A carte scoperte

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di Vincenzo Vinciguerra

I sefarditi de “Il Corriere della sera”, oltre al puntuale quotidiano ricordo della Shoah, dei cattivi nazisti, del risorgere dell’antisemitismo, dedicano qualche pagina alla storia italiana solo quando le tesi esposte in qualche libro coincidono con quelle ufficiali del potere politico.
In fondo, diamo loro atto che conducono un gioco scoperto, alla luce del sole.
Da una parte ignorano (commentare potrebbe essere controproducente e rischioso) perfino le sentenze giudiziarie che provano le responsabilità dello Stato nel cosiddetto “terrorismo”, e dall’altro dedicano intere pagine a libri che pretendono di affermare verità di comodo, come quella che “dietro le Br, ci sono solo Br”, per ricordare un’affermazione che ha fruttato a Mario Moretti benefici di legge, vita comoda, ricchi stipendi e il vicecomando della casa chiusa di Opera.
In questa occasione, il paginone è riservato ad un libro scritto da due storici e da un dissociato delle Unità comuniste combattenti, tale Paolo Persichetti, sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro.

Non sappiamo chi siano i due storici, mentre sul Persichetti ricordiamo che è stato estradato dalla Francia e che, appena entrato nel carcere di Rebibbia, ha scoperto di aver condotto fino a quel momento una vita sbagliata dalla quale doveva subito dissociarsi recitando il mea culpa in modo da ottenere al più presto possibile permessi premio, sconti di pena, semi-libertà ecc.
Il commento a quanto scritto dai due storici e dal ravvedutissimo Persichetti, è affidato alla penna di Giovanni Bianconi che è stato uno degli estimatori di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro da lui sempre presentati come “spontaneisti”, rivoluzionari che hanno combattuto contro lo Stato in nome di ideali che nessuno conosce e per finalità che tutti ignorano.
Il fatto che gli accertamenti compiuti dalla magistratura abbiano provato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che i due erano “spontaneisti solo a parole” a Bianconi non interessa.
La verità non paga.
In questo caso, il Bianconi ci racconta che nel libro sono descritti particolari inediti rivelati da ex brigatisti non pentiti e così “vengono contestati – scrive esultante – e ribaltati, anche sulla base dei documenti redatti dalle forze di polizia, alcuni presunti misteri come quelli relativi al ritrovamento delle macchine utilizzate dai brigatisti per il sequestro, o alla scoperta del corpo di Moro”.
Cosa ci sia da esultare non si comprende, tanto più che appare chiaro che il libro in questione non racconta nulla di inedito sul conto delle Brigate rosse e del sequestro e l’omicidio di Aldo Moro.
Come lo Stato, il potere politico, la destra, anche la sinistra ha i suoi armadi che non intende aprire per non rivelarne un contenuto che farebbe giustizia di tante “verità” alla Mario Moretti e compagni.
Ad esempio, i “rivoluzionari” che hanno rapito e poi hanno ucciso Aldo Moro, si sono sempre ben guardati dal rivelare quanto il presidente della Democrazia cristiana gli aveva raccontato.
Avevano promesso di dire tutto al popolo: non hanno detto niente allora e neanche dopo.
Per una ragione semplice, a nostro avviso; non erano loro a formulare le domande da porre ad Aldo Moro, né erano loro a disporre dell’uso delle risposte.
Il disimpegno dei vertici della Democrazia cristiana avviato a fine marzo – primi di aprile nel 1978, quando fermarono l’attività informativa di mafia, camorra e ‘ndrangheta per individuare la “prigione” di Aldo Moro e consentirne la liberazione, non si è basato sulla mera analisi delle lettere che il presidente della Dc scriveva ma, a nostro avviso, su informazioni che provenivano dall’interno di quelle “Brigate rosse” largamente infiltrate da elementi di vari servizi di sicurezza, primo quello israeliano.
L’affermazione perentoria, fatta a casa di Frank Coppola, al mafioso calabrese Francesco Varone, “quell’uomo deve morire”, che he trovato conferme mai smentite, sia a Palermo che a Napoli, prova che perfino la decisione di uccidere Moro non è stata assunta da Moretti e compagni.
Altri avevano deciso che non doveva tornare vivo a casa e in politica, almeno un mese prima che un mero esecutore di ordini come Mario Moretti lo uccidesse.
Il resto è disinformazione e depistaggio.
Quando lo Stato paga chi ha ucciso materialmente l’uomo simbolo della Democrazia cristiana, al quale è dedicata la “giornata della memoria” delle vittime del “terrorismo”, è perché necessita del suo sostegno per alimentare la menzogna e perché la verità la conoscono in tanti e non possono suicidarli tutti.
Vivi, mendaci e pagati: questi gli ex rivoluzionari delle Brigate rosse, entrati ultimi in carcere e usciti per primi.
La verità del solito, immancabile dissociato, di un pentito politico, sostenuta da due storici all’italiana, fa comodo a “Il Corriere della sera” ma non fa storia.
Ne hanno scritti tanti di libri e da tutti emerge una sola costante: troppe domande senza risposta.
E, questa, è una verità che non si può confutare.

Opera, 5 marzo 2017

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