di Vincenzo Vinciguerra

Un piduista onorario, sia ben chiaro.
Felice Casson non era nessuno nel 1980, e nessuno si sarebbe sognato di affiliarlo alla loggia P2.
Nel 1982, poi, quando in perfetta e consapevole malafede viene affidata proprio a lui che, con due anni di servizio alle spalle, di indagini giudiziarie non sa proprio nulla, l’inchiesta sull’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972, la loggia P2 è stata sciolta e i suoi affiliati sono, ufficialmente, sotto inchiesta.
Non tutti, come vedremo.
I magliari del governo di Matteo Renzi hanno reso felice il Felice Casson inserendo l’attentato di Peteano nel novero delle stragi italiane compiute nell’ambito della “strategia della tensione”.
Pennivendoli e storicume hanno taciuto.

Però, la storia racconta una verità ben diversa perché l’inchiesta sull’attentato di Peteano di Sagrado è la sola promossa, nell’arco dell’intero dopoguerra, dal servizio segreto militare che ha operato addirittura come organo di polizia giudiziaria, fornendo alla magistratura informazioni e, caso unico nella storia dei servizi segreti, i nomi dei testimoni.
Non serve un acume eccezionale per comprendere che, se il servizio segreto militare sia pure in ossequio alle direttive di Giulio Andreotti, e per ragioni esclusivamente politiche (danneggiare Giorgio Almirante e il Msi-Dn per favorire “Democrazia nazionale” e Mario Tedeschi) può compiere questa operazione è perché l’attentato ed i suoi autori non hanno mai avuto alcun rapporto con esso e/o con altri organismi di sicurezza segreti o territoriali.
E l’attentato che ha avuto come obiettivo un corpo militare dello Stato non può essere accostato alle stragi che hanno, viceversa, avuto come bersaglio la popolazione civile.
Ma quello che, ora, in queste poche pagine, ci preme sottolineare è un aspetto dell’inchiesta condotta dal Felice Casson che è passato totalmente sotto silenzio sul piano giudiziario, politico, storico e giornalistico.
Il Casson, nella sua ordinanza di rinvio a giudizio del 4 agosto 1986, si è scagliato contro la loggia P2 accusandola di aver ispirato l’attentato di Peteano del 31 maggio 1972 e di aver, poi, organizzato il depistaggio delle indagini di cui indicava come unico e solo responsabile il generale dei carabinieri Giovanni Battista Palumbo, morto non casualmente per infarto il 16 agosto 1984, perché affiliato alla loggia P2.
Tralasciando la figura di Giulio Andreotti che, ricordiamolo, Clara Calvi indicò come il vero capo della loggia P2, è giusto ricordare che il direttore del Sismi, all’epoca, era il generale Giuseppe Santovito, affiliato alla loggia P2.
Mentre le farneticazioni del Casson sulla responsabilità della loggia P2 nell’ideazione dell’attentato, la sua organizzazione, la sua esecuzione e i susseguenti depistaggi, poggiano sul nulla, non hanno cioè la dignità di un solo riscontro sul piano storico e giudiziario, è storicamente provato, in base ad una documentazione non smentibile, che a far riaprire l’inchiesta indirizzandola su Carlo Cicuttini e, per logica conseguenza, su di me è stato un generale affiliato alla loggia P2.
È pertinente, quindi, affermare che è stata la loggia P2 a volere questa inchiesta, la stessa che sarà affidata a Felice Casson.
La pretesa che nel 1972 la P2 ispiri l’attentato e, sei anni dopo, nel 1978 promuova l’inchiesta sui responsabili dello stesso, si commenta da sola.
C’è altro.
È uno dei segreti della Repubblica, perché solo in questo modo si può definire quello che ora racconteremo.
Se la P2, per ordire di Giulio Andreotti e per le finalità già esposte, fa riaprire l’inchiesta è perché può controllarne il suo sviluppo e condizionarne l’esito.
Si comincia ad affidare l’indagine a un magistrato sprovveduto ed inesperto, Felice Casson, e gli si affianca un uomo di fiducia dei servizi segreti, in questo caso, civili e della loggia P2.
Il Casson, in un’intervista pubblicata da “Repubblica” il 12 aprile 1991, si vantò di aver scoperto la verità dopo anni di dure indagini e l’aiuto di “pochi ma preziosi ed intelligenti collaboratori della polizia di Stato”.
Omise, però, il Casson di fare in nome del capo dei suoi “preziosi ed intelligenti” collaboratori della polizia, di quel dirigente della Digos di Venezia che aveva condotto le indagini in suo nome e per suo conto.
Un’omissione necessaria, quelle del Casson, perché il nome di quel funzionario era Giuseppe Impallomeni.
Chi era Impallomeni?
Le notizie le traiamo dal sito dei caduti di polizia:

Giuseppe Impallomeni.
Tessera P2 n. 2213
È stato il successore di Boris Giuliano (ucciso il 21 luglio 1979) alla squadra mobile di Palermo.
Precedentemente era stato allontanato dalla mobile di Firenze per un giro di tangenti, e inopinatamente dal 309° posto della graduatoria dei vicequestori aggiunti, era passato al 13° posto, fatto che gli consente di prendere il comando della Mobile di Palermo.

In altre parole, l’inchiesta del Casson è stata condotta dalla loggia P2 tramite uno dei suoi affiliati, il vicequestore Giuseppe Impallomeni.
Al ritratto, non certo lusinghiero, che ne fanno sul sito dei caduti della polizia, sul conto di Giuseppe Impallomeni c’è doverosamente da aggiungere che è Stato uno dei protagonisti delle indagini sull’omicidio del presidente della Regione Sicilia, il 6 gennaio 1980, Piersanti Mattarella.
I pennivendoli fanno sempre riferimento, riferendosi alle indagini sull’omicidio di Mattarella, al questore dell’epoca, Nicolicchia, iscritto alla loggia P2.
Dimenticano, per opportunismo o per imbecillità (è difficile dire cosa prevale) il nome del dirigente della Squadra mobile di Palermo, cioè quello del vicequestore Giuseppe Impallomeni, affiliato alla loggia P2.
Possiamo pacificamente escludere che l’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella, i suoi familiari ed i suoi avvocati ricordino con gratitudine la figura del vicequestore piduista il cui impegno è stato tale che l’omicidio di Piersanti Mattarella è ancora oggi irrisolto.
Nell’omicidio del presidente della Regione Sicilia si parla di depistaggi finalizzati a coprire la reale identità degli esecutori materiali e, quindi, per occultare le reali finalità di quell’omicidio.
Anche l’attuale presidente del Senato, Pietro Grasso, si ricorderà certamente di Giuseppe Impallomeni perché fu lui, all’epoca sostituto procuratore della Repubblica a Palermo, a condurre le fallimentari indagini sull’omicidio Mattarella, annoverandolo fra i suoi collaboratori.
Sono tanti che dovrebbero ricordarsi del vicequestore Giuseppe Impallomeni: a Firenze, per un giro di tangenti; al ministero degli Interni, per l’inspiegabile ascesa nella qualifica dei vicequestori aggiunti; in Parlamento, per l’inchiesta sulla loggia P2; alla presidenza della Repubblica e a quella del Senato per il ruolo nelle indagini sull’omicidio di Piersanti Mattarella.
Non ne parla, però, nessuno.
Da Palermo, Impallomeni approdò a Venezia, dalla guida della Squadra mobile di Palermo a quella della Digos di Venezia, cambiamento quanto mai opportuno perché da onesta carica poteva condurre, per conto della loggia P2 e di Felice Casson, l’inchiesta sull’attentato di Peteano di Sagrado.
I depistaggi operati dalla coppia Impallomeni-Casson nelle indagini sull’attentato del 31 maggio 1972, per coprire prima di altre le responsabilità della Questura di Udine e della divisione Affari riservati, li possiamo provare in ogni sede, prime quelle giudiziarie.
Per ora, ci limitiamo a sottolineare che il Felice Casson ha mentito accusando la loggia P2 di aver ideato l’attentato di Peteano per coprire la collaborazione con gli uomini della della loggia P2 che  facevano capo al ministero degli Interni.
La qualifica di “piduista onorario”, quindi, il Casson la merita ampiamente.
Riprenderemo il discorso.

Opera, 15 dicembre 2016

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