La Nostra Memoria

image

di Vincenzo Vinciguerra

Come ogni anno la commemorazione della data del 27 gennaio 1945, giorno in cui le truppe sovietiche entrarono nel campo di concentramento tedesco di Auschwitz, inizia con dieci giorni di anticipo.
Hanno fatto una legge per mandare in galera chi osa dubitare della verità sulla persecuzione nazista degli ebrei prima e durante la Seconda guerra mondiale, perché bisogna accettarla senza discutere così come ce la impone quello Stato d’Israele che con i soldi della Germania federale versati a titolo di risarcimento ha costruito strade, ponti, industrie, esercito.
Auschwitz non appartiene alla nostra memoria.

Per questa ragione mi limito a constatare, con compiacimento, che a distanza di 72 anni dalla fine della guerra ci sono ancora in ottima salute i rappresentanti dei “pochi superstiti di Auschwitz” che ci raccontano le sofferenze subite.
Pochi ma, e quanto pare, coriacei.
Ho riposto da tempo, per questa ragione, il fazzoletto con il quale mi sarei asciugato una lacrima di commozione all’annuncio della morte dell’ultimo di questi “pochi” superstiti perché ho ben compreso che morirò io prima di loro, trasmettendo ai miei nipoti l’incarico di farlo in mia vece quando e se si verificherà il luttuoso evento.
Tralasciando ora gli arzilli e ciarlieri vecchietti di Auschwitz, ribadisco che le loro memorie non sono le nostre.
Nelle nostre ci sono una guerra perduta, una sconfitta militare, più di centomila italiani morti sotto i bombardamenti anglo-americani, un paio di guerre civili che hanno spaccato la Nazione e la perdita della sovranità e della dignità nazionali.
Sarebbe interessante sapere quanti milioni spendono i governi-fantoccio per portare i nostri ragazzi ad Auschwitz per compiacere l’ambasciata israeliana con i nostri soldi, invece di impiegarli per stimolare la loro memoria sulla nostra storia.
Storia che a nessuno conviene ricordare perché il potere oggi si regge sull’oblio di ciò che è stato.
Non è, quindi, una battaglia di retroguardia quella di ricostruire la storia italiana del Novecento secondo la verità che i fatti ci raccontano.
Perché è la verità la minaccia avvertita da un potere che, in tutte le componenti, vive da sempre nella menzogna.
Perché devono mentire, oggi più di ieri.
L’esempio autorevole ci viene dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, richiamando il valore dell’unità nazionale, si è sentito in dovere di affermare che questa “vacillò durante il fascismo” per risvegliarsi con la Resistenza.
È singolare pretendere che l’unità nazionale si avverta come valore comune di tutti gli italiani nel corso di una spietata guerra civile, quando migliaia di italiani erano gli uni contro gli altri.
Forse a Mattarella è sfuggito che, durante il fascismo, e più precisamente nel corso della guerra d’Etiopia, perfino i comunisti si ritennero in dovere di sostenere l’impegno dei “fratelli in camicia nera”.
Questo è un esempio di unità nazionale, non piazzale Loreto.
E, poi, dove si ritrova l’unità nazionale nella storia del dopoguerra?
Ha dimenticato Sergio Mattarella che, fino al 1989, i rappresentanti del Partito comunista italiano non potevano entrare a far parte di un governo perché rappresentavano gli interessi di una potenza nemica come l’Unione sovietica?
Forse l’ha dimenticato, eppure è storia di ieri.
Certo, caduto l’impero sovietico, i comunisti nostrani si sono risvegliati dal lungo sonno ed hanno scoperto di essere stati in fondo sempre anticomunisti, fervidamente anticomunisti, solo che gliene mancava la consapevolezza.
Odiavano il comunismo ma non lo sapevano.
Il fatto che, dal 1991, i comunisti siano passati compatti al servizio del capitalismo e degli Stati uniti non autorizza ad affermare che questa Nazione è stata unita, perché la lotta contro la “quinta colonna sovietica” è stata lunga e spietata.
È stata anch’essa una guerra civile apertamente affermata e fomentata da persone come Edgardo Sogno al quale gli ex comunisti al potere hanno concesso i funerali di Stato, perché nessuno potesse ricordare l’odio anticomunista che ne aveva pervaso l’opera e l’esistenza.
Questi sono i ricordi della nostra memoria.
Insieme allo speciale su Auschwitz, potrebbero trasmetterne uno su Sogno e i tentativi di colpi di Stato politico-militari che ha cercato di organizzare almeno fino al 1974, insieme a Randolfo Pacciardi, Junio Valerio Borghese, Giulio Andreotti, Gianni Agnelli e una pletora di generali rimasti prudentemente nell’ombra.
Non è il caso.
I ragazzi delle ultime generazioni potrebbero fare domande alle quali i rappresentanti del potere non saprebbero rispondere.
Meglio tacere, anzi cancellare i ricordi.
In un Paese senza storici né giornalisti, in fondo non è difficile nel giro di pochi anni riscrivere ex novo la storia e trasformare i nemici in amici e gli amici in nemici.
È un metodo che vale per tutto e tutti inganna.
Come per i terremoti: sono al potere da 75 anni ma mai hanno incentivato o, come sarebbe stato giusto, imposto la costruzione di case, scuole, fabbriche con criteri antisismici in una terra in cui i terremoti fino al 90° grado della scala Mercalli sono la regola da sempre.
Un dovere, questo, che i governanti d’Italia non hanno mai avvertito, ma ad ogni catastrofico terremoto si precipitano a portare la solidarietà e la vicinanza di tutti gli italiani e fare mille promesse, puntualmente disattese.
Abbiamo tutto da ricordare e quasi tutto da far conoscere secondo verità.
Le memorie degli altri, quelle che per interessi inconfessabili, hanno risvegliato dopo oltre mezzo secolo, lasciamole a chi ha il diritto di ricordarle perché pertinenti alla loro storia, non alla nostra.
E non serve risvegliare la memoria del passato e affidare agli onnipresenti “pochi superstiti” di Auschwitz il compito di ricordare l’orrore, perché è ben presente da anni ed ancora oggi.
L’Auschwitz della seconda metà del secolo passato e di quello ora iniziato si chiama Gaza e Palestina.
E restiamo in attesa, non passiva, perché facciamo quello che possiamo per denunciare l’orrore, che siano una volta per sempre liberate della oppressione israeliana.

Opera, 22 gennaio 2017

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...