La democrazia che uccide

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di Vincenzo Vinciguerra

Il bellissimo libro di Simona Zecchi sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini, avvenuto a Ostia (Roma), il 2 novembre 1975, suggerisce come necessità con più rinviabile un riepilogo, il più possibile completo, dei delitti attribuibili allo Stato democratico, circoscritto per ora a quelli che non hanno trovato spiegazione esauriente sul piano storico e giudiziario (come nel caso dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini) sui moventi, gli esecutori, i mandanti.
Per quanti credono nella democrazia, le pagine che seguono potranno essere motivo di riflessione perché provano che il potere, a prescindere da come esso si qualifichi sul piano ideologico, utilizza tutti i mezzi a sua disposizione per proteggere i suoi segreti perché mai è stato e potrà essere trasparente.
Se la dittatura elimina i propri oppositori o chi altri minacci il regime inviandoli dinanzi ai plotoni di esecuzione dopo processi farsa, la democrazia che si ammanta di rispetto della legalità, di suddivisione dei poteri, di difesa dei diritti umani e civili dei cittadini, deve necessariamente usare metodi occulti.

I servizi segreti e le strutture occulte di una democrazia hanno licenza di uccidere esattamente come quelli degli Stati autoritari e totalitari.
In un Paese come l’Italia, che esiste solo perché base militare americana e mercato di 60 milioni di uomini per le multinazionali, quando la favola dei servizi segreti democratici che agiscono nella legalità si è rivelata non più sostenibile hanno inventato l’esistenza dei “servizi deviati” di cui nessuno ha mai trovato traccia perché coincidono ovviamente con quelli ufficiali.
Gli apparati preposti alla sicurezza dello Stato, sia ufficiali che clandestini, uccidono talora in maniera aperta (Canepa, Giuliano, Pisciotta, Amplatz) e, il più delle volte, con metodologie occulte che rendono possibili improbabili incidenti stradali, ancora meno probabili suicidi, cadute dalle finestre, fibrillazioni cardiache in persone perfettamente sane ed esenti da difetti cardiaci.
Insomma, in questo Paese si può morire per mano della clerico-democrazia in tanti modi con la speranza di rientrare, se va bene, nel novero dei “misteri d’Italia”, e la certezza che non si avrà mai verità e giustizia.
La democrazia riappare in Italia il 25 luglio 1943, con la destituzione dall’incarico di presidente del Consiglio di Benito Mussolini e l’avvento al potere del Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio.
Non passa un mese e si verifica il primo omicidio politico della storia della nuova Italia democratica ed antifascista.
Nella notte fra il 23 e il 24 agosto 1943, una squadra di carabinieri ai quali si aggiunge un uomo in tuta mimetica appartenente alla Pubblica sicurezza arresta Ettore Muti nella sua villa di Fregene.
Mentre Muti viene scortato fuori qualcuno gli spara alla nuca e lo uccide.
Movente, mandante ed esecutore rimangono avvolti nel mistero.
Anche se negato, quello di Ettore Muti, Medaglia d’oro al V.m., è un omicidio politico perché era tenente colonnello dell’Aeronautica in servizio e, per arrestarlo, bastava convocarlo al comando dove un parigrado dei carabinieri lo avrebbe accompagnato nel carcere militare.
Un’operazione notturna condotta da una squadra di carabinieri e un agente di Ps anonimo, il colpo fatale alla nuca, dicono senza ombra di dubbio che si trattò di un’esecuzione, di un omicidio mirato per eliminare dalla scena un personaggio carismatico del fascismo al quale non si potevano attribuire illeciti arricchimenti né partecipazioni a complotti.
Si è detto che il maresciallo Pietro Badoglio avesse di Ettore Muti una paura fisica, così da suggerire l’ipotesi di un omicidio preventivo per eliminare dalla scena politica un eroe di guerra che non avrebbe di certo avallato la politica della resa senza condizioni portata avanti da Vittorio Emanuele III e dal governo Badoglio.
È il primo omicidio politico, il primo di una lunghissima serie.
Il 17 giugno 1945, a Randazzo (Catania), i carabinieri uccidono Salvatore Canepa, Carmelo Rosano e Giuseppe Lo Giudice.
Il primo è una figura preminente del movimento separatista siciliano e gli altri due sono suoi compagni.
I carabinieri diranno che sono stati loro a sparare per primi, ma rimane il fatto che loro restano vivi e i tre muoiono, in quella che appare una imboscata per eliminare con metodi spicci un elemento come il Canepa che aveva le qualità per dirigere il movimento separatista siciliano, senza però legarsi ai gruppi massonico-mafiosi che quell’aspirazione all’indipendenza di tanti siciliani volevano dirigere e controllare.
Il 17 novembre 1945, a Piacenza, la sospetta manovra di un autocarro alleato provoca la morte di Emilio Canzi, comandante di una brigata “Garibaldi”.
La guerra è finita, i tempi sono cambiati come le esigenze della politica anglo-americana.
Il nemico non è più il fascismo, ma il comunismo.
Un comandante partigiano che ha combattuto dalla parte giusta, quella dei vincitori, non può essere eliminato in maniera plateale, perché in questo caso l’omicidio aperto contrasta con i metodi della democrazia, mentre un incidente stradale è attribuibile alla fatalità.
Sarà solo il primo degli incidenti stradali in cui ci imbatteremo raccontando la storia di questa democrazia della paura.
Il 26 giugno 1947, ad Alcamo, i carabinieri tendono un agguato ad alcuni componenti della banda di Salvatore Giuliano. Sono subito uccisi Vito Ferreri, Antonio Coraci, Giuseppe Pianello, Fedele Pianello, è invece arrestato e portato in caserma Salvatore Ferreri detto “Fra’ Diavolo”.
Catturato vivo, Ferreri viene ucciso all’interno della caserma dal capitano dei carabinieri Renato Giallombardo. La versione ufficiale dirà che ha tentato di fuggire impadronendosi di una pistola e non lasciando all’ufficiale altra scelta che quella di sparargli per ucciderlo.
I conti però non tornano.
“Fra’ Diavolo” era un collaudato e fidato confidente dei carabinieri e della polizia, ed era stato condotto vivo in caserma proprio perché il capitano Giallombardo ne conosceva la doppia funzione di bandito e confidente.
Perché mai Salvatore Ferreri avrebbe dovuto tentare la fuga in caserma dopo che i carabinieri gli avevano fatto grazia della vita in strada?
La spiegazione ufficiale non regge, soprattutto se si considera che “Fra’ Diavolo” conosceva tutti i segreti della banda di Salvatore Giuliano, compreso quello della strage di Portella della Ginestra alla quale aveva preso parte.
I confidenti non sono persone affidabili.
Rilasciarlo non si poteva dopo uno scontro a fuoco nel quale erano morti quattro banditi. Associarlo al carcere per iniziare a scontare un sicuro ergastolo non garantiva il suo silenzio.
l segreti si devono proteggere. E il modo migliore in democrazia è evitare un processo, al quale possono assistere pubblico e giornalisti.
Un colpo di pistola in testa applicando la ley de fuga è la migliore garanzia che i segreti non saranno violati: dalla tomba non si parla.
E la strage di Portella della Ginestra è un segreto che è rimasto tale.
E lo Stato democratico quel segreto inizierà a proteggerlo nella caserma dei carabinieri di Alcamo, continuerà a farlo a Castelvetrano con Salvatore Giuliano, concluderà con Gaspare Pisciotta all’Ucciardone di Palermo.
È difficile ipotizzare che dinanzi a cotanta prova di giustizia democratica qualche altro abbia avuto voglia di parlare.
Come dicono i mafiosi palermitani: “Meglio rumore di chiavi che suono di campane”, vale a dire meglio vivi in galera che morti al cimitero.
L’omertà in Italia non è questione di principio ma di sopravvivenza.
Il 24 gennaio 1950, i carabinieri applicano un’altra volta le ley de fuga, non per coprire misteri in questa occasione, ma per vendetta.
Il 19 agosto 1949, a Bellolampo (Palermo), Salvatore Giuliano e la sua banda tendono un agguato ad un’autocolonna dei carabinieri uccidendone sette.
Quel 24 gennaio 1950, a Bellolampo, i carabinieri uccidono Salvatore Pecoraro, affiliato alla banda Giuliano, mentre lo portano in macchina in caserma.
La spiegazione ufficiale: ha cercato di disarmare un carabiniere all’interno della vettura e di fuggire.
Per la magistratura palermitana la versione dei carabinieri basta e avanza.
Il 5 luglio 1950, in località imprecisata e per mano rimasta ignota, i carabinieri al comando del colonnello Ugo Luca pongono fine alla vita e alla carriera criminal-politica di Salvatore Giuliano.
Quanti segreti conosce Salvatore Giuliano? Tanti.
Non è un bandito, ma un mafioso come segnalato in un dimenticato rapporto dell’Oss americano.
È stato al servizio di tutti: mafia, polizia, carabinieri, separatisti, Democrazia cristiana, monarchici e forze anticomunista in genere.
Lo riceve e lo conforta il procuratore generale di Palermo, il ministero degli Interni gli suggerisce di espatriare, i servizi segreti militari e i carabinieri lo preferiscono morto.
Anche in Sicilia, la guerra al comunismo sul finire degli anni Quaranta e la schiacciante vittoria elettorale della Democrazia cristiana il 18 aprile 1948 cambiano volto e metodi.
Il mitra di Salvatore Giuliano non serve più, anzi è divenuto controproducente dopo la strage, su commissione, di Portella della Ginestra il 1° maggio 1947.
Lo fanno ritrovare cadavere a Castelvetrano, e i carabinieri affermano di averlo ucciso in un scontro a fuoco.
Saranno costretti ad ammettere la menzogna, ma il capitano Antonio Perenze che firmerà il mendace rapporto concluderà la sua carriera come colonnello.
Per il colonnello Ugo Luca che ha diretto l’operazione e dettato il falso rapporto, il Parlamento nel giro di poco più di un mese approva la legge che ne consente la promozione a generale di brigata per meriti straordinari.
I segreti resteranno per sempre tali. La democrazia che uccide sa come mantenerli.
Il 22 gennaio 1951, a Livorno, in un incidente stradale dalla dinamica singolare e sospetta muore Ilio Barontini, segnalato dai servizi segrati come elemento di primo piano dell’apparato paramilitare clandestino del Pci.
Per Alcide De Gasperi e i dirigenti nazionali della Dc, il Partito comunista andava considerato come la “quinta colonna sovietica” in Italia e, come scriveva il Sifar, andava combattuto come il nemico in tempo di guerra.
E, in guerra, i nemici si uccidono. A viso aperto non sarebbe democratico.
Meglio con un incidente stradale.
Il 30 marzo 1952, a Roma, muore l’ispettore generale di Ps Ciro Verdiani.
Una morte provvidenziale la sua, forse favorita da una dose di veleno, tanto nessuno farà mai un’autopsia e, tantomeno, disporrà una perizia tossicologica.
Ciro Verdiani non è un personaggio di poco conto, a prescindere dal grado che ricopre nella Pubblica sicurezza.
È il funzionario del ministero degli Interni che manteneva i contatti con Salvatore Giuliano, che lo incontrava clandestinamente in casa di mafiosi, che gli suggeriva di espatriare e che, infine, lo aveva informato che Gaspare Pisciotta lavorava con i carabinieri del colonnello Ugo Luca.
Un esponente dei servizi segreti “deviati”? Un funzionario infedele e traditore?
No!
Interrogato nell’aula della Corte di assise di Viterbo dove si svolge il processo per la strage di Portella della Ginestra, Ciro Verdiani ammette i rapporti con Salvatore Giuliano ma, specifica, di averne sempre tenuto informato il ministro degli Interni Mario Scelba.
Scelba non smentirà.
Un comportamento anomalo quello di Mario Scelba, minacciato da Salvatore Giuliano che afferma di potergli rovinare la vita, lo vuole morto con i carabinieri del colonnello Ugo Luca, e vivo ma all’estero con l’ispettore generale di Ps Ciro Verdiani.
Perché?
Per fortunata coincidenza, un altro che poteva indursi a rivelarlo, l’ispettore generale di Ps Ciro Verdiani, ha la bontà di morire, forse avvelenato, il 30 marzo 1952.
Un uomo fortunato, Mario Scelba.
Nel mese di gennaio del 1954, la sua stella brilla alta nel firmamento politico italiano. Dopo il fallimento del governo guidato da Amintore Fanfani, tocca proprio a lui l’incarico di formare il nuovo governo.
A Palermo, nel carcere dell’Ucciardone, Gaspare Pisciotta sconta una condanna all’ergastolo che lui, che si è dichiarato non a torto “carabiniere onorario”, avverte come ingiusta.
Gaspare Pisciotta crede nella democrazia, nel rispetto della legalità e, soprattutto, nell’indipendenza della magistratura, quindi ritiene giunto il momento, con l’ascesa politica di Mario Scelba, di lanciare un avvertimento che ristabilisce in qualche modo la giustizia: se Mario Scelba diviene presidente del Consiglio, non è giusto che lui continui a scontare l’ergastolo.
Chiede, di conseguenza, di parlare con un magistrato. Gli mandano il sostituto procuratore della Repubblica Pietro Scaglione, che si presenta senza cancelliere, per farsi anticipare a grandi linee quanto ha in animo di dire Gaspare Pisciotta senza nulla verbalizzare.
Va all’Ucciardone, ascolta Pisciotta e gli dice che tornerà fra qualche giorno per verbalizzare le sue dichiarazioni.
Non ce ne sarà più l’opportunità.
Il 9 febbraio 1954, all’Ucciardone, qualcuno offre a Gaspare Pisciotta un caffè alle stricnina e il “carabiniere onorario” muore in pochi minuti.
Tacerà per sempre.
Il 10 febbraio 1954, Mario Scelba diviene presidente del Consiglio e, ad interim, ministro degli Interni.
Non è finita, però.
Per incredibile che possa sembrare, la magistratura palermitane individua in un secondino, Ignazio Selvaggi, l’autore dell’omicidio di Gaspare Pisciotta e lo indizia di reato.
Come provare l’innocenza di Selvaggi?
In democrazia il problema non si pone, la soluzione è semplicissima: il 6 marzo 1954, all’Ucciardone, qualcuno offre ad Angelo Russo, componente della banda di Salvatore Giuliano un caffè alla stricnina.
Russo muore avvelenato, esattamente come Gaspare Pisciotta, il che prova che non può essere stato il secondino Ignazio Selvaggi a compiere il primo omicidio ma qualcuno rimasto ignoto ed ancora in grado di uccidere.
Selvaggi verrà prosciolto e i due omicidi resteranno a carico di ignoti.
Giustizia è fatta.
Il 5 maggio 1971, a Palermo, in un agguato di stampo mafioso sono uccisi il procuratore della Repubblica Pietro Scaglione ed il suo autista Domenico Lo Russo.
Scaglione aveva fatto carriera, conservando il segreto delle rivelazioni fattegli da Gaspare Pisciotta, e nessuno oserà dire che è morto perché lottava contro la mafia.
Il 24 agosto 1960, il confidente della divisione Affari riservati del ministero dell’Interno, “Giornalista”, considerato attendibile e fidato, segnala che il sindaco di Mantova Eugenio Duroni e il segretario della Camera del lavoro di Milano, Ninì Di Pol, sarebbero stati uccisi a Peschiera del Garda da “elementi della struttura semiclandestina facente capo al generale Roatta, mediante un simulato incidente stradale”.
La struttura alla quale fa riferimento “Giornalista” sarà identificata solo negli anni Novanta con la denominazione di “Anello”, e del suo operato si saprà con certezza che è stata utilizzata per portare il colonnello tedesco Herbert Kappler in Germania l’8 agosto 1977, e nel 1981 per trattare con la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo per ottenere il rilascio di Ciro Cirillo sequestrato dalle Brigate rosse.
Un servizio segreto parallelo alle dipendenze dirette della presidenza del Consiglio, di cui, secondo il costume di trasparenza e verità che contraddistingue la democrazia parlamentare italiana, non si saprà mai nulla di preciso, anzi ne sarà negata, sic et simpliciter, l’esistenza.
Da un “simulato” incidente stradale per eliminare due esponenti della “quinta colonna sovietica” in Italia ad un simulato incidente aereo per uccidere un personaggio di primissimo piano della politica e dell’economia italiana, il presidente dell’Eni Enrico Mattei.
La politica di indipendenza energetica per l’Italia che Mattei perseguiva, la concorrenza che faceva alle società petrolifere anglo-sassoni e francesi, porterebbero a concludere che i mandanti del suo omicidio vanno ricercati nel campo dei petroli, fra le “sette sorelle”, ma il suo sostegno ai movimenti di liberazione nazionale, primo quello algerino, e le sue aperture all’Unione sovietica, inducono a privilegiare la pista politica non quella economica per spiegare la sua morte.
Lo hanno ucciso per ragioni di “sicurezza nazionale”, non italiana ma americana e Nato.
Il 27 ottobre 1962, nel cielo di Bascapè (Pavia), l’aereo sul quale viaggiava Enrico Mattei, proveniente da Catania, esplode provocando la morte sua, del pilota Irnerio Bertuzzi, e del giornalista americano William Mac Hale.
L’indipendente magistratura italiana conclude che si è trattato di un banale incidente aereo, magari dovuto ad un errore del pilota.
Dovranno passare più di 30 anni, prima che altri magistrati concludano che si è trattato di un sabotaggio, che l’aereo di Enrico Mattei è stato fatto esplodere in volo con un ordigno piazzato all’aeroporto di Catania.
Troppo tardi per affermare qualcosa in più di questa verità.
L’errore di Enrico Mattei è stato quello di credere che i nostri (dobbiamo continuare a chiamarli cosi?) servizi di sicurezza gli avrebbero garantito protezione, mentre invece i nostri (si fa sempre per direi) servizi segreti militari e civili esistono per proteggere gli interessi degli americani e dei loro alleati, mai quelli italiani.
Non depistano i delitti degli altri, ma i propri o almeno, nel migliore dei casi, quelli ai quali hanno partecipato se non con l’azione diretta certamente con le emissioni tempestive e determinanti.
Il 23 settembre 1963, a Ebensee (Austria), l’ispettore della Gendermeria austriaca, Kurt Gruber, muore cercando di disinnescare un ordigno che militanti del Movimento sociale posti a disposizione del Sifar dal segretario nazionale del partito, Arturo Michelini, hanno deposto nell’ambito di un’operazione di rappresaglia per gli attentati compiuti dagli irredentisti alto-atesini in Italia.
Se in questa prima operazione contro l’irredentismo alto-atesino il rapporto clandestino fra il Movimento sociale italiano e i servizi segreti militari traspare chiaramente sullo sfondo, del tutto ignorato è il ruolo di Ordine nuovo nell’omicidio di Alois Amplatz e nel tentato omicidio di George Klotz, le due figure più eminenti del movimento irredentista alto-atesino.
Pino Rauti aveva preso posizione contro la difesa dell’italianità a tutti i costi dell’Alto Adige assunta dal Movimento sociale italiano e da tutti i gruppi dell’estrema destra.
Posizione non dettata da ragioni politiche e ideologiche ma spionistiche.
Gli elementi di Ordine nuovo che rifiutavano pubblicamente di condannare l’irredentismo alto-atesino ostentando di comprenderne le motivazioni e schierandosi a fianco dei “camerati” austriaci e tedeschi che lo sostenevano, erano i soli a mantenere rapporti non ufficiali con questi ultimi.
Gli uomini di Pino Rauti inseriti nella struttura “coperta” di Ordine nuovo, quella che abbiamo da tanto tempo definita una struttura clandestina dello Stato, sono in grado pertanto di collaborare attivamente con i servizi segreti militari e civili nel contrasto del “terrorismo” sud-tirolese.
E saranno proprio “camerati” italiani quelli che il 6 settembre 1964 riusciranno a far rientrare in territorio italiano Alois Amplatz e George Klotz attirandoli in un trappola mortale.
Quel giorno, difatti, nei pressi di Bolzano ad attenderli c’è Christian Kerbler, sicario assoldato dai servizi segreti civili, che uccide Amplatz e ferisce George Klotz.
Conclusa l’operazione, Kerbler viene accompagnato alla frontiera dal vicequestore Giovanni Peternel che gli consegna una forte somma di denaro.
La pretesa che i servizi segreti democratici non ammazzano trova in questa operazione la più netta e clamorosa smentita.
È provato che i responsabili in Alto Adige della polizia, dei carabinieri, dei servizi segreti militari e civili erano perfettamente a conoscenza del rientro in Italia di Alois Amplatz e George Klotz, tanto da fare una riunione in merito.
Nel rispetto delle regole delle legalità democratica potevano – perché ne avevano il tempo e i mezzi – procedere al loro arresto e, in caso di resistenza armata da parte dei due, ucciderli in uno scontro a fuoco.
Invece, preferiscono l’azione clandestina con un sicario che però riesce ad uccidere il solo Amplatz mentre Klotz, benché ferito, fugge e torna in Austria.
Una scelta non democratica che comporterà un inasprimento della guerriglia alto-atesina con attentati mortali come a Malga Sasso e Cima Vallona.
Nessuno dei responsabili di questa operazione omicidiaria, tanto illegale quanto sbagliata, sarà mai chiamato a rispondere del suo operato.
Il Parlamento non vede, non sente e non parla. E la magistratura vede solo quello che fa comodo al potere politico.
Il 20 febbraio 1967, a Roma, è rinvenuto morto all’interno della sua macchina Antonino Aliotti, militante di Avanguardia nazionale. L’inchiesta giudiziaria concluderà che si è trattato di suicidio anche se qualcuno avanza l’ipotesi dell’omicidio.
Molti anni più tardi, Stefano Delle Chiaie affermerà che Aliotti era un infiltrato del Partito comunista in Avanguardia nazionale, avvalorando con questa accusa l’ipotesi di un omicidio camuffato da suicidio.
Il 27 giugno 1968, a Roma, muore ufficialmente suicida il colonnello Renzo Rocca già responsabile dell’ufficio del Sifar preposto al controllo dell’apparato economico ed industriale italiano.
Rocca, ormai in congedo, si spara in testa, secondo la versione ufficiale, dopo essere passato in rosticceria per acquistare lasagne.
Scartata l’ipotesi che si sia ammazzato perché le lasagne facevano schifo, rimane quella ben più attendibile che sia stato “suicidato”.
L’ufficiale deteneva molti segreti, ma è da escludere che ne volesse rivelare qualcuno.
Altri ufficiali in Europa, in quel periodo, troveranno la morte in circostanze oscure, così che non è da scartare l’ipotesi che si sia trattato di un regolamento dei conti con uomini che forse avevano collaborato con i servizi segreti sovietici e che, secondo una prassi consolidata, era meglio eliminare fisicamente che processare.
Il 1969 è un anno particolarmente ricco di eventi luttuosi, non certo per coincidenza.
Il 27 aprile 1969, a Bassano del Grappa, muore in un incidente stradale di sospetta dinamica il generale Carlo Ciglieri, già comandante generale dell’Arma dei carabinieri.
L’alto ufficiale viaggia da solo, senza scorta e senza autista, recando con sé una borsa contenente documenti che nessuno ritroverà mai più.
Aveva certamente un appuntamento. Con chi non si saprà mai. Un mistero che si somma al mistero di una morte che ricorda il solito simulato incidente stradale.
Sempre in un incidente stradale, a Torino, muoiono il militante comunista Tommaso Viscale e la cittadina sovietica Inesse Semekhina, il 17 settembre 1969.
Una tragica fatalità, a prima vista. Ma il fatto che i due lavoravano nel settore del finanziamento illegale del Partito comunista induce al sospetto che a morire in un incidente stradale siano stati aiutati da qualche specialista dei servizi segreti democratici.
Quattro giorni prima, a Padova, il 13 settembre 1969, era caduto nella tromba dell’ascensore dello stabile dove abitava Massimiliano Fachini il portiere Alberto Muraro.
Da quello stabile, con l’arresto di un militante missino, era partita l’inchiesta condotta dal commissario di Ps Pasquale Juliano che, come dirigente della Squadra mobile della locale Questura, aveva deciso di indagare su persone che maneggiavano con estrema disinvoltura armi ed esplosivi.
A bloccare l’inchiesta aveva provveduto il direttore della divisione Affari riservati Elvio Catenacci, amico di famiglia di Delfo Zorzi, che aveva esautorato il commissario sospeso dal grado e dal servizio.
Un portiere vede però tante cose, soprattutto tanta gente che va e che viene nello stabile.
Così che, Fachini ed i suoi colleghi, dopo aver avuto la fortuna della defenestrazione del loro accusatore, hanno anche quella di veder cadere il portiere Alberto Muraro nella tromba dell’ascensore.
La magistratura svolgerà le sue indagini e, infine, concluderà che il povero portiere è morto per un incidente fortuito.
Pace all’anima sua.
Non è finita.
Il 25 dicembre 1969, a Roma, scompare Armando Calzolari, ex marò della Decima mas, militante del “Fronte nazionale”. Lo ritroveranno dopo alcune settimane annegato in una pozza di 50 centimetri d’acqua insieme al suo cane.
Calzolari era un ottimo nuotatore ma, nonostante la singolarità dell’annegamento, per la magistratura si è trattato di un incidente o di un suicidio.
L’insistenza della madre di Armando Calzolari che accusa di omicidio i fratelli Bruno e Serafino Di Luia e Luciano Luberti ottengono, come unico e magro risultato, che alla fine l’inchiesta sarà conclusa con un verdetto di omicidio a carico di ignoti militanti dello stesso movimento politico nel quale militava.
Nel torbido mondo dell’estremismo di destra romano, non sarà questo il solo omicidio di un “camerata” che, nel caso di Armando Calzolari, forse non aveva accettato la disinvoltura stragista di quanti volevano salvare l’Italia del pericolo “rosso”.
Noi non facciamo la distinzione di comodo fra estremismo di destra e servizi segreti ufficiali e clandestini dello Stato democratico, perché riteniamo che il primo sia stato solo il braccio operativo di un mondo nel quale l’anticomunismo era la sola stella polare, senza distinzioni ideologiche fra cattolici, liberali, socialdemocratici, socialisti nenniani, monarchici e presunti “neofascisti”.
Unico lo scopo, comune l’interesse ad eliminare persone scomode o nemiche, identici i metodi.
E non ne facciamo fra mafie, servizi segreti, polizia e carabinieri che Gaspare Pisciotta definiva come le SS. Trinità, “Padre, Figlio e Spirito santo”.
Tanto promettiamo per ricordare il sequestro e l’omicidio di Mauro De Mauro, avvenuto a Palermo il 16 settembre 1970.
La distinzione fra mafie, estremismo di destra, servizi segreti ufficiali e clandestini è funzionale alla menzogna e al depistaggio.
Il sequestro e l’omicidio del giornalista Mauro De Mauro sono stati commissionati alla mafia palermitana che certo ad ammazzare non si fa molti scrupoli, specie se deve favorire amici in grado di ricambiare la cortesia.
Quanti, ancora oggi, sostengono la tesi dell’omicidio mafioso di Mauro De Mauro non sono in grado di spiegare quali interessi mafiosi il giornalista de “L’Ora” poteva intaccare con i suoi articoli sulla morte di Enrico Mattei o sui “colpi di Stato” di Junio Valerio Borghese.
Persona ben addentro alla realtà palermitana dell’epoca, Mauro De Mauro non avrebbe rischiato la vita rivelando segreti mafiosi, pertanto lavorava su argomenti che poteva ritenere che non fossero di interesse delle cosche palermitane.
E, appunto, sulla morte di Enrico Mattei e i “colpi di Stato” di Junio Valerio Borghese, la mafia palermitana non aveva voce in capitolo né ruoli decisionali.
Possiamo, quindi, parlare di un omicidio su commissione, che non sarà l’ultimo nello scenario di una Palermo in cui tutto si può attribuire con estrema facilità alla mafia, senza necessità di portare una sola prova a conferma dell’accusa.
Definire quello di Mauro De Mauro un delitto di Stato affidato per l’esecuzione ad una forza fiancheggiatrice dello Stato e del regime politico è pertinente e non smentibile.
Lo Stato democratico difende i suoi segreti. E una conferma, sia pure a livello indiziario, viene dall’incidente stradale (ancora un altro) in cui perdono la vita gli anarchici Angelo Casile, Annelise Borth Aricò, Gianni Aricò, Francesco Scordo, Luigi Lo Celso, ad Anagni il 26 settembre 1970.
È certo che i cinque giovani anarchici, a Reggio Calabria, avevano lavorato per conto proprio ad un’inchiesta sulla strage di Gioia Tauro del 22 luglio 1970.
Strage allora negata dalle forze di polizia che l’attribuivano a cause di natura teorica, di materiale rotabile, di errori umani.
Gli anarchici erano giunti a conclusioni opposte; e forse si erano interessati anche alla strage di piazza Fontana perché Gianni Aricò e la moglie Annelise avevano frequentato anche il circolo “22 marzo” di Mario Merlino e Pietro Valpreda a Roma.
Si sa che avevano inviato per posta documenti da loro redatti ad amici a Roma, mai giunti a destinazione.
Il 26 settembre 1970, muoiono in cinque in un incidente stradale al quale, stranamente (o forse no), il Centro di controspionaggio di Palermo dedicherà una nota informativa. E con loro scompaiono anche i risultati dell’inchiesta che avevano condotto su una strage che, anni dopo, sarà attribuita all’ambiente di Avanguardia nazionale di Reggio Calabria, con gli autori materiali morti nel frattempo e i mandanti e gli organizzatori mai individuati, almeno ufficialmente.
Vittorio Ambrosini è stato il primo, e per molti anni, il solo ad accusare i dirigenti e i militanti di Ordine nuovo nella strage di piazza Fontana a Milano, il 12 dicembre 1969.
Aveva scritto in proposito due lettere indirizzate al ministro degli Interni Franco Restivo e una alla direzione nazionale del Partito comunista. Nessuna delle tre lettere risulta mei pervenuta ai destinatari istituzionali e politici.
Il convincimento di Ambrosini sulla responsabilità di Ordine nuovo derivava dall’essere stato presente ad una riunione a Roma, il 10 dicembre 1969, alla quale aveva partecipato anche un parlamentare del Msi, nel corso della quale si era detto di andare a Milano e buttare tutto all’aria.
Se Ambrosini aveva altri elementi probatori e/o indiziari non si saprà mai.
Il 20 ottobre 1971, mentre la “pista nera” per la strage della Banca dell’Agricoltura inizia a prendere consistenza, muore cadendo dalla finestra dell’ospedale romano nel quale era ricoverato.
È difficile che si possa cadere da una finestra di ospedale e nel caso di Vittorio Ambrosini, chi lo conosceva ha escluso con forza la possibilità di un suicidio.
I motivi per “suicidarlo” c’erano tutti, perché non si poteva parlare di una struttura occulta dello Stato come Ordine nuovo ponendola addirittura in relazione con l’eccidio di piazza Fontana.
Nella democrazia della paura di testimonianza si può morire in tanti modi, anche cadendo da una finestra di ospedale.
Il 17 maggio 1972, a Milano, militanti di Lotta continua uccidono il commissario di Ps Luigi Calabresi.
Non è mai stato annoverato, quello di Calabresi, fra i delitti di Stato perché come Pino Rauti ed i suoi colleghi di Ordine nuovo per anni sono stati presentati come “nazisti”, Adriano Sofri ed i suoi colleghi sono stati spacciati per rivoluzionari di sinistra.
Poi, sono venute fuori le libagioni fra il prefetto Federico Umberto D’Amato, direttore della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, e Adriano Sofri; il giornale “Lotta continua” stampato in una tipografia della Cia a Roma; gli attacchi al presidente cileno Salvador Allende; la certezza che al vertice di Lotta continua c’erano confidenti dei servizi segreti ed altro ancora che qui non serve enumerare.
Tanto basta per far dubitare che l’omicidio di Luigi Calabresi sia stato dettato dalla volontà di vendicare l’anarchico Giuseppe Pinelli che, peraltro, non era stato ucciso da Calabresi.
Era stata un’agenzia di stampa vicina al ministero degli Interni a mettere Luigi Calabresi nel mirino dell’estremismo di sinistra, in particolare di quella “Lotta continua” che contro di lui inizierà una violentissima campagna d’odio accusandolo addirittura di aver torturato ed ucciso Giuseppe Pinelli.
Luigi Calabresi non era solo un commissario di Ps che, all’interno dell’ufficio politico della Questura di Milano, aveva diretto la sezione che si occupava della sinistra.
Era, soprattutto, un testimone, non solo della morte di Giuseppe Pinelli ma dell’inchiesta su piazza Fontana, del ruolo di confidente di Questura di Pietro Valpreda, dell’impunità concessa a Gianfranco Bertoli e di quanto altro un funzionario della polizia politica a Milano aveva potuto concedere.
L’omertà nei corpi di polizia dello Stato è leggendaria. I mafiosi di un tempo, quando ancora non esistevano le leggi sul pentitismo, erano dei chiacchieroni rispetto ai rappresentanti dello Stato che tacevano anche dinanzi all’evidenza.
C’è, però, sempre la possibilità di un’eccezione alle regola. Poteva, Luigi Calabresi sotto la pressione dell’attacco di Sofri e colleghi, rappresentare questa eccezione?
La domanda non può avere risposta.
La tardiva affermazione di Gemma Calabresi sul fatto che il marito le aveva confidato che la strage di piazza Fontana doveva attribuirsi a “manovali di sinistra e a menti di destra”, prova che il commissario di Ps credeva nella partecipazione degli anarchici agli attentati del 12 dicembre 1969 come esecutori materiali ma attribuiva il disegno a personaggi di segno ideologico opposto.
I fatti le danno ragione.
Sarà questa la verità storica che la procura della Repubblica di Milano cerca, con il rifiuto di riaprire l’inchiesta sulla strage del 12 dicembre 1969, di non far emergere sul piano giudiziario.
Ma la verità emergerà comunque.
Intanto, quel 17 maggio 1972, un altro testimone cade sotto il fuoco di pseudo oppositori del regime.
Sorvolando sul mancato omicidio di Mariano Rumor del 17 maggio 1973, ad Opera di Gianfranco Bertoli, confidente del Sifar con il criptonimo “Negro”, legato agli ordinovisti veneti, veniamo al sabotaggio dell’aereo “Argo 16”.
Il 22 novembre 1973, sul cielo di Porto Marghera esplode in volo l’aereo “Argo 16”, in dotazione al Sid. Muoiono il tenente colonnello Enano Borreo, il tenente colonnello Mario Grandi, i marescialli Luigi Bernardini e Aldo Schiavone.
È la rappresaglia israeliana per la mancata consegna di guerriglieri palestinesi che, a Roma, avevano cercato di abbattere un aereo passeggeri della El Al.
L’ “Argo 16” era stato utilizzato proprio per accompagnarli in Libia dove era stati consegnati all’Olp.
La meticolosa istruttoria del giudice veneziano Carlo Mastelloni non troverà conferma nell’aula della Corte di assise che riterrà tutti gli imputati non colpevoli dei reati per i quali erano stati rinviati a giudizio.
Rimane, per la storia e per la verità, la massiccia distruzione di documenti inerenti alle indagini che erano state svolte dagli stessi servizi segreti italiani che, poi, preferiranno sostenere la tesi dell’incidente aereo.
Versare sangue italiano non merita da parte della classe politica e dei servizi di sicurezza vendetta e, tantomeno, giustizia.
Il 30 maggio 1974, a Pian del Rascino, è ucciso dai carabinieri Giancarlo Esposti.
L’estrema destra e, perfino, qualche pseudo storico di sinistra hanno cercato di rappresentarlo come un “soldato politico”, il “capitano”, il Robin Hood che si batteva contro lo Stato ed il regime per fedeltà alla sua ideologia fascista.
Nulla di più falso.
Inizia la sua carriera con il sospetto di aver partecipato all’omicidio per rapina di un benzinaio a Milano.
Milita nella Giovane Italia diretta da Ignazio La Russa a Milano, per transitare poi in Avanguardia nazionale.
Bandito, Giancarlo Esposti, lo è nello stile di tanti suoi colleghi perché ama i soldi facili, le macchine sportive, la vita bella che conduce senza lavorare, accompagnandosi a Marcella, un travestito che lavora per l’ufficio politico della Questura di Milano.
Non è Robin Hood, è un informatore dello sceriffo di Nottingham: difatti, il presunto “soldato politico” è un informatore dei carabinieri e, presumibilmente, del servizio segreto militare.
Mette bombe perché vuole i “colonnelli” al potere, ma ideologie non ne ha e non gli interessano.
Confidente: persona usa a carpire la fiducia degli altri per poi riferire ai corpi di polizia, quello che la dottrina giuridica italiana definisce un “individuo abietto”.
Stefano Delle Chiaie, che lo crede un suo fedelissimo, lo infiltra nel Mar di Carlo Fumagalli ma Esposti passa decisamente con quest’ultimo e si trasforma in infiltrato in Avanguardia nazionale.
Non sempre il tradimento paga.
Il Mar di Carlo Fumagalli è alle dipendenze del ministero degli Interni e, per questa ragione, è da tempo nel mirino del Sid e dell’Arma dei carabinieri che già nel 1970 avevano cercato di smantellarlo.
Nell’anno decisivo, quello della resa dei conti, Sid e carabinieri incastrano definitivamente Carlo Fumagalli ed i suoi uomini e, fra questi ultimi, rimane intrappolato anche Giancarlo Esposti.
L’aveva fatta franca il giornalista Giorgio Zicari passato dal Sid agli Affari riservati, ma Esposti non è un giornalista de “Il Corriere della sera” ma un bandito che opera anche in ambito politico con la copertura dei carabinieri.
Il passaggio al ministero degli Interni da cui dipende Carlo Fumagalli non lascia indifferenti coloro che lo hanno utilizzato anche per operazioni sporche sulle quali è giusto mantenere il segreto.
E per Giancarlo Esposti il momento della fine giunge il 28 maggio 1974, quando il giorno successivo alla strage di Brescia un brigadiere dei carabinieri agli ordini del capitano Francesco Delfino traccia un identikit del presunto attentatore che corrisponde esattamente al suo viso.
Il gioco non riesce per la semplice ragione che dal 9 maggio, giorno del suo allontanamento da Milano per evitare l’arresto come militante del Mar, Giancarlo Esposti si è fatto crescere la barba, particolare non a conoscenza di Francesco Delfino, così che non può corrispondere al volto sbarbato raffigurato nell’identikit.
Riesce, viceversa, il suo omicidio ad opera dei carabinieri quel 30 maggio 1974.
Come abbiamo già rilevato l’affidabilità di un testimone è data anche dalla sua coerenza non politica, non ideologica, ma di servizio, mentre viceversa Esposti era passato, con tutto il bagaglio delle sue conoscenze, da quello dell’Arma e, presumibilmente, del Sid a quello del ministero degli Interni e degli Affari riservati.
Il gioco è riuscito a metà. Qualcuno aveva decretato la sua morte come responsabile del massacro di piazza della Loggia, a Brescia, compiuta per vendicare l’arresto del suo capo Carlo Fumagalli, ma fallito questo non fallisce il suo omicidio.
I morti non tradiscono più e, soprattutto, non parlano.
Il 2 novembre 1975, a Ostia, viene ucciso Pier Paolo Pasolini. Un “massacro tribale” lo definisce Simona Zecchi nel suo bellissimo e documentatissimo libro, “Pasolini massacro di un poeta”.
Un omicidio pianificato con cura quello dello scrittore, poeta e regista troppo frettolosamente incasellato fra i “comunisti” italiani che mai lo avevano veramente apprezzato e che lui, fratello di un partigiano della “Osoppo”, trucidato a Porzus nel mese di febbraio del 1945, forse aveva stimato come dei borghesi “rossi” che mal tollerava.
Un omicidio che tutti, compresi a sinistra, primo il compagno di bevute (non sappiamo se anche di merende) del prefetto Umberto Federico D’Amato Adriano Sofri, hanno sempre considerato e spacciato come maturato nel torbido mondo dei “ragazzi di vita” che Pasolini per la sua omosessualità frequentava.
La giornalista Simona Zecchi, per la prima volta dopo 40 anni, ci prova invece che fu un delitto di Stato sul quale, come sempre in questi casi, sono stati avviati fin dall’immediatezza depistaggi giudiziari e di polizia destinati ad impedire l’emergere della verità.
Pasolini conosceva un segreto, più di uno, che lo rendeva pericoloso per il regime democratico?
Forse, più che un segreto specifico Pier Paolo Pasolini possedeva una miriade di informazioni che collegate come tasselli dalla sua lucidità ed intelligenza finivano per costituire un mosaico che reso noto ed amplificato dalla sua fama ormai internazionale, lo rendevano un personaggio di cui era meglio liberarsi.
Organizzano l’omicidio di un “depravato”, commesso da un minorenne che si ribella alle sue oscene proposte, ma in realtà è una trappola nella quale Pasolini cade tradito, probabilmente, da qualcuno di cui si fidava.
E il sipario cala sull’ennesimo delitto di Stato di cui nessuno sarà mai chiamato a rispondere, non gli esecutori materiali i nomi di alcuni dei quali traspaiono dalle pagine scritte da Simona Zecchi, non gli organizzatori, non i mandanti.
La democrazia è maestra nel cancellare i suoi delitti.
Il 31 ottobre 1977, sulla Sila cade per ragioni mai chiarite l’elicottero sul quale viaggia il comandante generale dell’Arma dei carabinieri Enrico Mino. Con lui muoiono i colonnelli Francesco Sirimarco e Francesco Friscia, il tenente colonnello Luigi Vilardo, il tenente Francesco Cerasoli e il brigadiere Costantino Di Fede.
Come per l’ “Argo 16” a Marghera, su questo massacro torna ad aleggiare l’ombra dei servizi segreti israeliani.
Due sono le azioni che indirizzano i sospetti nei confronti del Mossad, attribuite al generale Enrico Mino: la “fuga” del colonnello tedesco Herbert Kappler, condannato all’ergastolo per l’eccidio delle Fosse Ardeatine, dall’ospedale militare del Celio a Roma, e la rimozione dalla carica di capo di Stato maggiore dell’Arma del generale Arnaldo Ferrara.
Come il processo al capitano Erich Priebke ha ampiamente provato, la comunità ebraica ha monopolizzato l’eccidio delle Fosse Ardeatine del 24 marzo 1944 a Roma, nonostante che le vittime ebree siano state un numero di gran lunga inferiore a quelle italiane.
Mentre i familiari dei caduti italiani hanno sempre taciuto, anzi alcuni di loro richiesero i risarcimenti al Tribunale civile di Roma a carico di Alessandro Pertini, Giorgio Amendola e Riccardo Bauer come organizzatori dell’attentato di via Rasella nel quale morirono 33 soldati alto-atesini del battaglione “Bozen” che svolgeva funzioni di polizia nella “città aperta”, individuando in questa decisione incomprensibile sotto ogni punto di vista perché era matematicamente certo che i tedeschi avrebbero risposto applicando la legge internazionale della rappresaglia nella misura di 10 civili per ogni militare, la responsabilità effettiva dell’eccidio delle Ardeatine, gli ebrei romani ne hanno fatto hanno un caposaldo della loro propaganda vittimistica.
L’allontanamento di Kappler che aveva, in ossequio agli ordini dell’Alto comando tedesco ai quali non poteva certo sottrarsi, organizzato e diretto la rappresaglia del 24 marzo 1944, dall’ospedale militare del Celio dov’era ricoverato in fin di vita l’8 agosto 1977, aveva scatenato la furibonda reazione degli ebrei romani.
Per lasciare mano libera agli uomini della struttura segreta “Anello” di portare via dal Celio Herbert Kappler, il generale Enrico Mino si era visto obbligato a rimuovere dalla carica di capo di Stato maggiore dell’Arma dei carabinieri il generale Arnaldo Ferrara, che la deteneva dal 1° novembre 1977.
Il 26 luglio 1977, è rimosso Ferrara, l’8 agosto Kappler è portato via dal Celio.
La rimozione di Ferrara derivava come necessità dal fatto che era israeliano, nominato capo di Stato maggiore dell’Arma dei carabinieri in un momento in cui gli interessi di Israele andavano tutelati con forza e a tutti i costi anche in Italia.
Caso unico nella storia dell’Arma dei carabinieri, Ferrara resterà al suo posto di capo di Stato maggiore per quasi dieci anni, nel corso dei quali sarà promosso fino al grado di generale di Corpo d’armata senza mai muoversi dal suo posto.
Una figura potentissima e misteriosa che il generale Gianadelio Maletti definirà non a caso una “eminenza grigia”, sulla quale nessuno ha mai avuto voglia di indagare.
Nel giro di quindici giorni, il generale Enrico Mino assesta due durissimi colpi agli interessi di Israele in Italia ed al suo prestigio: rimuove Ferrara e lascia ibero Kappler.
Non gli sarà perdonato.
Per la magistratura italiana, come al solito, lo schianto dell’elicottero guidato dal più esperto pilota dall’Arma dei carabinieri è derivato da una tragica, quanto inspiegabile fatalità.
In questo campo, però, le coincidenze non esistono e i giudizi della magistratura al servizio della democrazia della paura lasciano il tempo che trovano.
Il 1978 è l’anno del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro.
Se mai delitto politico è rimasto avvolto nel più assoluto mistero per quanto riguarda i mandanti e gli organizzatori, questo è quello di Aldo Moro.
Gli esecutori materiali identificati, a cominciare da Mario Moretti che sparò personalmente la raffica mortale contro il presidente della Dc, sono stati pagati per tacere da quello stesso regime che ha dedicato a Moro la “giornata della memoria” in ricordo delle vittime del “terrorismo”.
Nessuno ha inteso cogliere fino ad oggi il significato di una scelta assunta da politici e magistrati per garantirsi il silenzio di quanti conoscono i segreti del caso Moro, troppi per essere “suicidati”, morire in incidenti stradali, per fibrillazione cardiaca o cadendo da qualche finestra o tromba dell’ascensore.
Per una volta, la democrazia che uccide si trasforma nella democrazia che paga.
Nel 1979, sono tre i delitti su commissione sui quali non è mai stata fatta luce:
–       L’omicidio di Michele Reina, a Palermo, segretario provinciale della Dc, il 9 marzo 1979;
–       Quello del giornalista Carmine Pecorelli, a Roma, il 20 marzo 1979;
–       Quello, infine, del tenente colonnello dei carabinieri Antonio Varisco, a Roma, il 13 luglio 1979.
Per il primo è indicata la matrice mafiosa, per il secondo una mista mafia-malavita romana, per il terzo quella della Brigate rosse.
In realtà, i primi due sembrano collegati degli esecutori materiali perché la moglie di Michele Reina, sia pure senza certezza assoluta, ha indicato in Valerio Fioravanti il killer del marito, mentre per il secondo è stato incriminato Massino Carminati poi assolto per l’arroganza dei giudici di Perugia che, a torto, hanno ritenuto che la pistola usata per uccidere il giornalista si trovasse fra le armi della banda della Magliana custodite all’interno del ministero della Sanità, invece è stata sempre nella mani di un militante di Avanguardia nazionale, insieme ad altre armi appartenenti al gruppo.
Siamo certi che il “Caccola” nella sua biografia scritta da un cretino, di questo particolare non ne ha parlato.
Per l’omicidio di Varisco, non sono stati nemmeno identificati gli autori materiali, tranne uno indicato, a quanto sembra, da Rita Algranati dopo il suo arresto.
In un mondo in cui i compartimenti stagni fra le varie cellule erano inesistenti, come le rivelazioni di Patrizio Peci dimostrano, sembra singolare che nessun pentito delle Br, anche di peso come Enrico Fenzi, sia stato in grado di rivelare l’identità degli esecutori materiali dell’omicidio di Antonio Varisco.
Sempre che di soli brigatisti rossi si sia trattato.
L’ufficiale, comunque, poteva essere nel mirino più per i segreti che conosceva che non per le indagini alle quali non partecipava, rivestendo incarichi non investigativi, almeno ufficialmente.
Chi lo ha posto nel mirino? E perché?
Domande rimaste senza risposta.
Per ora ci fermiamo qui.
Il capitolo dedicato alla democrazia della paura non finisce qui, perché le morti senza risposta sono ancora tante anche nei successivi anni Ottanta.
Nessuno si è mai soffermato sulla capacità omicidiaria di questa democrazia che si è eretta a vittima del “terrorismo”.
Eppure, la storia di questa democrazia parlamentare benedetta dal Vaticano è intrisa di sangue fin dal suo esordio, perché direttamente per mezzo dei suoi corpi di polizia, o indirettamente utilizzando le forze fiancheggiatrici come le mafie e l’estrema destra ha sempre ucciso e fatto uccidere.
È riuscita a determinare, questa democrazia, un clima generalizzato di paura che nessuno osa denunciare, eppure è da tutti percepito.
È stato più facile trovare persone capaci di accusare le cosche mafiose che non quelle che si sono sentite in anime di denunciare politici e uomini dei corpi di polizia e degli apparati dello Stato democratico.
La ragione è semplice: lo Stato è dovunque, non c’è posto in Italia in cui un testimone possa sentirsi al sicuro, meno che mai in carcere.
Da qui la scelta di tanti di tacere. L’omertà paga, garantisce vita tranquilla fuori e dentro il carcere e, soprattutto, garantisce vita lunga e morte del Signore, alla sua naturale conclusione.
La capacità d’intimidazione dello Stato è di gran lunga superiore a quella della criminalità organizzata.
Fa paura il linciaggio morale che scatta, puntuale, su una stampa complice nei confronti di chi deve essere ucciso prima moralmente e, poi, se necessario fisicamente.
Chi ha osato porsi concretamente contro il potere o parte di esso è stato massacrato dalla stampa e dalle televisioni del regime e, dopo, quando era ormai isolato se non del tutto screditato è stato ucciso in un modo o in un altro, spesso se non sempre.
In un Paese democratico in cui i cittadini hanno paura dei rappresentanti della legge e dell’ordine, della stampa che si spaccia per libera, di politici presenti nei governi e in Parlamento, non c’è libertà.
C’è solo oppressione.

Opera, 3 aprile 2017

Ettore Muti – 23-24 agosto 1943

Salvatore Canepa – 17 giugno 1945

Carmelo Rosano – 17 giugno 1945

Giuseppe Lo Giudice – 17 giugno 1945

Canzi Emilio – 17 novembre 1945

Salvatore Ferreri – 26 giugno 1947

Salvatore Giuliano – 5 luglio 1950

Ilio Barontini – 22 gennaio 1951

Ciro Verdiani – 30 marzo 1952

Gaspare Pisciotta – 9 febbraio 1954

Angelo Russo – 6 marzo 1954

Eugenio Duroni – 24 agosto 1960

Ninì Di Pol – 24 agosto 1960

Enrico Mattei – 27 ottobre 1962

Irnerio Bertuzzi – 27 ottobre 1962

William Mac Hale – 27 ottobre 1962

Kurt Gruber – 23 settembre 1963

Amplatz Alois – 6 settembre 1964

Aliotti Antonino – 20 febbraio 1967

Renzo Rocca – 27 giugno 1968

Carlo Ciglieri – 27 aprile 1969

Alberto Muraro – 13 settembre 1969

Tommaso Viscale – 17 settembre 1969

Inesse Semekhina – 17 settembre 1969

Armando Calzolari – 25 dicembre 1969

Angelo Casile – 26 settembre 1970

Gianni Aricò – 26 settembre 1970

Annelise Borth Aricò – 26 settembre 1970

Francesco Scordo – 26 settembre 1970

Luigi Lo Celso – 26 settembre 1970

Vittorio Ambrosini – 20 ottobre 1971

Luigi Calabresi – 17 maggio 1972

Enano Borreo – 22 novembre 1973

Mario Grandi – 22 novembre 1973

Bernardini Luigi – 22 novembre 1973

Aldo Schiavone – 22 novembre 1973

Giancarlo Esposti – 30 maggio 1974

Pier Paolo Pasolini – 2 novembre 1975

Enrico Mino – 31 ottobre 1977

Francesco Sirimarco – 31 ottobre 1977

Francesco Friscia – 31 ottobre 1977

Luigi Vilardo – 31 ottobre 1977

Francesco Cerasoli – 31 ottobre 1977

Costantino Di Fede – 31 ottobre 1977

Aldo Moro – 9 maggio 1978

Michele Reina – 9 marzo 1979

Carmine Pecorelli – 20 marzo 1979

Antonio Varisco – 13 luglio 1979

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