Mafia e Massoneria

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di Vincenzo Vinciguerra

Leggo due articoli, a firma di Alessandra Ziniti, scritti rispettivamente il 19 agosto 1992 e il 30 maggio 2016, vertenti entrambi sul medesimo argomento: il rapporto fra mafia e massoneria.
A distanza di 24 anni, la giornalista deve prendere atto che nulla è cambiato da quel lontano marzo del 1986, quando a Palermo venne scoperto il “Centro sociologico italiano” che, in realtà, copriva l’esistenza di una mezza dozzina di logge massoniche nei cui elenchi comparivano i nomi di mafiosi di spicco, funzionari dello Stato, imprenditori, ecc.
Nulla cambia, neanche la pretesa di denunciare, ogni qualvolta vengono scoperte, l’esistenza di logge massoniche “occulte o deviate”.
Il sospetto che sia proprio la pretesa che esistano “deviazioni”, sempre affermate e mai provate, all’interno della massoneria come negli apparati dello Stato, a favorire il perpetuarsi di un rapporto fra la mafia siciliana e calabrese e la massoneria non sembra sfiorare Alessandra Ziniti e tutti i suoi colleghi.

Eppure la storia non ufficiale di questo Paese è stata scritta, in gran parte, all’interno delle logge massoniche, le sole nelle quali convivono, fianco a fianco, da buoni “fratelli” mafiosi e questori, ‘ndranghetisti e ufficiali dei carabinieri, camorristi e magistrati.
Una realtà che è la prima ad essere regolarmente insabbiata da quei magistrati che vengono a conoscenza nel corso di inchieste sulla “criminalità organizzata”, su affari sporchi e sugli intrecci fra mafia e politica.
Neanche Giovanni Falcone concluse le inchieste che coinvolgevano mafiosi e massoni. Come ricorda la stessa Alessandra Ziniti, quelle sulla loggia Camea, a Palermo, e sul circolo Scontrino, a Trapani, sono “finite in archivio con un dito di polvere sopra”.
È realtà attuale che un massone come Silvio Berlusconi sia ancora oggi il leader di un movimento politico come “Forza Italia” che si propone di conquistare la maggioranza dei voti nelle prossime elezioni politiche e tornare a governare l’Italia.
L’uccisicne di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, insieme agli uomini delle loro scorte, ha prodotto il sorgere di una forza politica guidata da un massone, Silvio Berlusconi, e da un rappresentante della mafia palermitana, Marcello Dell’Utri.
E non è certo stata la sola mafia ad organizzare il blitz mediatico che, nel 1994, ha fatto di “Forza Italia” il partito politico più votato nel Paese.
Suona ipocrita la meraviglia di quanti scoprono che a Trapani e Castelvetrano esistano logge massoniche che, al solito, raggruppano al loro interno uomini dello Stato, della finanza e della mafia.
Come e più di quanto ostentava la Democrazia cristiana nei suoi tempi felici, il rapporto fra politica e mafia, saldato all’interno di logge massoniche, è stato esaltato dall’avvento al governo di un blocco di potere nel quale brillava la stella di Marcello Dell’Utri, dell’ “amico degli amici” , difeso a spada tratta da tutto il centro-destra e da buona parte del centro-sinistra.
Non basta arrestare centinaia di “picciotti”, tutti regolarmente spacciati per “boss”, per affermare che la lotta alle mafie non conosce soste e consegue grandi successi.
Se la mafia è stata riportata al potere in Sicilia dagli americani, utilizzata dalla Democrazia cristiana come forza di polizia ausiliaria per mantenere l’ordine pubblico e difendere quello politico, la massoneria non è stata mai posta in seria difficoltà neanche durante il Ventennio fascista, perché si riconosceva nella monarchia che il potere in Italia non l’aveva mai perso.
È stata la monarchia, con la massoneria che controllava l’alta finanza e i vertici delle Forze armate, a decretare la sconfitta militare dell’Italia ed il rovesciamento del fronte.
Tanto per dire che la lotta alle mafie non si potrà vincere se non si attacca la massa tumorale di cui sono le metastasi, cioè la massoneria.
Il prete che viene spacciato per avversario della mafia solo perché incamera, a fin di bene per carità, le proprietà confiscate alla mafia non ha mai alzato il dito contro la massoneria, un tempo nemica della Chiesa cattolica apostolica romana, oggi sua alleata.
Hanno fatto di un venditore di materassi, Licio Gelli, il capro espiatorio della massoneria “deviata”, ma tutti gli affiliati alla loggia P2, anche quelli ufficialmente riconosciuti come tali non hanno subito danni, anzi hanno fatto carriera e, come Silvio Berlusconi, sono giunti al vertice del potere governativo.
Ed erano gli amici degli amici di Marcello Dell’Utri che dovevano sconfiggere la mafia?
È, viceversa, normale che gli amici, Berlusconi e compagni li abbiano portati al governo come Nicola Cosentino, per citarne uno.
Nel codice penale c’è l’articolo 416 che punisce l’associazione per delinquere.
Quando si rinvengono liste di affiliati a logge massoniche equamente suddivisi fra uomini delle istituzioni, della politica, della finanza e della criminalità organizzata, sarebbe sufficienti arrestarli per violazione dell’articolo 416 c.p.
Non è mai avvenuto, né mai potrà avvenire perché, ammesso che il magistrato che indaga non è affiliato a suo volta ad altra loggia massonica, sicuramente scoprirà che la responsabilità penale è personale e che bisogna provare caso per caso i legami illeciti.
Quando non sono gli amici degli amici ad intervenire, a salvare il salvabile subentra l’ipergarantismo giudiziario quello che in Italia si configura come l’ingiustizia che assolve e proscioglie.
La lotta alle mafie non potrà mai avere fine né successo se si continuerà a pretendere di potare i rami, specie se secchi, lasciando crescere l’albero massonico da cui si dipartono.
Sradicate l’albero.

Opera, 30 marzo 2017

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