Giorgeri: un omicidio senza mandante

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di Raffaella Fanelli

“Non esiste rimedio contro la morte. Un po’ di sollievo potrebbe darmelo solo la verità. Perché i mandanti dell’omicidio di mio marito non sono ancora stati scoperti (La Repubblica, 1990)”.

Giorgia Pellegrini vedova Giorgieri, ha aspettato fino all’ultimo che gli assassini del marito, il generale Licio Giorgieri, raccontassero almeno la verità. E’ morta nel gennaio del 2014, pochi anni dopo quella richiesta rimasta inascoltata. Perché gli assassini del generale Giorgieri da trent’anni continuano a far finta di niente. Mai hanno fatto nomi e mai hanno chiesto perdono. D’altronde erano brigatisti, eroi di una rivoluzione.  Che uccisero senza alcuna pietà un uomo disarmato.

“In nome e per conto di qualcun altro. Il delitto di mio marito è uguale a tutti i delitti delle Br, ambigui, fatti con lo stampino. I mandanti non si conoscono”.

Una sentenza di morte eseguita il 20 marzo 1987.
Il generale Licio Giorgieri era in auto in via del Fontanile Arenato, a Roma. Tornava a casa, quando due uomini in moto inseguirono la sua vecchia 131. Uno di questi due “valorosi combattenti” esplose cinque colpi di pistola contro il generale, uccidendolo. L’autista, un soldato di leva che preferì frenare e fermarsi, rimase illeso. Giorgieri invece morì a 51 anni, senza potersi difendere, senza poter abbracciare un’ultima volta la moglie Giorgia e la loro unica figlia, Luisa, “uccisa dal dispiacere e dal cancro” il 13 maggio del 1994.

“Sopravvivere alla mia Luisa  sarebbe stato meno doloroso se avessi avuto accanto mio marito”.

L’eroico agguato fu rivendicato attraverso una dichiarazione pubblica di Prospero Gallinari –  uno degli imputati per la strage di via Fani – durante il processo Moro ter dall’Unione comunisti combattenti, un’organizzazione nata dalle ceneri delle Brigate rosse. 
Qualche mese dopo però l’Ucc fu smantellata e i responsabili dell’omicidio di Licio Giorgieri arrestati. Le sentenze emesse dal tribunale condannarono a pene superiori ai 20 anni i brigatisti rossi Paolo Persichetti, Maurizio Locusta, Francesco Maietta e Claudia Gioia.
La vedova di Licio Giorgieri nonostante l’esito del processo dichiarò pubblicamente i suoi dubbi, disse “che  il marito era stato ucciso da un intrigo di interessi più grandi”. Ipotizzò che i brigatisti fossero stati, più o meno consapevolmente, manovrati da altri. Manovrati prima, forse. Miracolati dopo, certamente.
Per Claudia Gioia, condannata a 27 anni di carcere per l’omicidio del generale Giorgieri e per il ferimento dell’economista Antonio Da Empoli, la libertà condizionale è arrivata nel gennaio del 2005. Attualmente è una delle dirigenti del Museo d’arte contemporanea di Roma, nomina avvenuta quand’era sindaco Walter Veltroni. 
Maurizio Locusta imputato anche nel processo Moro ter venne condannato a 24 anni. Estradato il 15 marzo del 1988 dalla Francia dove si era rifugiato, oggi lavora come assistente di sala-consultazione per la Fondazione Lelio Basso – Issoco.
Francesco Maietta dopo il beneficio dei domiciliari, convolò a nozze nel 1998 con una volontaria del carcere di Rebibbia. Al matrimonio partecipò il senatore Francesco Cossiga. Nel 2002 avanzò la richiesta di grazia.
Infine, l’ultima condanna, 22 anni e 6 mesi, per Paolo Persichetti. Che scappò in Francia nel 1991 e fu prelevato da Parigi solo 11 anni dopo per essere sentito sui delitti D’Antona e Biagi. Una donna testimoniò di averlo visto sotto casa del giuslavorista bolognese ucciso il 19 marzo del 2002. E Persichetti chiamò in suo soccorso, da Parigi, un  alibi inattaccabile. In carcere entrò solo per scontare i 22 anni della condanna definitiva per l’omicidio Giorgieri. Nel luglio del 2008 tornò fuori, graziato dalla  semilibertà e dal progetto del Garante dei diritti dei detenuti del Lazio sulla teledidattica,  Angiolo Marroni,  finito suo malgrado in una foto pubblicata dall’Espresso sul clan Buzzi Carminati.  Ma questa è un’altra storia.

“Persichetti  è un manovale, dichiarò la vedova Giorgieri,  e ha le colpe gravissime di un manovale. Mancano all’appello i mandanti dell’omicidio di mio marito”.

Un omicidio che qualcuno di recente ha collegato alla strage di Ustica, al Dc9 Itavia che la sera del 27 giugno 1980 si inabissò nel Tirreno  con 81 passeggeri. Perché all’epoca il generale triestino faceva parte dei vertici del Rai, il registro aeronautico italiano, responsabile del quale era il generale Saverio Rana, il primo a parlare di caccia e missili subito dopo la strage. E immediatamente stroncato da un infarto. Una morte, come quella di Licio Giorgieri, inserita in un lungo e inquietante elenco di strani incidenti e suicidi legati alla strage di Ustica.
Solo chi organizzò ed eseguì la trappola mortale in via del Fontanile, quella sera del 20 marzo 1987, potrebbe rivelare il movente della morte di Licio Giorgieri.

“Al processo ho  guardato  negli occhi gli assassini di mio marito, non mi sono persa un’udienza… una pena indicibile dover stare a pochi metri da loro. Gridavano, sghignazzavano, si baciavano dentro la gabbia, chiacchieravano coi parenti. Il loro comportamento mi sembrava distaccato, persino indifferente”.

Da quella gabbia gli eroi della lotta armata non hanno mai chiesto perdono a Giorgia Pellegrini per averla condannata all’ergastolo del dolore e oggi che sono noti studiosi, presunti intellettuali ed esperti di cultura  non ricorderanno neanche che trent’anni fa hanno ucciso un uomo disarmato che tornava a casa.  

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