L’altra Italia del potere

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di Vincenzo Vinciguerra

Poche parole nel corso del TG3 per far conoscere la decisione della madre di Ilaria Alpi di non voler più mettere piede negli uffici giudiziari per protestare contro una magistratura che non ha saputo dire una parola di verità sulla morte violenta della figlia, uccisa insieme all’operatore Miran Hovratin a Mogadiscio nel 1994.
Non ne parleranno più.
Anche un’altra madre, quella di Roberto Franceschi ucciso dalla polizia a Milano, il 23 gennaio 1973, nel corso di una manifestazione, al termine di un lunghissimo iter giudiziario concluso con la mancata identificazione dei responsabili, darà le dimissioni da preside della scuola media con una durissima lettera indirizzata al presidente della Repubblica, perché non più in grado di insegnare agli studenti il rispetto per lo Stato e le sue istituzioni.
Cancellata dalla storia degli “anni di piombo”.

Due donne, due madri. Entrambi hanno dovuto convenire che questo Stato – nel quale avevano creduto – merita solo il loro disprezzo perché non accettano – e giustamente – che la magistratura, i servizi segreti, le forze di polizia non siano in grado di dare una risposta di giustizia all’assassinio dei figli.
Anche i genitori di Graziella De Palo e Italo Toni scomparsi a Beirut il 2 settembre 1980 per mano dei palestinesi non hanno avuto giustizia, anzi lo Stato italiano non è stato nemmeno capace di farsi restituire i corpi per dare loro sepoltura in terra italiana.
Peggio: è esistito il sospetto che sia stato proprio un ufficiale dei Servizi segreti italiani ad informare i palestinesi che Italo Toni lavorava per il Mossad israeliano.
Il sospetto non ha trovato conferma, ma il dubbio che qualcuno abbia venduto Italo Toni e sacrificato con lui anche Graziella De Palo rimane.
In tutti i casi, nonostante gli ottimi rapporti intrattenuti anche negli anni successivi da uomini politici di primissimo piano, come Bettino Craxi, con Yasser Arafat e i dirigenti dell’Olp la verità non è mai emersa e i corpi non sono stati restituiti alle famiglie.
Non conosciamo i commenti dei genitori di Italo Toni e Graziella De Palo su cotanto Stato e le sue istituzioni, ma escludiamo che abbiano espresso gratitudine e riconoscenza a giudici, politici e spioni per il loro disimpegno a cercare i corpi e le verità.
C’è un’altra Italia del dolore che troppo spesso non segue l’esempio delle madri di Ilaria Alpi e Roberto Franceschi, che preferisce tacere dinanzi alla palese volontà dello Stato di negare ad essa verità e giustizia.
Clamoroso ma da nessuno denunciato il comportamento dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga in merito alla strage di Ustica.
Cossiga ha atteso che il processo a carico degli ufficiali dell’Aeronautica accusati di “alto tradimento” si concludesse con la loro assoluzione con formula ampia, nel 2007, per dichiarare pubblicamente che il Dc-9 Itavia, il 27 giugno 1980, era stato abbattuto da un missile francese.
Francesco Cossiga ha chiamato in causa, come suo informatore, l’ex direttore del Sismi, ammiraglio Fulvio Martini, che non poteva confermare né smentire per essere deceduto nel 2003.
Un ex ministro degli Interni, presidente del Consiglio, presidente della Repubblica, ammesso ma non concesso (la verità, a parere di chi scrive, l’ha sempre conosciuta) che questo sia vero, avrebbe quindi taciuto mentre il processo per la strage di Ustica era ancore in corso informazioni fondamentali per il suo esito.
La verità della giustizia penale è quella che il Dc-9 Itavia era caduto per l’esplosione di un ordigno a bordo, che nessuno ha mai depistato le indagini, che nessuno ha “tradito”, che nessuno porta responsabilità giudiziarie nella vicenda.
E Francesco Cossiga per ben quattro anni, tanti ne sono passati dalla morte dell’ammiraglio Fulvio Martini, ha taciuto e ha permesso che si pronunciasse una sentenza contraria alla verità.
Non conosciamo i commenti privati di Daria Bonfietti e degli altri familiari delle vittime della strage di Ustica. Conosciamo solo il loro silenzio ufficiale.
Solo due madri dell’altra Italia del dolore hanno avuto il coraggio di parlare.
Peccato.
Ci si vieta, con il silenzio, di far conoscere che non ci sono solo le vittime del “terrorismo” eversivo, quello “rosso” (perché quello “nero” è terrorismo di Stato), ma anche quello dello Stato, e sono tante, alle quali è stata sempre, costantemente, come prassi, negata verità e giustizia.
L’altra Italia è sconosciuta agli italiani perché di esse non si parla, non si deve parlare.
Hanno strumentalizzato anche il dolore che, unico e solo, deve appartenere ai familiari delle vittime degli oppositori dello Stato, mentre l’altro deve scomparire dalle pagine della storia e dai ricordi degli italiani.
Chi sarà il presidente della Repubblica o del Consiglio, il presidente del Senato o della Camera che vorrà partecipare alla commemorazione dei morti di Melissa, Modena, Reggio Emilia, Palermo, Avola e così via?
Nessuno, anche perché nessuno, a destra come a sinistra, quei morti osa più ricordarli.
Quante madri hanno visto i figli uscire per partecipare, disarmati, ad una manifestazione e come Roberto Franceschi, se li sono visti restituire morti, uccisi dalla raffiche di mitra, dai candelotti lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, investiti dalle camionette delle forze di polizia?
E cosa hanno ancora dallo Stato?
La beffa della mancata individuazione dei responsabili o la condanna a pochi mesi di reclusione per eccesso colposo di legittima difesa.
Nel 1949, un carabiniere uccise con una raffica di mitra una mondina.
Nemmeno l’allora ministro degli Interni Mario Scelba osò difenderlo.
Venne condannato ad una pena irrisoria, ma almeno i magistrati del tempo non dissero che la raffica di mitra era stata deviate da qualche pietra, come nel caso dell’uccisione di Carlo Giuliani.
Non si può scrivere la storia a metà.
Non si può riconoscere il dolore degli uni e cancellare quello degli altri, il primo perché funzionale ai fini dello Stato e l’altro perché ad essi contrario.
Esiste anche la memoria dell’altra Italia del dolore e noi la ricorderemo.

Opera, 19 marzo 2017

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