I Condizionati

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di Vincenzo Vinciguerra

È, questa, la breve storia di un condizionamento o di un auto-condizionamento, quello di Andrea Sceresini.
Come giornalista ha delle buone qualità, come ho potuto verificare in questi anni quando ci siamo scritti e ci siamo incontrati in questa casa chiusa di Opera.
Ho fatto una positiva recensione del suo ultimo libro, “L’internazionale nera”, perché la mia è una battaglia impersonale e non vivo di risentimenti e di rancori.
Quanto ha scritto Sceresini sull’Aginter presse merita di essere conosciuto perché risponde al vero. Devo, invece, rilevare che per quanto mi riguarda ha tradito sé stesso e la verità.

Difatti, non è vero che io viva al pianoterra di questa casa chiusa, dove non ci sono sezioni per detenuti che devono restare a lungo qui.
Da oltre 23 anni, qui vivo nelle sezioni normali suddivise in quattro piani. E mi hanno fatto girare in tutti i quattro piani. Al momento, ad esempio, mi trovo al quarto piano del secondo reparto, sezione C.
Una piccola bugia, peraltro, rispetto a quella della mia “collaborazione con la giustizia”, alla quale Sceresini mai aveva fatto cenno prima.
Affermazione gratuita e diffamatoria, destituita di ogni fondamento come prova lo stesso Sceresini quando scrive del mancato attentato alla ambasciata algerina di Bonn (Germania), per fare un esempio.
Sceresini racconta il fatto ma non può scrivere i nomi dei due “avanguardisti” che dovevano compiere l’attentato. Non lo fa perché io quei nomi non li ho mai fatti.
E non li ho fatti perché mai ho “collaborato con la giustizia” ma ho fatto sempre ciò che io ho deciso di mia volontà: ho risposto a delle domande e non ho risposto ad altre, ho parlato di fatti e non ho fatto nomi.
Ho salvaguardato coloro che hanno inconsapevolmente combattuto per lo Stato ed ho dato delle indicazioni su quanti, viceversa, hanno in perfetta malafede ingannato gli altri per conto dello Stato per il quale lavoravano.
E tutto questo è scritto nero su bianco in quei documenti processuali che, almeno in parte, Andrea Sceresini dovrebbe conoscere.
Sono in carcere da quasi 38 anni, per una scelta si colloca all’opposto di quelle fatte da “collaboratori di giustizia” e “dissociati” di fatto e di diritto.
E questo dato, da solo, dovrebbe evitarmi di dover rettificare quanto scrivono sul mio conto, non perché sia la verità ma perché devono diffamare il testimone anche quando, come in questa occasione Sceresini, sono l’unico che possono in effetti citare.
Difatti solo io ho sempre indicato nell’Aginter presse un’agenzia dei servizi segreti. E lo faccio, non da quando ho incontrato il giudice Guido Salvini, ma da quando Andrea Sceresini veniva ancora imboccato dalla mamma.
Avrebbe fatto meglio a ricordare Sceresini che io sono stato attaccato, il 26 gennaio 1997, da Gerardo D’Ambrosio che, contestualmente, ha attaccato il giudice Guido Salvini “colpevole” di credere alle mie parole.
La “toga rossa” della procura della Repubblica di Milano dichiara, difatti:

“Verificammo anche la storia dell’Aginter Presse e avemmo la stessa spiacevole sensazione che fosse stata anche quella un depistaggio.…”.

È più esplicito il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi, Libero Gualtieri, il quale a sua volta afferma:

“Stiamo attenti: attraverso l’inchiesta sull’Aginter Presse rischiamo di essere depistati… Non possiamo prendere le carte che ci vengono da collaboratori di questo magistrato [Guido Salvini – NdA] che non stanno né in cielo né in terra”.

Questo attacco alla mia persona e, di riflesso, al giudice Guido Salvini che mi dava credito, avrebbe dovuto ricordare Andrea Sceresini al posto della fesseria che mi descrive come persona convinta che l’Aginter presse fosse un’associazione di bocciofili fino al momento in cui il giudice non mi spiega come stanno le cose.
Barzellette, finalizzate alla diffamazione.
Sceresini ricorda più di una volta il “destabilizzare per stabilizzare” senza citarmi, ma la formula della strategia della tensione (“destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare l’ordine politico”) l’ho dettata io per primo, unico e solo, il 31 marzo 1987 alla Corte di assise di Venezia.
Sceresini, a quella data, gattonava per casa con il pannolone.
Come ho scritto allo stesso Sceresini in risposta alla lettera con la quale ha accompagnato l’invio del suo libro, senza toni polemici, aver deciso di rinunciare alla mia collaborazione (questa aveva richiesta) per scrivere il libro sull’Aginter press l’ha privato della possibilità di fare un’opera completa sull’operato dell’agenzia e sulle conseguenze del suo agire in Italia.
Un vero peccato.
A quanto pare, però, diffamare me è più importante che scrivere storia, storia vera ed esauriente, di quella che resta nel tempo e nella memoria, e che consente al suo autore di salire un gradino.
Sceresini ha scelto diversamente, una verità dimezzata sull’Aginter presse e la diffamazione dell’unica persona che ha avuto il coraggio di denunciarla per quella che essa è stata.
Andrea Sceresini ha scelto, cioè, di scendere un gradino, di andare verso il basso piuttosto che verso l’alto.
Peccato.

Opera, 7 giugno 2017

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