Grazia e Ingiustizia

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di Vincenzo Vinciguerra

Il 1° marzo 2017, con un articoletto piccolo piccolo, il quotidiano israeliano “Il Corriere della sera” ha dato notizia che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha concesso la grazia parziale all’agente della Cia Sabrina de Sousa, arrestata nei giorni precedenti in Portogallo, in procinto di essere estradata in Italia per scontare la condanna inflittale per concorso nel sequestro di Abu Omar.
Non è il primo provvedimento di grazia concesso da un presidente della Repubblica italiana ad un agente della Central intelligence agency coinvolto nel sequestro di Abu Omar.
Ancora una volta il gesto che dimostra la totale sudditanza dei governi italiani alla potenza egemone, è stato accolto dal silenzio tombale delle forze politiche tutte, dai comici dei 5 stelle ai “sovranisti” dei Fratelli d’Italia compresi.
Il caso di Abu Omar è da manuale dell’asservimento ai voleri del padrone americano, ma rappresenta anche un esempio eclatante e non smentibile – e come tale taciuto – di quello che è sempre accaduto in Italia a partire dall’8 settembre 1943: l’esistenza di una catena di comando il cui vertice risiede a Washington, che vede in posizione subalterna i vertici politici ed istituzionali italiani i quali, a loro volta, dettano gli ordini ai responsabili militari e della sicurezza.

Il caso di Abu Omar rappresenta la smentita plateale della menzogna costruita dalla magistratura, in primo luogo, dalla politica e dal potere mediatico dell’esistenza dei servizi segreti “deviati”, degli ufficiali “infedeli” e “traditori” che agiscono all’insaputa dei loro superiori politici e istituzionali.
I magistrati della Procura dalla Repubblica di Milano, a dire il vero, avevano provato a ribadire questa “verità” attribuendo ai soli vertici del servizio segreto militare la responsabilità di aver agito, in concorso con la Cia “deviata” al sequestro di Abu Omar, all’insaputa dei responsabili politici.
Questa volta, non avevano potuto scomodare la loggia P2 e Licio Gelli né i “fascisti” infiltrati nei gangli vitali dello Stato, e si erano dovuti accontentare di ribadire il concetto, sempre comodissimo, della responsabilità personale che, unica e sola, vale sul piano penale.
Chi aveva osato violare le leggi italiane sequestrando in pieno centro a Milano Abu Omar, per portarlo ad Aviano e, da qui, in Egitto per affidarlo agli specialisti in interrogatori con tortura americani ed egiziani?
Secondo loro erano stati il direttore del servizio segreto militare e il responsabile del controspionaggio.
Ora ci avrebbero pensato loro a ristabilire il primato della legge provando che nessuno – ripeto, nessuno – italiano “infedele” o americano “traditore” avrebbe potuto permettersi operazioni del genere che violavano non solo il codice penale italiano ma perfino i diritti umani.
L’idea che gli ufficiali del servizio segreto militare, come sempre, avevano obbedito agli ordini impartiti da Palazzo Chigi ovvero dal presidente del Consiglio e dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega per i servizi segreti (questi sono i capi dei servizi di sicurezza), se mai l’hanno avuta l’hanno tenuta ben nascosta.
Il sospetto che, in questa occasione, il coinvolgimento americano fosse troppo esplicito perché i governi consentissero loro di procedere contro i subalterni italiani non gli è venuto.
Difatti, i governi di centro-destra e di centro-sinistra hanno imposto il segreto di Stato che ha impedito ai magistrati milanesi di processare i vertici del servizio segreto militare, mentre le condanne inflitte agli agenti americani, tutti contumaci, sono vanificate dalla concessione della grazia presidenziale.
Il gioco tante volte riuscito ai magistrati italiani, diversi dei quali se ne sono serviti per fare carriera giudiziaria e politica, questa volta è fallito.
Le prove a carico degli agenti italiani ed americani che avevano preso parte al sequestro di Abu Omar erano tali e tante che questa volta nemmeno la più docile e sfrontata Corte di assise, di appello o di Cassazione avrebbe potuto pronunciare una sentenza assolutoria a loro favore.
Quanto era stato fatto con gli imputati per il “golpe Borghese”, tutti assolti, compresi i rei confessi, e con quelli della strage di Ustica ritualmente assolti con formula piena, solo per citare due esempi, non poteva ripetersi.
Da qui la necessità per il potere politico di esporsi in prima persona imponendo il segreto di Stato che ha dimostrato, fra l’altro, come la conclamata e strombazzata indipendenza dalla magistratura sia in realtà una favola, una delle tante che il regime alimenta per meglio proteggersi.
Se il padrone dei padroni risiede a Washington, il bastone del comando in Italia lo detiene il potere politico.
La vicenda processuale di Abu Omar, la reiterata concessione della grazia presidenziale ad agenti della Cia, l’imposizione del segreto di Stato, avrebbero dovuto suggerire a tanti di rivedere le loro convinzioni – se maturate in buona fede – sui servizi segreti “deviati”, i “poteri occulti” che agiscono in parallelo con quelli ufficiali e, per logica conseguenza, avrebbero dovuto indurli a rileggere la storia italiana del dopoguerra per riscriverla secondo verità.
Non è avvenuto.
In un Paese in cui, in teoria, esiste la libertà di espressione e di opinione, tutti preferiscono tacere.
Tutti fedeli al motto che l’Italia di oggi potrebbe adottare ufficialmente:

“Meglio un cane vivo che un leone morto”.

Opera, 14 marzo 2017

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