Operatori Giudiziari

image

di Vincenzo Vinciguerra

Poniamo fine ed un equivoco: in Italia non esistono magistrati o, se si preferisce, giudici ma operatori giudiziari.
Persone cioè che lavorano nei tribunali svolgendo mansioni impiegatizie per aver vinto un concorso pubblico nel quale non è prevista una verifica sul loro senso di giustizia e su quello morale.
Svolgono funzioni diverse da quelle dei cancellieri ma definirli giudici è fuorviante perché si presume che questi sappiano amministrare la giustizia con la serietà e l’imparzialità che questa esige.
Non è il caso dell’Italia dove le sentenze sono condizionate dall’interesse mediatico e politico.

Da troppi anni i processi si fanno nelle redazioni dei giornali, negli studi televisivi, nelle sedi dei partiti politici, nelle aule parlamentari, negli uffici riservati del ministero degli Interni e della Difesa, in molti luoghi cioè meno che nelle aule dei Tribunali.
Per un giudice la sua era una missione, una scelta di vita alla quale restava fedele fino al momento di andare in pensione, consapevole che dalle sue decisioni dipendeva la vita di tanti essere umani dei quali doveva decidere le colpevolezza e l’innocenza, la gravità o meno delle sanzioni da irrogare che ne avrebbero segnato l’intera esistenza.
Un compito gravoso ed esaltante da svolgere con serietà, dignità, riservatezza, senso morale, quello del giudice.
Politica e giustizia non sono compatibili. La prima è l’arte del compromesso, dell’inganno, delle promesse fatte e mai mantenute, delle illusioni vendute per ottenere consenso, delle giravolte disinvolte, mentre nella seconda esiste il diritto, quello che riconosce il torto o la ragione, che separa il lecito dall’illecito, che assolve o condanna.
Chi sceglie di fare il giudice non dovrebbe nemmeno avvertire l’attrazione per la politica, per un mondo incompatibile con il suo.
Una realtà che, ovviamente, non vale per gli operatori giudiziari molti dei quali, anche troppi a dire il vero, usano la toga per facilitare il loro ingresso in politica.
Da qui la necessità per loro di prendere posizione sul piano politico con dichiarazioni ed articoli che esplicitano in quale area ideologica militano, l’esigenza di spettacolizzare le inchieste che conducono con interviste a getto continuo rilasciate a giornalisti amici ai quali far pervenire informazioni anche coperte dal segreto istruttorio, con ordinanze che riflettono le opinioni dei partiti politici di riferimento.
Per frenare l’assalto degli operatori giudiziari, in gran parte pubblici ministeri, alla diligenza politica hanno fatto una legge ancora al vaglio del Parlamento la cui redazione è stata affidata dal Partito democratico a Felice “Frankenstein” Casson.
Il Partito democratico, con Casson, ha perso anche il senso della decenza, perché se c’era uno che non poteva pontificare nel merito era proprio lui.
Dopo anni nel corso dei quali “Frankenstein” Casson si è distinto per numero di interviste, autoesaltazione di sé stesso, partecipazione a convegni e dibattiti per dire di aver scoperto quello che, viceversa, aveva coperto nel 2005 ritiene di poter raccogliere il frutto di ciò che ha seminato.
Si presenta come candidato sindaco a Venezia, per conto del Partito democratico, un’azione talmente scandalosa da suscitare l’indignazione di gran parte della stessa sinistra che gli contrappone il filosofo Massimo Cacciari.
Casson perde le elezioni e anche la faccia.
Ai giornalisti dichiara, affranto, “non so cosa farò. Di certo non torno in procura”.
Gli manca il coraggio di affrontare il disprezzo dei suoi colleghi. E lo soccorre Piero Fassino che lo porta in Senato dove fa di tutto per esibirsi come “duro e puro” della sinistra ma, nonostante l’aiuto della moglie giornalista a Rai Tre, non emerge dal ruolo di sherpa senatoriale.
Casson non si dimette dalla magistratura e, per anzianità di carriera non per meriti, avanza richiesta di promozione al grado di consigliere di Corte di cassazione.
Il Consiglio superiore della magistratura acquisisce, pertanto, il giudizio su Felice Casson del suo superiore gerarchico, il procuratore della Repubblica di Venezia, che è durissimo.
L’alto magistrato scrive che si impegnava nelle inchieste che avevano rilevanza mediatica ed ostentava negligenza nelle altre distinguendosi per arroganza nei confronti dei colleghi.
Un componente laico del Csm, Michele Saponara, a quel punto si oppone alla sua promozione a consigliere di Cassazione e, alla fine, abbandona l’aula per non votarla.
Felice Casson non batte ciglio confortato dalla dirigenza del Partito democratico, anzi si ripresenta come candidato sindaco di Venezia ma, questa volta, viene battuto da un candidato di centro-destra.
Insomma, se c’è uno speculatore giudiziario che ha cercato di trarre il massimo del profitto personale da una carriera giudiziaria costruita dalla stampa, è proprio lui, Felice Casson.
E proprio a lui, i dirigenti del Partito democratico affidano l’incarico di redigere una legge che deve disciplinare tempi e modalità dell’ingresso degli operatori giudiziari in politica e del loro eventuale ritorno al mestiere.
Detto questo, se non si può fare una legge che vieti agli operatori giudiziari di presentarsi come candidati nelle liste nei partiti politici perché violerebbe i loro diritti di cittadini, se ne dovrebbe fare una che, molto semplicemente, gli imponga di dimettersi dalla magistratura e di cambiare mestiere quando decidono o sono obbligati a ritirarsi.
Nessuno, difatti, potrà mai riporre fiducia nella imparzialità di giudizio ai personaggi che per anni hanno esibito la loro faziosità politica.
Per restare a “Frankenstein”, oggi passato agli scissionisti del Partito democratico con buona pace di Piero Fassino, se mai dovesse rientrare in magistratura chi potrebbe fidarsi del suo giudizio?
È un esempio fra molti per dire che quanti fanno una scelta che si pone in antitesi con la professione prima esercitata, la deve poi mantenere per sempre o fino a quando gli sarà possibile per poi andare a fare altro, ma non più l’operatore giudiziario.
Lo impone il buon senso e lo pretende la decenza.

Opera, 1 aprile 2017

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...