Libertà, libertà, quanti delitti…

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di Vincenzo Vinciguerra

Il 7 febbraio 2017, è stato presentato in Senato un disegno di legge per “prevenire la manipolazione dell’informazione on line, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica”.
Potrebbe apparire una proposta seria e condivisibile se non fosse limitata all’informazione on line ma fosse estesa a tutto il settore impegnato nel campo dell’informazione.
I proponenti esordiscono con una affermazione solenne che vale la pena di essere riportata:

“Tra i capisaldi di ogni sistema democratico risiedono, al contempo, la libertà e la credibilità dell’informazione, che rappresentano, a loro volta, l’essenza del giornalismo, il cui primo dovere è nei confronti della verità”.

Leggiamo i nomi dei firmatari: nessuno viene da Marte.
Tutti sono impegnati in politica da anni, qualcuno saltando da un partito all’altro, quindi tutti sanno bene che in Italia un’informazione credibile non è mai esistita, che il primo dovere dei giornalisti italiani è stato sempre quello di servire gli interessi del padrone che paga lo stipendio e facilita la carriera.

Non singoli libri, ma intere enciclopedie dovrebbero essere scritte per testimoniare le “bufale” che il giornalismo italiano ha sempre venduto all’opinione pubblica.
Ricordiamo il caso di Erich Priebke, presentato da stampa e televisione, come il responsabile della rappresaglia tedesca delle Fosse Ardeatine del 24 marzo 1944, quando, viceversa, era un semplice capitano, un subalterno che non aveva altra scelta che non quella di obbedire agli ordini.
O la campagna per presentare Giulio Andreotti come imputato assolto con formula ampia dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, mentre era stato riconosciuto colpevole fino agli anni ‘80 ma non punibile per prescrizione del reato, e assolto per insufficienza di prove per gli anni successivi.
E non dimentichiamoci quella che ha imposto le figure di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro e dei loro colleghi dei Nar come quelle di “spontaneisti”, quando invece i giudici li avevano bollati come “spontaneisti solo a parole” subalterni di ben noti personaggi della estrema destra romana.
Per non parlare, a sinistra, della caciara mediatica finalizzata ad ottenere la grazia presidenziale per Ovidio Bompressi, spacciato per anoressico destinato a morire in carcere, quando al contrario costui smetteva, parzialmente, di mangiare entrando in cella e riprendeva a farlo come un lupo quando lo rimandavano a casa in detenzione domiciliare.
Ne hanno fatto un “graziato” per “ragioni umanitarie” in ottima salute, di sana e robusta costituzione fisica, facendosi beffe della credulità degli italiani.
Pochissimi esempi fra le migliaia che si potrebbero citare per provare l’asservimento dei giornalisti italiani ai centri di potere politico-finanziari, che possono in questo modo raggiungere tutti gli obiettivi che si prefiggono.
Non è prevista una norma del codice penale che punisca la diffusione di notizie false e tendenziose atte ad ingannare l’opinione pubblica od una che obblighi giornali e telegiornali a diffondere notizie di interesse pubblico in modo conforme al vero obbligandoli in tal modo ad informare gli italiani, perché la disinformazione non consiste solo nella propagazione di notizie destituite di fondamento ma anche nella sistematica omissione della pubblicazione di notizie ritenute “scomode” per il potere politico e le istituzioni dello Stato.
Dinanzi al desolante spettacolo di una inesistente informazione giornalistica o, per meglio dire, di una informazione di regime che vaglia le notizie da pubblicare e le diffonde, poi, in modo conforme alle necessità dei centri di potere dai quali dipende, l’attacco a quanti utilizzano internet per esporre le proprie opinioni e per fare informazione alternativa, denuncia il timore di quanti si rendono conto che stanno perdendo il controllo ed il dominio dell’informazione.
Il metodo che utilizzano è quello di sempre: prendono a pretesto l’esistenza di un problema reale, in questo caso dell’abuso che tanti fanno della libertà di pubblicazione su siti e su blog per chiedere l’intervento degli apparati repressivi (polizia e magistrature) in modo da imporre un controllo ferreo sull’informazione “selvaggia” e ricondurre più con le cattive che con le buone, le “pecorelle smarrite” all’ovile dell’informazione ufficiale.
Oggi, è noto, che per evitare la pubblicazione di certe notizie o la loro diffusione in modo fazioso e mendace sono sufficienti “veline” e telefonate di amici e di amici degli amici perché la conventicola giornalistica non è numerosa, quelli che “contano” sono un numero tutto sommato esiguo tutti in ottimi rapporti fra di loro che decidono, di comune accordo, cosa deve essere taciuto e cosa deve essere reso noto e in che modo deve esserlo.
Questa attività di controllo e di dominio non si può svolgere se i “giornalisti” sono migliaia e godono della libertà di scrivere ciò che vogliono.
E questa libertà deve essere loro negata.
In Italia, il controllo dell’informazione, per ragioni difensive ed offensive, è delegato al ministero degli Interni che conta sul proprio libro paga decine di giornalisti a molti dei quali ha fatto fare un’ottima carriera, ed è a questo ministero e a quello della presunta giustizia che questo disegno di legge liberticida vuol fornire gli strumenti per intervenire contro chi si illude che in questo Paese esista libertà.
Il metodo lo conosciamo.
Da “Bestia parlamentare”, come la definiva più di un secolo or sono Edoardo Scarfoglio, ostenta di agire sempre per il bene collettivo, così quando si tratta di scarcerare l’ “anarchico” della divisione Affari riservati Pietro Valpreda, scoprirono che la carcerazione preventiva in Italia non era degna, per la sua lunghezza, di un Paese civile, la ridussero con una legge ad personam e rimisero in libertà lo stragista ministeriale. Alcuni anni dopo elevarono la carcerazione preventiva a 12 anni per fronteggiare l’emergenza “terroristica”.
Nel 2006, a partire dal giorno successivo alla condanna definitiva di Cesare Previti a 6 anni di reclusione, i parlamentari si accorsero che il sovraffollamento carcerario era indegno di un Paese civile, così nell’arco di un paio di mesi approvarono la concessione di un indulto che, per la prima volta, fu stabilito in tre anni.
Perché tre anni di sconto?
Perché Cesare Previti per ottenere l’affidamento in prova al servizio sociale ed essere rimesso in libertà doveva avere un residuo pena non superiore a tre anni, e concedere come sempre due anni di indulto non gli consentiva di uscire dal carcere.
Da qui la necessità di disporre un indulto di tre anni.
Ora, scoprono che l’eccessiva libertà su Internet produce danni e guasti, si presta ad abusi, consente la diffusione di notizie false e diffamatorie e, di conseguenza, avvertono l’impellente bisogno di proteggere i cittadini italiani dalla valanga disinformata che precipita da siti e blog.
Anime pie?
No, più semplicemente personaggi che sono stati chiamati ad affermare che mentire, diffamare, disinformare è privilegio dei detentori del potere che, ovviamente, l’informazione, quella vera, la temono per le conseguenze che essa può comportare.
Per contrastare i disonesti, le norme penali attualmente in vigore sono sufficienti e non servono altre.
Ma quanti anni di vita hanno i giornali che gli italiani comprano sempre meno, se l’informazione libera su Internet fa loro concorrenza?
E l’informazione (si fa per dire) televisiva perderà sempre di più la sua efficacia perché le notizie che diffonde e quelle che tace saranno in numero sempre maggiore confrontate con quelle che appaiono sui siti e sui blog, con ovvi risultati.
Non vogliono perdere il monopolio dell’informazione e, come si conviene ad un regine autoritario, lo vogliono difendere con la repressione giustificata dalla difesa della libertà e della democrazia.
E, invece, si preparano a compiere l’ennesimo delitto contro la libertà.
E, come tante volte è accaduto in questi anni, torna alla mente l’amara constatazione di madame Roland:

“Libertà, libertà, quanti delitti si compiono in tuo nome”.

Opera, 4 marzo 2017

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