Sangue e Soldi

image

di Vincenzo Vinciguerra

Qualcuno ha dichiarato, anche in tempi recenti, che Israele è in grado condizionare la politica estera degli Stati uniti.
L’elezione a presidente degli Stati uniti di Donald Trump prova, ora, che lo Staterello ebraico e la sua potentissima lobby americana sono in grado di condizionare anche la politica interna della super-potenza americana.
Stanchi della esitante politica americana verso Israele, sostenuto militarmente ma declassato politicamente da Barack Obama e dal Partito democratico consapevoli che il mondo arabo meritava un’attenzione maggiore che in passato, gli ebrei sono passati alla controffensiva sostenendo un candidato apertamente schierato dalla parte di Israele.
I risultati iniziano a vedersi.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha già annunciato che i palestinesi potranno avere uno Stato dimezzato, ovvero inesistente o quasi per territorio, autorità, rappresentatività.
La politica, dei “due Stati e due popoli”, è così cancellata.
La marcia verso la creazione del Regno di Israele, del “Grande Israele”, può ora procedere in maniera più rapida.
A due giorni dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, il 22 gennaio, il sindaco di Gerusalemme ha dato il via alla costruzione di 566 nuove abitazioni a Gerusalemme est, nella zona palestinese.
Quattro giorni più tardi, il 24 gennaio, è lo stesso premier israeliano ad autorizzare la costruzione di nuovi 2.500 abitazioni nei Territori Occupati.
La risoluzione dell’Onu che condannava gli insediamenti ebraici in Cisgiordania come “illegali” è stata subita cancellata. Del resto, è doveroso ricordare che Israele non hai rispettato una sola delle migliaia di risoluzioni dell’Onu sulla Palestina.
Perché mai avrebbe dovuto iniziare a farlo ora che ha portato alla Casa Bianca un amico degli amici ebrei?
Donald Trump ha già annunciato che sposterà la sede dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme.
Se sarà fatto – e temiamo che sarà fatto – sarà il riconoscimento de facto di Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele, da parte degli Stati uniti.
Israele ha praticamente ottenuto tutto dagli Stati uniti, dall’Unione europea e perfino dal Vaticano, ma non il riconoscimento di Gerusalemme come propria capitale “eterna e indivisibile”.
La ragione è nota: Gerusalemme è la città sacra per le tre religioni monoteistiche e se la multinazionale dei santini e dei rosari che chiamano ancora Chiesa cattolica non inizierà certo una crociata contro quelli che dal papa polacco in avanti sono divenuti i suoi “fratelli maggiori”, gli arabi non resteranno a guardare inerti la perdita di quella che è la terza città santa dell’Islam.
Non è difficile prevedere cosa accadrà.
Anche che se l’avvocato ebreo di Donald Trump, già nominato nuovo ambasciatore americano in Israele, si è premurato di far sapere che lui vuole vivere e lavorare a Gerusalemme, lo stesso Netanyahu ostenta cautela.
La gravità del passo del nuovo presidente americano è palese anche agli israeliani che sanno che dovranno affrontare una nuova Intifada sul terreno, ma temono anche la reazione di un mondo arabo che potrebbe superare le proprie divisioni per unirsi contro l’affronto che Trump si appresta a fare a tutto l’Islam.
Se la dichiarata ostilità di Donald Trump contro l’Iran che coincide, anche questa, con quella israeliana, ignorata dall’amministrazione Obama, può trovare il consenso degli Stati sunniti diretti dall’Arabia saudita, il riconoscimento de facto di Gerusalemme come capitale di Israele, provocherà la reazione di tutti i paesi arabi, nessuno escluso.
E tutto questo per cosa?
Per ringraziare la lobby ebraica di averlo sostenuto nella sua campagna elettorale per la presidenza degli Stati uniti?
La presidenza del miliardario americano inizia all’insegna dei soldi, i tanti che il miliardario possiede, ma preannuncia purtroppo un’era in cui scorrerà il sangue, più copiosamente che in passato.
Sangue e soldi, sarà il motto della presidenza Trump?
Le premesse ci sono, tutte.
Evito, come ogni giorno, di vedere i films, gli speciali, i commenti sulla Shoah.
È un alibi che anche agli osservatori più superficiali appare come pretestuoso: ricordare – e in maniera ossessiva – la persecuzione subita dagli ebrei in un tempo sempre più lontano, per distrarre dalla persecuzione dei palestinesi portata avanti dagli ebrei sempre più decisi a condurla fino in fondo, fino alla “soluzione finale” del problema palestinese.
Evitiamola. Ancora si può.

Opera, 27 gennaio 2017

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...