Il mese del Pianto

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di Vincenzo Vinciguerra

Dopo il mese della bontà a un tanto a fetta (di panettone), in Italia inizia l’anno con il mese del pianto. Dopo dicembre che conclude, inizia gennaio che comincia con l’obbligo, per legge, di piangere sui morti: non quelli italiani, palestinesi, siriani ecc. ma ebrei, e solo loro.
Non suoni a offesa dei sopravvissuti di Auschwitz, pochissimi (ci dicono) ma dalla salute di ferro e dal fisico di acciaio, però inizio ogni anno dal 2000 facendo i debiti scongiuri.
Per carità, i morti, tutti i morti, meritano pietà e non è il caso di fare distinzioni fra gli uni e gli altri, ma questa imposta campagna di commemorazione della Shoah da parte del potere politico e mediatico appare come un omaggio obbligato allo Stato di Israele che, in fondo, ha posto gli ebrei morti durante la Seconda guerra mondiale a fondamento dei risarcimenti per migliaia di miliardi ottenuti dalla Germania federale non avendone alcun titolo perché costituito nel 1948, tre anni dopo la fine del conflitto.

Con i soldi tedeschi e il sangue di decine di migliaia di palestinesi ammazzati, Israele vive e prospera giustificando l’oppressione del popolo di Palestina con la Shoah che pretende di rappresentare come il solo olocausto nella storia dell’umanità.
Non è così, perché se gli ebrei affermano di aver avuto 6 milioni di morti nel corso della Seconda guerra mondiale per mano dei nazisti, i soli tedeschi ne hanno avuti 7 milioni e il totale dei caduti, militari e civili, nel corso del più grande conflitto che la storia ricordi è di 56 milioni.
Estratti i 6 milioni di ebrei, cifra non contestabile per non finire in galera, ne rimangono altri 50 milioni per i quali il pianto e il ricordo non sono contemplati, anzi sono vietati.
La commozione dei politici e dei pennivendoli italiani, di conseguenza, non ci coinvolge perché appare strumentale, dettata cioè da altri e non dichiarati interessi che nulla hanno a che vedere con i morti del 1939 – 1945.
Il sospetto non è infondato.
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, appena eletto si è recato a far visita alle Fosse Ardeatine, a Roma, suscitando il plauso della comunità ebraica romana.
Però, nella rappresaglia delle Fosse Ardeatine, i tedeschi fucilarono 75 ebrei e 260 italiani, così che farne un simbolo della sola Shoah ci appare eccessivo.
Mattarella ben sa che i familiari dei caduti italiani in quell’occasione non hanno mai strumentalizzato i loro morti per farne oggetto di propaganda ideologica e politica, anzi è giusto ricordare che alcuni di loro chiesero il risarcimento non al colonnello Herbert Kappler che, in base agli ordini ricevuti, dispose la rappresaglia, bensì a Sandro Pertini, Riccardo Bauer e Giorgio Amendola che avevano organizzato l’attentato di via Rasella nel corso del quale morirono 33 militari alto-atesini del battaglione “Bozen” che, nella Capitale, svolgevano funzioni di guardia ai ministeri.
Né i familiari dei caduti italiani alle Fosse Ardeatine si sono uniti al linciaggio del capitano Erich Priebke, incredibilmente indicato e condannato come il responsabile dell’eccidio benché, nel 1948, non fosse stato incluso fra gli imputati del processo a carico del colonnello Herbert Kappler, unico e solo condannato all’ergastolo perché gli altri erano solo subalterni che avevano eseguito gli ordini ricevuti.
E un semplice esecutore era il capitano Erich Priebke.
In nome della Shoah si è riscritta la storia di quell’episodio, si è condannato un uomo e lo si è fatto morire in Italia vietandone perfino i funerali nella Capitale, come preteso dalla comunità ebraica, che non poteva essere giudicato – e tantomeno condannato – perché il suo superiore gerarchico, il colonnello Kappler, era stato giudicato e condannato per l’uccisione di 15 ostaggi ritenuta proditoria dal Tribunale militare italiano in quanto, al momento della fucilazione, i morti tedeschi risultavano 32 e non 33.
Per gli altri 320, i tedeschi avevano rispettato le convenzioni internazionali, sottoscritte da tutti i Paesi belligeranti, che prevedevano la fucilazione di 10 ostaggi per ogni militare ucciso, e non erano pertanto perseguibili.
Se per compiacere la comunità ebraica e l’ambasciata israeliana, è stata stravolta la storia di un singolo episodio, è stato calpestato il diritto, imposta una sentenza di condanna emessa sulla base di reati inesistenti, abbiamo il dovere di dubitare della sincerità di politici e pennivendoli nel ricordare per tutto il mese di gennaio di ogni anno (ma non doveva essere una Giornata della memoria?) la tragedia degli ebrei nel corso della Seconda guerra mondiale.
Non violiamo il Codice penale dubitando della loro sincerità, senza entrare nel merito delle cifre della Shoah delle quali non si può dubitare, non in base alla documentazione storica ma perché il farlo costituisce reato punibile con il carcere.
Una verità storica non necessita della galera per essere riconosciuta come tale, sempre che non si ritenga opportuno imporla con la forza non potendo farlo con la ragione.
Una pretesa che ricorda quella di essere gli ebrei gli alfieri dell’antirazzismo pur mantenendo in vigore ancora oggi il divieto per i loro uomini di sposare donne non ebree per evitare la contaminazione del sangue dato che sono ebrei i figli di madre ebrea, non di padre ebreo, per la legge di Israele.
Ma la pausa della contaminazione del sangue non è prova di razzismo? Domanda retorica: sì lo è, è razzismo che porta impresso il marchio della Stella di David.
Chissà perché mentre prosegue il bombardamento mediatico sulla Shoah degli ebrei, il mio pensiero corre a Gaza e alla Shoah palestinese?
Chissà perché?

Opera, 25 gennaio 2017

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