Riconciliazione

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di Vincenzo Vinciguerra

Dal 25 aprile 1945, in Italia, si è parlato spesso di “riconciliazione” nazionale per chiudere l’amaro e tragico capitolo della guerra civile del 1943-45.
Si è sempre inteso, con questo termine, indicare una riconciliazione fra le parti a quel tempo avverse.
Bisogna essere in due per riconciliarsi, per stringersi la mano, per scrivere una storia condivisa.
Il fatto è che, in Italia, la parte è stata sempre una sola: l’antifascismo che Vittorio Emanuele III e il maresciallo Pietro Badoglio avevano riportato al governo il 25 luglio 1943, e che le armate anglo-americane aveva portato al potere il 2 maggio 1945.
È mancata all’antifascismo la controparte, quella fascista.

Non si è mai fatto un resoconto vero del processo di epurazione fatto in Italia nel corso della guerra civile ed alla sua conclusione. In caso contrario, si sarebbe visto che insieme ai massacri indiscriminati delle “radiose giornate” della primavera del 1945, in Italia c’è stata una epurazione selettiva, mirata, che ha eliminato fisicamente, prima, tutti gli esponenti di rilievo del fascismo repubblicano, e ha emarginato politicamente i pochi sopravvissuti, dopo.
Se la soppressione fisica dei fascisti è stata affidata alle bande partigiane, ai Tribunali del popolo e alle Corti d’assise straordinarie, quella politica è stata demandata ai dirigenti del Movimento sociale italiano.
Nato sul modello del Movimento sociale francese, di cui ha copiato il simbolo (la fiamma tricolore) e la struttura, il Movimento sociale italiano era stato costituito dai servizi segreti americani, dal Vaticano, dalla Confindustria e dalla Democrazia cristiana per contribuire a ricreare l’unità delle Forze armate, con un obiettivo specifico e circoscritto.
Affidato alla guida di doppiogiochisti (Almirante, Romualdi, Pace), di personaggi che non avevano mai aderito alla Rsi (Michelini), di rappresentanti delle banche (De Marsanich), di persone che non avevano mai avuto alcun ruolo nel fascismo, il Msi riuscirà a liberarsi nel giro di pochi anni dei fascisti (Giorgio Pini e pochi altri) che ingenuamente avevano aderito nella speranza che potesse veramente rappresentare la voce politica dei reduci fascisti.
Verificato la possibilità di ottenere i voti di poco più di un milione di italiani che, abbagliati dalla propaganda antifascista, lo vedevano come l’erede del fascismo, il Movimento sociale italiano si offre come ruota di scorta della Democrazia cristiana con i cui attivisti svolge la campagna elettorale della primavera del 1948 con lo slogan “Chi vota Dc vota bene, chi vota Msi vota meglio”.
Dopo, più si allontana dai postulati dottrinari ed ideologici del fascismo più s’impegna nel campo attivistico contro il Partito comunista per rendersi strumento prezioso ed indispensabile dell’alta borghesia e del Vaticano, non trascurando di servire gli interessi degli Stati uniti e della neo-costituita Alleanza atlantica.
Si viene, in questo modo, a formare un “neo-fascismo” di propaganda al servizio dell’antifascismo cattolico e liberale al potere.
Già negli anni Cinquanta, il Msi è solo un partito di estrema destra senza più legami ideologici e storici con il fascismo mussoliniano e rivoluzionario che considerava la borghesia la “rovina dell’Italia” e che aveva invitato i propri militanti ad aderire al Partito socialista di unità proletaria di Pietro Nenni.
Del resto, la Democrazia cristiana guidata dalla gesuitica politica vaticana la sua riconciliazione l’aveva portata avanti, per fini elettoralistici, fin dal febbraio del 1946, quando aveva chiamato alla leva tutti quei giovani che avevano fatto parte delle Forze armate repubblicane.
Erano seguiti la fine dell’operazione, il reimpiego dei licenziati, il reintegro nelle Forze armate di quanti avevano pur giurato fedeltà allo Stato repubblicano, riconoscimenti pensionistici e quanto altro poteva servire per dimostrare che per la Democrazia cristiana ed i suoi alleati la guerra civile italiana era solo un ricordo.
Lo stesso Movimento sociale italiano era ritenuto, giustamente, forza politica di sostegno esterno ai governi democristiani e, forse, sarebbe riuscito perfino ad ottenere qualche sottosegretariato se lo scarso seguito elettorale suo e dei partiti laici non avesse convinto Aldo Moro a varare la politica di centro-sinistra con la benedizione dell’amministrazione Kennedy ed il contributo decisivo della Cia.
Un partito di estrema destra che rappresentava solo sé stesso non poteva rappresentare la controparte fascista all’antifascismo perché era al servizio, anche segreto, delle sue componenti cattoliche e liberali.
Quale conciliazione si sarebbe mai potuta fare con una forza fascista che non esisteva se non nelle manifestazioni esteriori di un partito che ingannava i suoi elettori autorizzando saluti romani e slogan nostalgici alle sue manifestazioni salvo servire gli interessi del potere antifascista?
Una commedia all’italiana, una tragica commedia che ha raggiunto il suo apice con i grotteschi abbracci fra reduci della Rsi e delle forze di liberazione nel 1994 quando il pregiudicato Silvio Berlusconi sdoganò il Movimento sociale italiano-Destra nazionale per farne il proprio alleato politico.
Non passarono due anni che tutti i “fascisti” del Msi-Dn, a partire dal loro segretario nazionale, Gianfranco Fini, si volsero in antifascisti condannando esplicitamente il fascismo ritenuto il “male assoluto”.
A quel punto, non si comprende con chi gli antifascisti avrebbero potuto riconciliarsi, se non con i sparuti gruppuscoli di estrema destra che ostentavano di restare fedeli al Movimento sociale italiano che mai era stato fascista.
In realtà, l’unica riconciliazione possibile in questo Paese sarebbe quella con la storia che andrebbe raccontata secondo verità.
Ma questo non è possibile perché il potere antifascista si regge sulla menzogna.
E per non smentirsi inventa l’esistenza, ancora nel 2017, di temibili gruppi “fascisti” la cui unica attività è quella di presentarsi ogni anno, almeno a Milano, nella parte del cimitero riservata ai caduti della Rsi per offenderne la memoria con il saluto romano.
Per il resto dell’anno brigano con La Russa, Alemanno, Meloni, Salvini con i quali devono salvare l’Italia da migranti, zingari e barboni.
Anche le pulci reclamano un palcoscenico saltellando fra i piedi dei Pulcinella e degli Arlecchino nazionali.
Nessuna riconciliazione nazionale, quindi, è mai stata fatta e mai potrà essere fatta in un Paese in cui solo i morti rimangono coerenti: così per i fascisti, così per i comunisti, così per i “terroristi”.
Per i pochissimi che non rinnegano, non ripudiano, non si dissociano rimane la prospettiva consolante di morire in una solitudine orgogliosa, dimenticati nel tempo presente perché mai vinti.
Ed è quello che alla fine conta.

Opera, 22 aprile 2017

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