Grazie, prego, scusi, tornerò

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di Vincenzo Vinciguerra

Ritorna la primavera e, con essa, ricompaiono le zanzare e i corvi di “Amnesty international” che, precedendo le cornacchie di “Nessuno tocchi Caino”, snocciolano con tono lugubre le cifre delle condanne a morte eseguite nel mondo.
Da strapparsi i capelli per la disperazione.
L’Italia democratica e maestra di civiltà, quindi sale in cattedra e intima di cessare le esecuzioni capitali e di adottare il modello penitenziario italiano, quello che rispetta la “dignità e la personalità del detenuto”, che gli insegna a considerare la “sacralità della vita umana”, che lo rieduca e lo reinserisce nella società come esempio di redenzione e di riscatto sociale.

In attesa che a piazza San Pietro elevino un monumento a Salvatore Buzzi, il “rieducato d’Italia”, che forte degli insegnamenti ricevuti in carcere tanto bene ha fatto alle sue tasche e a quelle di Massimo Carminati e soci, stanno cercando in mille “Igor il russo” che dopo essere entrato ed uscito più di una volta dagli istituti di pena italiani ha compreso che qui a continuare ad ammazzare gli altri rischia al massimo, quando lo riprenderanno, di doversi iscrivere al corso della vita di Gesù Cristo e di dover cantare nel coro della chiesa per poter riottenere i benefici di legge.
Mentre i telegiornali del pregiudicato Silvio Berlusconi trasmettono tutti i giorni i pianti e la disperazione dei familiari degli ammazzati che chiedono che giustizia sia fatta, il sistema penitenziario italiano prodotto della comune visione della vita di centro, destra e sinistra, condivisa dal Vaticano, s’ingegna a sfornare più scarcerati possibili facendo concorrenza ai Tribunali che mandano tutti o quasi agli arresti domiciliari per via del sovraffollamento carcerario e perché ritengono la detenzione una misura eccessivamente crudele.
Un modo di vedere la realtà carceraria che non è condivisa della maggioranza di coloro che in galera ci passano, ci ripassano, ci tornano e ci ritornano con l’allegra consapevolezza di starci sempre di passaggio.
Il concetto di rieducazione venne introdotto dal nazismo in Germania e, nel tempo, fatto proprio da altri Stati come l’Italia dove, però, negli intendimenti degli operatori penitenziari e giudiziari deve ottenere l’effetto contrario.
E il successo del sistema penitenziario italiano, in questo caso, è indubitabile.
In questa casa chiusa di Opera, ad esempio, buona parte dei detenuti hanno già usufruito delle pene alternative, ovvero sono stati rieducati ed avviati al recupero sociale, ma sono stati riportati dentro per infrazione degli obblighi e reati vari.
A tanti dovrebbero fare lo sconto come abbonati alla galera, perché per loro è come una seconda casa.
Non sono uomini “sbagliati”, sono uomini che “sbagliano”, come ha dichiarato una “vittima” di reati venuta qui a servire il pranzo ai detenuti, ai quali i professori della “Bocconi” vengono a spiegare che il carcere è superato in quanto deve essere sostituito dalla “mediazione” diretta fra loro e le loro vittime.
Il “carcere non serve”, spiega l’ex pubblico ministro Gherardo Colombo che, alla fine della carriera di operatore giudiziario, ha scoperto di essere incline alla bontà e al perdono.
Un altro operatore giudiziario, ora direttore generale degli Istituti di pena, certo Consoli, si è giustificato con i detenuti affermando che quando era giudice in Corte di assise si è sempre opposto, in camera di consiglio, alle condanne all’ergastolo.
Francesco l mangia con cento di loro nel carcere di San Vittore ma, da buon gesuita, preferisce che rimangano in galera salvo quelli che hanno dimostrato di meritare un gesto di clemenza.
Carcerato è “bello”, qui in Italia, con le dovute eccezioni, perché una classe politica di malavita non può porsi il problema della effettiva rieducazione dei condannati e del loro recupero sociale.
Deve, pertanto, inventarsi l’esistenza di un’amministrazione penitenziaria che accudisce gli uomini che “sbagliano” e li riporta sulla retta via.
Salvo, poi, autorizzare di fatto i cittadini a difendersi per conto proprio, a sparare ed uccidere per difendere sé stessi e i loro beni dai tanti rieducati e rieducandi in azione sul territorio.
Una contraddizione solo apparente perché, in realtà, chi di mafia ha vissuto sa bene che questa non tollera i ladri che agiscono senza averne la prescritta autorizzazione, portando disordine nei territori che controlla.
La mafia, i ladri li ha sempre ammazzati.
Il furto non rientra nella logica e nella prassi mafiosa, che preferisce far pagare il “pizzo” per proteggere, così che il sistema deve perfezionare l’opera di rieducazione che svolge nei suoi istituti carcerari, indirizzando i detenuti alla carriera politica e burocratica dove la “tangente”, ovvero il “pizzo”, è normale amministrazione tanto se va male c’è sempre un carcere accogliente dai cancelli girevoli dal quale si entra e si esce senza conseguenze, salutando con gratitudine e la immancabile promessa: “Grazie, prego, scusi, tornerò”.

Opera, 12 aprile 2017

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