Buon Anno

image

di Vincenzo Vinciguerra

Si fa per dire.
Nell’Italia del 2017 dove, ancora una volta, ai vertici della politica ci sono due democristiani, uno alla presidenza della Repubblica (Sergio Mattarella) e uno alla presidenza del Consiglio (Paolo Gentiloni), la vita scorre come sempre: femminicidi, parricidi, terremotati al gelo, miseria in aumento, pagliacciate politiche che vedono il ritorno di Silvio Berlusconi, la ridicola figura di Beppe Grillo, le solite fesserie di Matteo Salvini, il preannunciato ritorno di Matteo Renzi, la crisi bancaria, e così via.
Il 2017 inizia esattamente com’è finito il 2016, a riprova che qui, nella “karneval Nation” nulla cambia.
A rallegrare le nostre giornate in questo deserto morale e intellettivo che è la casa chiusa di Opera, giunge la recensione di un libro, scritto da un avvocato e da un esperto in agraria, su Giuseppe Pinelli.
Il quotidiano italo-israeliano affida la recensione a Corrado Stajano, che da una vita attende che la verità siano altri a darla purché sia conforme alle aspettative del governo e dell’antifascismo.

A Corrado Stajano, i sefarditi del Corriere della sera lasciano un’intera pagina per dire che, anche in questo caso, non ha nulla di nuovo da dire lui e, a quanto pare, i due autori del libro.
È improbabile che voglia leggere un libro recensito positivamente sulle pagine del Corriere della sera ma, in attesa di decidere se acquistare il libro o una pizza, mi limito ad osservare che Corrado Stajano ci offre la solita frittata di luoghi comuni e ripropone implicitamente la tesi dell’omicidio di Giuseppe Pinelli all’interno della Questura di Milano.
Con italica furbizia, Stajano si preoccupa di scagionare il commissario di Ps Luigi Calabresi, il cui figlio Mario è oggi direttore de “La Repubblica” che fu all’avanguardia nell’accusare il defunto funzionario di polizia di aver torturato e, poi, buttato giù dalla finestra Giuseppe Pinelli.
Oggi, definisce Calabresi “l’ultimo nella catena gerarchica” quando, viceversa, era il responsabile della sezione che, all’interno dell’ufficio politico della Questura di Milano, si occupava della sinistra.
In altre parole, era proprio Luigi Calabresi il funzionario più idoneo ad interrogare Giuseppe Pinelli che, del resto, conosceva benissimo e con il quale aveva buoni rapporti sul piano umano.
Mentre scrive che il libro può portare alla verità, Stajano ha già la sua verità che è poi quella di sempre, affermando che “Calabresi quella notte, davanti a cinque giornalisti, avallò le menzogne del questore Guida”.
Insomma, nel mese di gennaio del 2017, costui presenta come verità quella che la sinistra di strada ha iniziato ad affermare il 16 dicembre 1969.
Nulla cambia.
Cita quanto raccontò il commissario di Ps Antonino Allegra al capo della polizia Angelo Vicari, che “al momento del fatto Pinelli era appoggiato di spalle alla finestra”, ma siamo certi che non sarà citato il rimprovero che proprio Umberto Federico D’Amato fece allo stesso Allegra facendogli notare che un “testimone di quell’importanza andava custodito meglio”.
L’ipotesi della caduta di Giuseppe Pinelli provocata dal tentativo di Giuseppe Pinelli di scansare un pugno tiratogli dal brigadiere Vito Panessa è stata avanzata dal giornalista e storico Paolo Cucchiarelli, ed è certamente più attendibile dei selvaggi pestaggi ipotizzati da Stajano.
Un sottufficiale che compie un gesto inconsulto è possibile, ma botte, spinte “verso la finestra”, sono autorizzati a chi dirige l’interrogatorio, in questo caso Calabresi.
Le polizie italiane hanno sempre picchiato, ma non Giuseppe Pinelli che era ritenuto un testimone, non un colpevole.
Un testimone che possedeva informazioni preziose, certo, ma non da estorcere con le botte, tanto che gli venne consentito di alzarsi dalla sedia, e di camminare nell’ufficio, di avvicinarsi alla finestra.
Chiunque abbia una conoscenza anche superficiale dei metodi della polizia, sa bene che ad un sospettato non viene permesso di alzarsi dalla sedia, tantomeno di camminare in ufficio e avvicinarsi alla finestra.
Stare seduto per ore e ore è opprimente e deprimente, alzarsi e camminare, avvicinarsi alla finestra per prendere una boccata d’aria è un sollievo che la polizia non consente ai sospettati.
La realtà vuole che sia Allegra che Calabresi sapevano che Giuseppe Pinelli disprezzava Pietro Valpreda, che lo aveva cacciato dal circolo “Il Ponte della Ghisolfa” (e Allegra si era congratulato per questa ragione con lui), così che giocarono la carta del classico “saltafosso” facendogli vedere una falsa confessione del finto anarchico nella speranza che s’inducesse a rivelare quello che, per loro, doveva necessariamente sapere sul suo conto e sulla sua presenza a Milano quel 12 dicembre.
Il lato grottesco di questa “verità” che è sempre la stessa dal 16 dicembre 1969, è che se la polizia milanese era convinta della colpevolezza di Pietro Valpreda avrebbe ucciso Giuseppe Pinelli perché poteva scagionarlo.
Ci ha pensato il brigadiere Vito Panessa a scagionare durante il processo Pietro Valpreda che, comunque, è stato assolto per insufficienza di prove dall’accusa di concorso nella strage del 12 dicembre 1969, benché privo di alibi.
Se il brigadiere Vito Panessa, presente nella stanza in cui si trovava Giuseppe Pinelli il 15 dicembre 1969, ha partecipato al pestaggio dell’anarchico e ha contribuito a provocarne anche involontariamente la morte per indurlo ad accusare Valpreda, perché mai si sarebbe prestato a scagionare lo stesso Valpreda nell’aula della Corte di assise di Catanzaro?
Una contraddizione che qualcuno dovrà spiegare.
Non sarà Corrado Stajano a risolvere il quesito, e pensiamo nemmeno i due autori del libro che, da quanto scrive il loro recensore, hanno piegato i fatti alle loro ipotesi invece di costruirle sui fatti.
Nulla cambia.
I due principali accusatori di Pietro Valpreda, il confidente Enrico Rovelli e il taxista Cornelio Rolandi, non sono mai stati smentiti con buona pace della sinistra italiana.
L’unico ad essere stato smentito è stato proprio Pietro Valpreda quando ha accusato l’anarchico “Gino”, cioè Tommaso Gino Liverani, di essere stato lui sul taxi di Cornelio Rolandi e lui, di conseguenza, a portare la bomba nella Banca dell’Agricoltura.
In pratica, il “purissimo anarchico” Pietro Valpreda ha accusato gli anarchici di aver compiuto la strage di piazza Fontana.
E questa sua “verità” coincideva esattamente con quella proposta dagli uomini della divisione Affari riservati del ministero degli Interni.
Singolare.
O forse no. Forse, il “compagno” Pietro Valpreda, legatissimo al confidente di polizia Mario Merlino, a sua volta legatissimo al confidente della divisione Affari riservati Stefano Delle Chiaie, era lui stesso un confidente di polizia, un provocatore infiltrato tra gli anarchici.
La verità si costruisce sui fatti.
E sono proprio i fatti, che non possono essere letti in maniera corretta dalla politicizzata magistratura milanese, ad impedire la riapertura delle indagini.
I fatti dicono l’esatto contrario della “verità” ufficiale che si continua ad affermare spacciandola per nuova.
Dal 1969 al 2017, nulla cambia.
Nemmeno l’immancabile leccata dell’ex presidente Giorgio Napolitano, esponente di quel Partito comunista che vietò ad un proprio parlamentare avvocato di entrare nel collegio difensivo di Pietro Valpreda, e che, nel maggio del 1973 ha consentito che Gianfranco Bertoli compisse una strage tacendo, dopo, quello che sapeva sul conto degli ordinovisti veneti.
Di silenzio in silenzio, di menzogna in menzogna, di leccata in leccata nella karneval Nation nulla cambia.
Buon anno.

Opera, 16 gennaio 2017

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...