Una tragedia europea

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di Vincenzo Vinciguerra

Il documentario francese, “Gli anni di piombo. Una tragedia italiana”, rappresenta un tentativo onesto di ricostruire , nei limiti in cui può farlo un documentario, lo scenario dell’Italia durante gli anni cosiddetti di piombo, cioè di quegli anni in cui la guerra civile riprende vigore ed esplode in tutta la sua virulenza.
Il documento si basa su una serie di interviste a persone che per svariate ragioni si sono occupate delle vicende di quegli anni, alcune serie e altre meno.
È positivo che alcuni parlino oggi, apertamente, di piazza Fontana come atto suscettibile di provocare un colpo di Stato, attribuendola però al solo Junio Valerio Borghese che, viceversa, era parte in causa con il suo “Fronte nazionale” ma non era il capo. Con lui o sopra di lui, c’erano persone come Randolfo Pacciardi, con l’Unione democratica per la nuova repubblica, collegato con lo stesso Borghese tramite Giano Accame, Edgardo Sogno, e Giorgio Almirante.

Sopra di loro c’era Giuseppe Saragat, presidente socialdemocratico della Repubblica, che la sera del 12 dicembre 1969 convocò una riunione al Quirinale proponendo la proclamazione dello “stato di pericolo pubblico” che, però, rientrava nelle competenze del presidente nel Consiglio, Mariano Rumor, non nelle sue.
Non ci fu, ad avviso di chi scrive, un contrordine magari proveniente da Washington. A bloccare l’operazione fu, probabilmente, la crisi di Mariano Rumor dinanzi ai morti e ai feriti della strage della Banca dell’Agricoltura di Milano.
Per quanto paradossale possa sembrare a determinare il fallimento di un’operazione pressoché perfetta fu proprio quel massacro che, negli intenti dei suoi organizzatori ed autori, doveva innescare un meccanismo di violenza estrema nelle piazze a cominciare da quella di Roma, città nella quale, non per mera coincidenza, Giorgio Almirante aveva organizzato per il 14 dicembre 1969 una manifestazione nazionale del Msi.
Quanti morti si sarebbero dovuti contare nelle strade di Roma, quel giorno? Pochi o tanti, sarebbero stati questi morti, sommati a quelli di piazza Fontana, a fornire al governo di Mariano Rumor il pretesto per proclamare lo stato di emergenza evitando al Paese altri lutti ed altro sangue.
Evitare il ripetersi delle giornate di luglio del 1948 e di quelle del 1960 sarebbe stato ascritto a merito del presidente del Consiglio Mariano Rumor.
Non sappiamo se Rumor avesse consapevolezza di quello che sarebbe accaduto a Roma il 14 dicembre 1969, se ne fu informato o lo intuì, fatto sta che vietò tutte le manifestazioni pubbliche, compresa quella del Msi, e l’operazione fallì.
Una responsabilità personale, la sua, che lo mise nel mirino dei “congiurati” fin dal mese di luglio del 1971, dopo la scarcerazione di Franco Freda e Giovanni Ventura, che erano stati arrestati per ordine del giudice di Treviso Giancarlo Stiz.
Tutto questo manca nelle parole degli intervistati, ma in un Paese in cui ancora oggi la tesi ufficiale è quella della responsabilità dei “servizi segreti deviati” e del “terrorismo nero”, le riduttive dichiarazioni degli intervistati a Valentina Longo ed ai suoi colleghi francesi rappresenta pur sempre un notevole passo in avanti.
Duole che lo storico Aldo Giannuli riproponga la tesi dell’innocenza dell’ “anarchico” Pietro Valpreda “designato un colpevole ideale, in realtà innocente”.
Fu il comunista Cornelio Rolandi a “designare” Pietro Valpreda come “colpevole” e, con lui, l’informatore della divisione Affari riservati Enrico Rovelli, “Anna Bolena”, ben inserito nell’ambiente anarchico milanese.
Abbiamo espresso, in passato, giudizi positivi su Aldo Giannuli e non li rinneghiamo oggi.
Ma, se come tutti gli altri che vedono in Valpreda il martire anarchico, non è in grado di confutare i fatti che vedono costui, insieme a Mario Merlino, accusatore degli anarchici, lo invitiamo ad avere l’onestà intellettuale di tacere.
Noi non crediamo alla verità “rivoluzionaria” (non è vero quel che è vero ma quello che ci fa comodo) ma solo alla verità senza aggettivi, e il nostro giudizio su Pietro Valpreda si basa esclusivamente sulla analisi dei comportamenti di costui e sulla lettura serena dei fatti.
Questo giudizio non ha trovato ancora una smentita documentata, per la semplice regione che i fatti non si possono smentire, si possono solo tacere o negare senza entrare nel merito.
In questo caso, però, non si scrive storia ma si fa solo propaganda.
E Aldo Giannuli la differenza fra storia e propaganda la conosce.
“La verità, la verità giudiziaria – commentano gli autori del documentario – l’Italia la sta ancora aspettando”.
E gli italiani stanno ancora attendendo anche una verità storica, che, oggi, si potrebbe affermare prescindendo da verità giudiziarie troppo spesso inaffidabili perché viziate da un “ipergarantismo” finalizzato a proteggere gli imputati e, con essi, la verità inconfessabile di un potere politico criminale.
Nel campo dei processi politici, predomina l’ingiustizia che assolve e scagiona, spesso negando anche l’evidenza delle prove e degli indizi.
Nel corso di quasi mezzo secolo, la magistratura italiana è riuscita nell’intento di non dare verità al popolo italiano e se, in qualche sentenza è emersa una verità parziale, ci hanno pensato i giornalisti e gli storici italiani a vanificarla.
Il potere politico non si tocca.
Giovanni Fasanella, difatti, afferma che “gli apparati di sicurezza, dunque i servizi segreti, i circoli militari, non erano sotto il controllo del potere politico come avviene in tutti i Paesi democratici, ma dipendevano da centri di comando stranieri”.
Non è vero.
Il potere politico italiano ha sempre avuto il totale controllo dell’apparato militare e di sicurezza. Ed ai suoi subalterni in divisa ha sempre garantito protezione e impunità.
L’esistenza di ufficiali asserviti ad interessi esclusivamente stranieri e da essi dipendenti è una leggenda metropolitana.
Il generale Vito Miceli è stato uno dei protagonisti della strategia della tensione, nella sua veste di responsabile del Sios-Esercito prima e di direttore del Sid dopo. Ebbe qualche traversia giudiziaria a causa dello scontro personale con Giulio Andreotti, all’epoca ministro della Difesa, ma in sua difesa intervenne Aldo Moro che lo definì un “uomo buono” e venne parcheggiato nel Msi-Dn come senatore, assolto da ogni accusa.
Quando Vito Miceli morì, il primo a rendere omaggio alla salma fu il presidente della Repubblica Francesco Cossiga.
Nel periodo in cui Vito Miceli diresse il Sid si verificò il tentato “golpe Borghese” del 7-8 dicembre 1970, la strage di via Fatebenefratelli a Milano del 17 maggio 1973, quella di piazza della Loggia, a Brescia, del 28 maggio 1974, per tacere dell’omicidio del commissario di Ps Luigi Calabresi del 17 maggio 1972, la mancata strage sul treno Torino-Roma del 7 aprile 1973, solo per citare alcuni fra i fatti principali del periodo.
L’appassionata difesa che ne fece Aldo Moro e l’omaggio alla salma fatto da Francesco Cossiga, provano che non fu certo un ufficiale “infedele”, uno che aveva agito agli ordini di comandi stranieri all’insaputa dei suoi superiori politici.
E che dire dell’ammiraglio Eugenio Henke?
È lui il direttore del Sid, il superiore gerarchico di Guido Giannettini, il difensore della sicurezza nazionale all’epoca di piazza Fontana.
Nel 1972 lo nominarono capo di Stato maggiore della Difesa, la massima autorità militare del Paese. Fu un governo italiano a decidere la promozione, non gli americani o chi altri per loro.
La difesa del potere politico, Giovanni Fasanella se le può risparmiare.
È vero, per altro, che tutti gli amici e gli alleati del potere politico italiano hanno preso parte alla tragedia italiana che, quindi, può essere rappresentata come una tragedia europea che ha coinvolto Paesi sconfitti nella Seconda guerra mondiale, come l’Italia e la Germania, e vincitori come la Francia e la Gran Bretagna.
Come su una terra di nessuno, tutti i servizi segreti impegnati nella lotta al “comunismo internazionale” hanno operato in Italia coordinandosi con quelli italiani o godendo del loro tacito consenso.
Ma nella guerra sono stati coinvolti direttamente anche i governi di Paesi europei: la Grecia e la Spagna che offrivano rifugio ai “neri” come ha fatto, parzialmente, la Gran Bretagna, mentre la Francia ha dato esplicita ed ufficiale protezione ai “rossi” su richiesta dei governi italiani.
Un capitolo, quest’ultimo che nessuno ha osato spiegare, un altro “mistero” che andrebbe una volta per tutte chiarito.
Alcune centinaia – non i soliti quattro gatti – di presunti eversori, sovversivi, “terroristi” rossi si sono dati alla latitanza in Francia perché condannati o perseguiti da mandati di cattura godendo dell’impunità per la richiesta avanzata in tal senso dai governi italiani.
Insomma, Oreste Scalzone e compagni erano i “nemici” dello Stato italiano come affermato dalla magistratura o, viceversa, perseguitati dai giudici come implicitamente affermato dai governi italiani e francesi che li hanno protetti.
Questa categoria di privilegiati è stata determinata da cosa?
Ai “dissociati”, prima di gratificarli con tutti i benefici di legge, hanno chiesto almeno l’autocritica, mentre ai latitanti in Francia nulla è stato richiesto in cambio dell’impunità che gli veniva concessa dal potere politico.
Qualcuno è in grado di dare risposta a questa domanda?
Vedremo.
Il documentario ha, comunque, il merito di aver affermato cose che in Italia vengono ancora negate. E questo va ascritto a merito dei suoi autori.
Un solo neo: l’intervista a Felice Casson, di cui riporta una frase su “Gladio”.
La struttura denominata “Gladio” è stata scoperta dal giudice istruttore di Venezia, Carlo Mastelloni, nel 1988, su di essa hanno indagato i giudici di Roma e, con maggiore serietà, i giudici militari di Padova Sergio Dini e Benedetto Roberti.
Felice Casson non ha mai indagato su “Gladio” perché non ne ha mai avuta la competenza.
Ha svolto indagini per ragioni mediatiche, sul conto dell’ammiraglio Fulvio Martini e del generale Paolo Inzerilli con il pretesto di cercare un collegamento con l’attentato di Peteano e con il sottoscritto.
Non ha trovato niente, perché niente c’era da trovare, ed ha dovuto rimettere gli atti a Roma.
Mi duole per Gianni Barbacetto e Sergio Flamigni, sfegatati ammiratori ed estimatori di Felice Casson, ma la verità esige che si riconosca una volta per tutte che costui non ha scoperto niente, tantomeno “Gladio” sul conto della quale non ha mai indagato.
È un neo la cui responsabilità non ricade sugli autori del documentario né sulla brava Valentina Longo, ma sui nemici della P2 che esaltano la figura di un “piduista onorario” come Felice Casson che con un funzionario di polizia, affiliato alla loggia P2, ha condotta una inchiesta contro la verità e contro di me.
Dalla Francia, nel dopoguerra, abbiamo mutuato tante cose: dal simbolo di quella disgrazia umana e politica che è stato il Movimento sociale italiano, alla “guerra rivoluzionaria” promossa dall’Oas, all’esempio del “colpo di Stato” del 13 maggio 1958 ad Algeri, fino alla conversione della Lega Nord di Matteo Salvini passato dalla secessione al nazionalismo grazie a Marine Le Pen.
Non è escluso, che siano francesi quelli che avranno il coraggio, in un futuro prossimo, di raccontare la verità su quello che è avvenuto in Italia in un passato che non è ancora passato.
È una speranza.

Opera, 10 febbraio 2017

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