Tutti a casa

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di Vincenzo Vinciguerra

Era ora!
L’Associazione nazionale magistrati si è, finalmente, decisa a prendere una posizione netta e unanime sul rapporto fra magistrati e politica.
Ha riconosciuto il diritto dei magistrati di intrupparsi nei partiti politici ma ha anche affermato che, conclusa l’esperienza politica, tutti costoro devono cambiare mestiere.
Fino ad oggi, i magistrati che dismettavano la toga per farsi eleggere deputati, senatori, sindaci, presidenti di Regione, assessori comunali, provinciali e regionali, al termine della loro esperienza venivano automaticamente promossi consiglieri di Cassazione od assegnati alle Procure generali.
Un premio concesso a chi aveva usato la toga per spianarsi la strada in politica, che quindi si era poi posto agli ordini di figure discutibili sul piano morale se non proprio decisamente compromesse, e che, infine rientrava nei ranghi della magistratura sottraendo il posto a coloro che avevano, viceversa, proseguito nella loro carriera senza infamia e senza lode.

Oggi a tenere banco è il caso di Michele Emiliano, il pubblico ministero di Bari che si è fatto eleggere nello stesso distretto giudiziario nel quale aveva esercitato la professione e che ora si è candidato a segretario del Partito democratico.
Non ci sarebbe stato, però, un caso Emiliano se prima non ci fosse stato quello di Felice Casson che, a Venezia, si era candidato sindaco nelle liste del Partito democratico e che, fortunatamente, sconfitto era stato portato in Senato da Piero Fassino perché, come lo stesso Casson aveva dichiarato ai giornalisti, in “procura non torno di certo”.
Ora, a firmare la legge che regola l’ingresso e l’uscita dei magistrati in politica è proprio lo stesso Felice Casson insieme a Nitto Palma, altro magistrato, intruppato questi in Forza Italia.
Una scelta grottesca se ricordiamo che sul conto di Felice Casson il procuratore della Repubblica di Venezia aveva espresso un giudizio durissimo e sprezzante accusandolo di essersi impegnato solo nelle inchieste dalle quali poteva ricavare pubblicità trascurando tutte le altre.
Oggi Casson è agli ordini del prescritto Massimo D’Alema e Nitto Palma continua ad esserlo a quelli del pregiudicato Silvio Berlusconi, così c’è da chiedersi se questi due, rientrati in magistratura, potrebbero dare ai cittadini quelle garanzie di serietà ed indipendenza di giudizio che, almeno teoricamente, dovrebbero far parte del mestiere di giudice.
Il “compagno” Felice Casson che, come pubblico ministero, si era inventato un’inchiesta sul Petrolchimico di Marghera, affidando alla fidanzata giornalista di Rai Tre il compito di propagandarla a dovere (“l’inchiesta del dottor Casson ha ridato la speranza a migliaia di italiani” ecc. ecc.), conclusa con l’assoluzione di tutti gli imputati, e il collega di partito di Marcello Dell’Utri condannato per concorso esterno in associazione di stampo mafioso, dovrebbero tornare a giudicare cittadini italiani?
Tardiva ma giusta, quindi, la decisione dell’Associazione nazionale magistrati che dovrebbe porre un limite invalicabile al malcostume di quanti ritengono di dover abbandonare la toga per entrare in politica imponendo ad essi le dimissioni dalla magistratura.
Non basta.
Non si combatte la corruzione in politica se prima non si frena quella operante in ambito giudiziario che non è come si pensa circoscritta alla vendita di sentenze, dietro cospicui versamenti in denaro, ma estesa alla ricerca esasperata di pubblicità personale necessaria per creare le condizioni per entrare poi nel mondo politico.
La Corruzione morale e perniciosa tanto quella materiale perché si esprime in provvedimenti giudiziari, ordinanze, sentenze che falsano la verità per addomesticarla alle esigenze della politica, che richiede sostegni mediatici e politici che si evidenziano nella continua violazione del segreto istruttorio, nelle interviste televisive, nei dibattiti pubblici, nell’autoesaltazione di sé stessi e del proprio operato con un unico fine: crearsi un proprio elettorato.
E  il caso più eclatante nella storia giudiziaria del dopoguerra è rappresentato proprio dalla carriera giudiziaria e politica di Felice Casson.
Non si comprende come si pensi a ridurre ai suoi limiti fisiologici la corruzione in Italia; se non si inizia a combatterla all’interno della magistratura nelle sue forme materiale e morale.
L’era dei Violante, degli Imposimato, dei Di Pietro, dei Casson e degli Emiliano deve finire, tanto più che la presenza di questi personaggi e di tanti altri magistrati non ha contribuito a moralizzare la politica, semmai ha costituito l’alibi per negare il suo progressivo degrado fidando nella credulità popolare per la quale la figura del giudice è automaticamente, per un riflesso condizionato, collegata ad un’integrità morale che, se esistesse, vieterebbe loro di entrare in politica.
E di quale politica parliamo sono piene le cronache giudiziarie dal dopoguerra fino al tempo presente e, in parte, anche le italiche galere.

Opera, 24 aprile 2017

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