Le vittime della giustizia

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di Vincenzo Vinciguerra

In un Paese senza giustizia, come l’Italia, non sono solo i vivi ad essere discriminati, ma anche i morti.
Ci sono quelli di serie A, in prevalenza vittime del “terrorismo” e della mafia, almeno in teoria, e quelli di serie B ammazzati degli uomini dello Stato e del regime o da persone abituate a farlo con tanto di patente di guida.
Perché in questo Paese c’è sempre stata una categoria di individui con licenza di uccidere ai quali il regime, lo Stato, la magistratura hanno sempre garantito l’assoluta impunità per i crimini commessi.
L’omicidio stradale è stato sempre considerato una “disgrazia”, quindi non punibile.
Nel 2016 hanno fatto una legge che ha inasprito (si fa per dire) le pene per chi uccide sulla strada, ma queste sono graduate, ovvero pagano qualcosa solo quelli che sono in stato di ebbrezza, drogati o non si fermano a soccorrere le loro vittime preferendo darsi alla fuga.

Gli altri, quelli che sono in condizioni normali, che si fermano quasi sempre perché la loro macchina non è in grado di ripartire, particolare quasi sempre taciuto, saranno come prima e come sempre sanzionati con il minimo della pena, due anni di reclusione con la concessione della condizionale.
Non è stata mai fatta una statistica sul numero di incidenti stradali provocati effettivamente da una “disgrazia”, ovvero indipendenti dalla volontà dei guidatori che hanno perso il controllo delle loro vetture per avverse ed eccezionali condizioni metereologiche, per cause meccaniche, per un ostacolo improvviso, per un malore vero.
Un’omissione imperdonabile perché si sarebbe scoperto che la maggior parte degli incidenti stradali sono provocati dalla fretta, dalla pretesa di guadagnare qualche minuto, dal fastidio di dover stare dietro un mezzo meno veloce, di dover attendere al semaforo.
La fretta è un’aggravante, secondo giustizia.
Ed è la fretta che ha spinto Italo D’Elisa a passare con il semaforo rosso.
Perché attendere? Non rischiava nemmeno la multa.
Così ha ucciso Roberta Smargiassi, 34 anni, a bordo di uno scooter che non poteva proteggerla dall’urto violentissimo della vettura di D’Elisa.
Roberta aveva una vita dinanzi a sé. Si era sposata il 3 marzo 2015, era giovane, era bella, era felice.
Ma D’Elisa aveva fretta, non poteva perdere tempo a quel semaforo rosso, non poteva aspettare che divenisse verde.
E Roberta è morta.
Non è una disgrazia, è un omicidio.
Oggi, i magistrati si vantano di aver fatto le indagini in tempi rapidissimi, tanto da aver chiesto il rinvio a giudizio del D’Elisa il 30 novembre 2016 (Roberta muore il 31 luglio 2016) e di aver fissato l’udienza preliminare per la data del 21 febbraio 2017.
Manca poco che vogliano una medaglia.
Ma l’ingiustizia, che ha poi provocato la morte di Italo D’Elisa, non risiede in questo caso nei tempi lunghi della giustizia italiana, ma nel rifiuto ingiustificato ed ingiustificabile di porlo agli arresti domiciliari.
Non c’erano le condizioni, dicono oggi.
Certo, non c’erano perché già sapevano che sarebbe stato condannato ad una pena irrisoria, che non avrebbe fatto un solo giorno di carcere per la vita di Roberta che per loro e la legge che rappresentano non ha valore.
Il D’Elisa è rimasto libero di circolare, di andare al bar, di incontrare i suoi amici, di incrociare il marito di Roberta al quale non ha mai rivolto una sola parola di scuse. E come lui hanno fatto i suoi familiari che oggi lo piangono e lo presentano ai giornalisti come distrutto dal dolore.
Invece, lui e i suoi erano fermamente convinti di essere le vittime di una “campagna d’odio” condotta da quanti chiedevano “giustizia per Roberta”.
Ma quale giustizia! È stata una disgrazia. Il marito sarà risarcito dall’assicurazione e si metterà il cuore in pace.
In questo caso non è andata come sempre.
Il marito non poteva dimenticare Roberta, non poteva accettare che fosse morta perché un imbecille non poteva aspettare che il semaforo divenisse verde, non poteva tollerare di vederlo sempre in giro tutt’altro che distrutto dal dolore.
In questo modo, giorno dopo giorno, il dolore si è mutato in ira e in odio.
Oggi, il D’Elisa è la povera vittima, il marito di Roberta uno “spietato assassino” (la definizione è del “Corriere della sera”), e su Roberta è calato il silenzio.
Fabio Di Lello ha infranto le regole di questa società stercoraria: avrebbe dovuto scrivere al Papa che perdonava l’assassino di sua moglie, così lo invitava Barbara D’Urso e, magari, anche Bruno Vespa, per additarlo come esempio da seguire.
Non l’ha fatto.
I magistrati per i quali la vita di Roberta non valeva una sanzione di poco conto come gli arresti domiciliari per il suo assassino, si preparano ora a giudicare con la massima severità il marito perché la vendetta privata è inaccettabile.
Ma se ci fosse stata giustizia, non ci sarebbe stata vendetta.
E lo ha detto esplicitamente Fabio Di Lello, con un messaggio senza parole: dopo aver sparato al D’Elisa è andato a deporre la pistola sulla tomba di Roberta.
In un mondo come questo, non c’è da indignarsi se, in assenza di giustizia, si risveglia talvolta il ricordo mai sopito di una giustizia antica e millenaria: vita per vita.

Opera, 4 febbraio 2017

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