Un processo contro lo Stato

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di Vincenzo Vinciguerra

Era un processo che non si doveva fare.
Male che andasse, andava fatto a carico di un imputato deceduto e di uno latitante.
Invece, il 23 marzo 1987, nell’aula bunker di Mestre, inizia il processo che io avevo voluto, per l’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972.
Nel trentesimo anniversario di quel processo, è giusto ricordarlo.
Come si è giunti al processo è noto: una mia scelta, fatta per inchiodare lo Stato al prezzo di un ergastolo.
Lo dirà il pubblico ministero Gabriele Ferrari nel corso della sua requisitoria:

“Contro Vinciguerra c’erano solo indizi, forse sufficienti per un mandato di cattura, mai per una condanna”.

Lo faranno dimenticare. Anzi, si faranno premura di non rendere mai pubbliche queste parole.
Il 23 aprile 1991, nel corso del processo di appello contro gli ufficiali dei carabinieri imputati per i depistaggi, è il sostituto procuratore generale, Remo Smitti, a rispondere alle millanterie di “Frankenstein” Casson che aveva rivendicato il merito di aver scoperto la verità:

“Il merito di aver scoperto la strage di Peteano… non va agli organi di polizia né alla magistratura che hanno compiuto entrambi grandi errori, bensì ad un fatto imprevedibile come la confessione di Vincenzo Vinciguerra”.

Parole cancellate.
Prima ancora, nella motivazione della sentenza del processo, il presidente della Corte di assise Renato Gavagnin aveva sottolineato la mia scelta:

“L’imputato non ha inteso rendere una confessione che sia riconoscimento di condotte illecite, ma ha inteso assumersi una responsabilità nel quadro di una ricostruzione storica degli avvenimenti che lo vedono tuttora convinto della validità del suo disegno politico all’interno del quale trovano giustificazione i singoli episodi delittuosi contestatigli. La sua figura di soldato politico non è mai venuta meno e mantiene intatta la sua potenzialità offensiva nei confronti dello Stato democratico”.

Nessun giornale, libro storico, rievocazione televisiva ha mai citato questo giudizio.
In un Paese in cui, periodicamente, siamo asfissiati dalle dichiarazioni sulla stampa italiana i cui rappresentanti rivendicano a gran voce il loro diritto-dovere di informare secondo verità, di rispetto per la correttezza e l’etica dell’informazione, nessuno ha mai citate le parole di Gabriele Ferrari, Remo Smitti, Renato Gavagnin.
Nel laboratorio in cui si elaborano le strategie mediatiche, si era deciso di contrapporre la figura di “Frankenstein” Casson alla mia.
Il primo destinato ad essere presentato come il “grande” giudice che, addirittura a rischio della vita, aveva scoperto la verità sull’attentato di Peteano e, poi, su “Gladio”.
Per il secondo, viceversa, scattava un linciaggio morale senza limiti né soste: reo confesso, dissociato, collaboratore di giustizia, inattendibile ecc.
Eppure, trent’anni dopo quel processo, trentatré dopo quella scelta, io sono ancora qui.
Quel 23 marzo 1987, è iniziato un processo in cui la sola attività istruttoria di “Frankenstein” Casson era stata finalizzate a minare alla radice la mia credibilità.
Non un solo riscontro alle mie dichiarazioni, nemmeno sulla provenienza dell’esplosivo che la Digos di Venezia troverà in pochi giorni solo nel 1992, perché nel 1984 non era stata evidentemente incaricata di cercarlo.
Una pista falsa, quella delle lettere di Mauro Roitero, costruita apposta per occultare le responsabilità della Questura di Udine e della divisione Affari riservati, che se gli avvocati della parte avversa fossero stati più competenti sul piano professionale avrebbero distrutto con irrisoria facilità.
Non c’è da stupirsi.
“Frankenstein” Casson aveva solo due anni di esperienza alle spalle come magistrato e, di conseguenza, gli avevano collocato al fianco come “prezioso” collaboratore il vicequestore aggiunto Giuseppe Impallomeni, tessera della loggia P2 n. 2213, reduce dai depistaggi a Palermo sull’omicidio di Piersanti Mattarella come capo della Squadra mobile della Questura del capoluogo siciliano.
È il piduista Impallomeni a dirigere l’inchiesta rimorchiando a piacimento un consapevole Casson, esaltato inoltre dalla collaborazione prestata dal generale Ninetto Lugaresi, direttore del Sismi fino all’aprile del 1984.
Tre personaggi, un unico obiettivo: distruggere l’imputato principale.
Gli è andata male.
Il processo si è concluso il 25 luglio 1987 con la condanna, da me voluta perché neanche ho presentato per coerenza richieste alla Corte di assise, all’ergastolo contro la quale ovviamente non ho interposto appello.
Il 23 marzo 1987, inoltre, su richiesta del direttore del Sismi, ammiraglio Fulvio Martini, veniva arrestato a Caracas (Venezuela) Stefano Delle Chiaie.
Il “Caccola” racconterà che si era costituito e troverà interessati fessi pronti ad avallare la sua pretesa grottesca perché non spiega l’incredibile coincidenza (se fosse stata tale) di una decisione assunta con l’inizio del processo a mio carico a Venezia.
Non è credibile.
Nulla di credibile c’è nella storia ufficiale del processo di Peteano di Sagrado.
Non è credibile la responsabilità della loggia P2, affermata da “Frankenstein” Casson, cioè dallo stesso magistrato che aveva fatto dirigere l’inchiesta ad un affiliato alla loggia P2.
Non è credibile la responsabilità di “Gladio”, affermata sempre da “Frankenstein” Casson per coprire, questa volta, la truffa fatta a Giulio Andreotti al quale aveva garantito che lui poteva provare il collegamento fra me e le Stay-behind.
Non è credibile per primo lo stesso “Frankenstein” Casson costruito in laboratorio, un pezzo per volta, dal Sismi di Lugaresi, dal Sisde con Vincenzo Parisi, dalla loggia P2 con Giuseppe Impallomeni, dal Pci con Luciano Violante, tutti provvisti sul libro paga di giornalisti capaci di ogni menzogna.
Oggi, il bottino del “mostro” di laboratorio politico-poliziesco-mediatico è misero: Casson è solo uno sherpa senatoriale e mancato sindaco (per due volte) di Venezia.
L’amministrazione penitenziaria, su richiesta dei Casson, dei Lugaresi e successori, del ministero degli Interni e così via, tanto ha fatto per stroncare la mia resistenza, prima fisica, poi psicologica e morale, ha miseramente fallito.
Io sono ancora qui.

Opera, 25 marzo 2017

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