Pagine di infamia

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di Vincenzo Vinciguerra

Sono innumerevoli le pagine che devono ancora essere scritte sulla guerra politica italiana, non ancora conclusa perché ci sono ancora persone in fuga ed altre recluse nei carceri, alla mercé della più corrotta delle amministrazioni dello Stato, quella penitenziaria.
Fra le pagine che devono ancora essere scritte ci sono proprio quelle relative al ruolo che il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia ha ricoperto e ricopre nella guerra politica.
È una storia che andrebbe scritta e raccontata e che riguarda anche l’operato della magistratura italiana nel suo complesso, perché sono magistrati quelli che dirigono l’amministrazione penitenziaria, quelli che la “sorvegliano” e quelli che la proteggono.
Non ci sono luci in questa storia, ma solo ombre.

Si potrebbe partire con gli omicidi di Gaspare Pisciotta e Angelo Russo all’interno del carcere palermitano dell’Ucciardone.
Il primo ucciso con un caffè alla stricnina dopo aver anticipato al sostituto procuratore della Repubblica di Palermo, Pietro Scaglione, quanto aveva in animo di raccontare sui rapporti fra la banda di Salvatore Giuliano, politici democristiani e rappresentanti delle forze di polizia.
Il secondo eliminato allo stesso modo – un caffè alla stricnina – quasi un mese dopo per scagionare il secondino Ignazio Selvaggi che era stato incriminato per l’avvelenamento di Gaspare Pisciotta.
Una vicenda ignobile che ha visto due omicidi all’interno di un carcere rimasti a carico di ignoti.
Un primo esempio di collaborazione fra magistrati e apparati segreti dello Stato.
Le operazioni clandestine organizzate da magistrati carcerieri, inquirenti e servizi segreti militari e civili, nel corso della guerra politica, sono molte.
Ricordiamo l’evasione “pilotata” del brigatista rosso Prospero Gallinari del carcere di Treviso, e quella ancora più eclatante di Renato Curcio dal carcere di Casale Monferrato.
In quest’ultima il rapporto fra secondini togati, magistrati inquirenti e servizi segreti è provato al di là di ogni ragionevole dubbio.
Difatti, è il magistrato che dirige l’inchiesta ad indicare al Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria tre istituti di pena nei quali chiede che l’arrestato venga rinchiuso.
Fu il magistrato titolare dell’inchiesta a Torino sulle Brigate rosse ad indicare al Dap il carcere di Casale Monferrato, un quasi mandamentale dov’erano ristretti ladri di polli, per detenervi il capo delle Br?
E, se così fosse, perché i secondini togati del Dap decisero di portare Curcio proprio a Casale Monferrato, carcere sprovvisto di ogni misura di sicurezza?
Un episodio gravissimo concluso con la scontata evasione di Renato Curcio, sul quale nessuna inchiesta è stata aperta e nessuna risposta è mai stata data.
L’evasione di Curcio ha comportato, fra l’altro, come conseguenza la morte di un appuntato dei carabinieri e quella di Mara Cagol lasciata vigliaccamente sola dal presunto capo delle Br a sparare sui carabinieri per coprirgli la fuga.
Due morti che accusano magistrati inquirenti e carcerieri che hanno organizzato la fuga di Renato Curcio, nessuno dei quali è stato chiamato a rispondere delle sue azioni.
L’episodio, ricordato come “singolare” o “strano” dai pseudo-storici italiani, è stato cancellato.
Non è il solo.
Fra le centinaia di migliaia di pagine scritte sul caso del sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, mancano quelle riferite alla collaborazione tra lo Stato e la ‘ndrangheta.
È un episodio provato con assoluta certezza.
Quando, nel luglio del 1988, lo denunciai, la procura della Repubblica di Roma cercò di dichiararlo falso, ma per l’insistenza del sostituto procuratore Giovanni Salvi dovette, infine, convenire che era tutto vero.
Era accaduto che qualcuno si era rivolto alla mafia calabrese operante a Roma per trovare il luogo dov’era tenuto prigioniero Aldo Moro.
Un certo Francesco Varone, latitante perché evaso dal soggiorno obbligato, assunse l’incarico in prima persona ma prima chiese di parlare con il fratello Antonio detenuto in Sardegna.
Nessun problema.
Antonio Varone verrà tradotto, in elicottero, dalla Sardegna a Rebibbia dove il fratello latitante entrò per conferire con lui ed ottenere il suo consenso per collaborare con polizia, carabinieri e servizi segreti per individuare la prigione di Moro.
Una prova che andava cancellata della collusione fra Stato e ‘ndrangheta, tanto più che a rendere noto l’episodio ero stato io.
Puntualmente, il caso è stato insabbiato. Nessuna inchiesta, nessuna incriminazione, nessun interrogatorio.
Il trasporto di Antonio Varone dalla Sardegna a Roma Rebibbia, in elicottero, non consentiva ai magistrati romani di giocare la solita carta della responsabilità circoscritta a qualche secondino “infedele” di Rebibbia, perché provava la responsabilità dei vertici dell’amministrazione penitenziaria che, forse, non avevano agito all’insaputa dei loro colleghi titolari delle indagini sul caso Moro.
In questo caso non si potevano scomodare i servizi segreti “deviati”, quindi bisogna coprire il tutto e farlo dimenticare.
E cosi è stato fatto.
Sorvoliamo sul “suicidio” provvidenziale per tanti di Michele Sindona all’interno del carcere di massima sicurezza di Voghera, avvelenato con un caffè al cianuro come aveva previsto qualche anno prima Francesco Pazienza in una memoria depositata presso un notaio.
E poi, a carico dell’amministrazione più corrotta dello Stato, c’è il gioco laido della diversità di trattamento riservata ai detenuti politici secondo le direttive provenienti dal mondo politico e da quello della sicurezza.
È giusto denunciare, ancora una volta, come con la silenziosa complicità della procura della Repubblica di Milano, i secondini di Opera hanno commesso reati contro la corrispondenza mia, come nell’agosto del 2006 abbiano cercato di respingere al mittente ogni pacco di libri che mi facevo inviare, come con impressionante puntualità ogni plico contenente un libro non venga mai recapitato ma nemmeno respinto al mittente.
Operazioni sordide, ma anche inutili perché non è privandomi dei libri che possono impedirmi quattro maschi da cortile e quattro femmine da caserma di proseguire nel mio impegno e favore della verità.
Ne riparleremo in maniera dettagliata.
Ogni Stato ha la magistratura e l’amministrazione penitenziaria, che da quest’ultima dipende, che merita.
Quando ascoltate ministri, politici, magistrati, secondini di basso e di alto bordo vantare che nei loro carceri esiste il rispetto per i diritti umani e civili per i detenuti politici che non hanno tradito né rinnegato i loro ideali (per quelli comuni c’è, specie se pagano), mettetevi a ridere e sputare per terra.
La saliva resterà pulita.

Opera, 15 marzo 2017

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