Rieducati e Rieducandi

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di Vincenzo Vinciguerra

Ci sono nomi che resteranno scolpiti nella storia miserabile dell’Italietta del dopoguerra, come quelli di Angela Merlin che riuscì ad ottenere la chiusura degli italici bordelli con il risultato che sono alcune migliaia, a dir poco, le donne uccise sulla strada mentre esercitavano il mestiere più antico del mondo.
In un Paese normale si combatte la prostituzione o almeno, si creano le condizioni per mantenerla entro limiti fisiologici e per proteggere la salute e la vita delle donne che decidono di esercitarla.
Le “case chiuse” consentivano un controllo sanitario e di polizia su clienti e prostitute.
Viceversa, con la loro chiusura, l’Italia clericale ha liberalizzato la professione, moltiplicato il numero delle donne che la esercitano, incrementato quello dei lenoni che, quando arrestati sono condannati a pene irrisorie, e messo in pericolo la salute di migliaia di cittadini.
La retorica uccide non solo metaforicamente e non salva la dignità delle donne ma ne completa l’annientamento.

Un mestiere che una volta era per poche ora è esercitato da tante, così che alla fine hanno dovuto sdoganarlo ed accettarlo come un lavoro lecito, onorevole, di cui menare vanto e sul quale porre le basi per fare carriera politica come Vladimiro Luxuria che si è vantato di averlo esercitato per un anno a 50 mila lire a cliente ed è divenuto un’icona dei comunisti italiani e della televisione.
Angela Merlin era socialista. E socialista era anche quel Gozzini che ha deciso di umanizzare le pene per consentire una effettiva rieducazione dei condannati.
L’idea sarebbe ancora oggi condivisibile se ci fossero le condizioni per applicare la legge che porta il suo nome.
Invece queste mancano, a partire dalla prima, quella, essenziale: non ci sono infatti educatori.
Non mancano perché l’organico dei presunti educatori è carente, ma perché quelli che dovrebbero svolgere il compito di rieducare i reclusi sono del tutto inidonei a farlo.
In oltre 37 anni di carcere volontario, ho reincontrato migliaia di “rieducati” puntualmente rientrati in galera, quasi sempre per gli stessi reati, spesso per reati ancora più gravi, e puntualmente ri-premiati con permessi e pene alternative da scodinzolanti “educatori” sculettanti “educatrici” paghi delle loro spiegazioni e attenti solo ai corsi di studio e ai lavori che svolgono all’interno delle case chiuse penitenziarie.
In quella di Opera, ad esempio, il corso sulla vita di Gesù Cristo è ambitissimo.
Non c’è fetente che non voglia frequentarlo.
In fondo non è difficile rieducarsi per conto proprio: deferenti verso i secondini, lavoratori, studenti, sportivi, i detenuti che mai in vita loro hanno lavorato, studiato e fatto sport qui scoprono il gusto di farlo per ovvie ragioni: per far passare le giornate, prima, e per presentarsi con le carte in regola dinanzi ad “educatori” e magistrati di sorveglianza quando rientrano nei limiti per chiedere i permessi premiali e l’accesso alle pene alternative.
Non c’è da scandalizzarsi.
Chi è in carcere aspira ad uscirne e se la via per ottenerlo è lastricata di servilismo, ipocrisia, falsità, simulazione percorrerla non costa nulla perché nulla hanno da perderci, possono solo guadagnarci in vita tranquilla in carcere e in benefici di legge.
In un mondo penitenziario in cui la dignità e sconosciuta a carcerieri e carcerati, fare le pecore per tornare ad essere lupi non costa fatica.
“Bravi ragazzi” e secondini si distinguono solo per le funzioni, di conseguenza la simulazione per tornare fuori quanto prima è ritenuta prova di “intelligenza” dai primi che deve essere giustamente premiata con la concessione dei benefici di legge.
Qui, gli “intelligenti” si sprecano.
Gilberto Cavallini si era spinto fino a scrivere una poesia a Gesù, orgogliosamente pubblicata dagli “educatori” sulla rivista del carcere.
Che poi Gesù e la “rieducazione” non hanno evitato a Cavallini di farsi arrestare con una pistola in una valigia, mentre era ormai in semi-libertà, e di farsi accusare di numerose rapine in danno di orefici è stato considerato un modesto incidente di percorso.
Un altro “rieducato” ad Opera è stato Mauro Addis, un passato fra il Msi di Milano e la malavita, arrestato mentre era in semi-libertà con un arsenale di armi.
Il “fiore all’occhiello” di questo ameno carcere è rappresentato da Pietro Maso: convertito, rieducato, ravveduto, scarcerato con il rosario attorno al collo, una vettura regalatagli dai volontari, un fisico scolpito con anni di palestra nel quale era impiegato in modo stabile, doveva rappresentare il meglio che l’azione congiunta di “educatori” e preti aveva prodotto.
Lo fermeranno a tempo, prima che uccida le due sorelle per “completare (parole sue) il lavoro iniziato nel 1991”, quando aveva ucciso il padre e la madre in modo atroce per l’eredità.
Qui hanno anche “rieducato” De Cristofaro, il killer del catamarano, che grazie agli sperticati elogi degli “educatori” di Opera ha ottenuto il primo permesso premiale e si è dato alla fuga.
La lista è lunga e conta anche un serial killer di donne che, nel corso dei permessi e della semi-libertà avuti a Opera, è riuscito ad uccidere altre due donne oltre alle tre che aveva ammazzato prima.
Un orgoglio e un vanto per l’amministrazione penitenziaria.
Ma il “rieducato” d’Italia, quello al quale avrebbero dovuto fare un monumento perché simbolo del recupero sociale attraverso la rieducazione carceraria è Salvatore Buzzi.
Da delinquente a difensore dei deboli, dei miseri, dei migranti, il rieducato Salvatore Buzzi!
Un miracolo della fede e dell’amministrazione più corrotta dello Stato da avviare alla beatificazione.
Invece, Salvatore Buzzi, forte degli insegnamenti ricevuti dai secondini, dai deboli, dai miseri, dai migranti si occupava con passione per sfruttarli e guadagnarci sopra.
Uno sciacallo, il Buzzi, debitamente gratificato dall’amministrazione penitenziaria sempre pronta a premiare la simulazione del ravvedimento perché incapace di indurre qualcuno al pentimento morale.
Non sono certo gli “educatori” in grado di “rieducare” qualcuno perché mancano degli strumenti intellettivi, culturali e morali per avviare con i detenuti un dialogo che porti questi ultimi a compiere una riflessione autentica sul loro passato e sulle ragioni che li ha portati in carcere.
Ben altre sono le misure da adottare per recuperare i “recuperabili”, senza fingere che tutti siano “recuperabili” salvo poi far morire in galera chi non collabora, fra i mafiosi, con la giustizia o, fra i politici, non si dissocia dal passato.
Come proteggere gli italiani dall’amministrazione penitenziaria?
Per prima cosa, togliere il comando del Dipartimento ad esso preposto ai magistrati che da teorici tutori della legalità, appena entrano negli uffici del Dap si trasformano in protettori e, spesso, in promotori di ogni illegalità.
Del resto, i magistrati diventano direttori generali del Dap per meriti politici non per competenza professionale.
Abolire, quindi, i Tribunali di sorveglianza il cui compito è quello di sancire le decisioni prese dai carcerieri a favore (o contro) detenuti che i giudici hanno incontrato una volta per cinque minuti e, a volte, nemmeno quella.
Notai togati che nulla sorvegliano perché il controllo sui reati commessi dai secondini è demandato alle procure della Repubblica, così che la loro inutilità è palese.
Definire la responsabilità civile del ministero della Giustizia in quei casi in cui detenuti ritenuti “rieducati” per sciatteria, incompetenza professionale e per corruzione, compiano reati contro le persone e i beni.
Chi sbaglia paga: solo secondini togati ed effettivi, ministero della Giustizia, giudici di sorveglianza devono sfuggire alla regola. E in nome di cosa?
Far conoscere all’opinione pubblica il prezzo che gli italiani hanno pagato alla retorica della “rieducazione” in oltre 30 anni di applicazione della legge Gozzini, servirebbe a convincere anche i più riottosi della necessità di negare impunità all’amministrazione penitenziaria la più corrotta e la più protetta dello Stato perché mera appendice di quella magistratura che tutto può fare meno che rappresentare, con le solite lodevoli eccezioni, la giustizia.

Opera, 28 marzo 2017

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