La mafia vincente

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di Vincenzo Vinciguerra

L’ultima a evidenziare – e non in maniera implicita – il collegamento fra i due maggiori esponenti di rilievo di “Forza Italia”, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, e la mafia è stata Stefania Limiti nel suo lucidissimo e documentatissimo libro, “La strategia dell’inganno”.
Ora vengono rese pubbliche, senza alcuna enfasi dalla stampa e nel più assoluto silenzio della politica, le accuse lanciate da Giuseppe Graviano a Berlusconi e Dell’Utri nel corso di conversazioni intercettate, a sua insaputa, con un altro detenuto nel carcere di Ascoli Piceno.
Giuseppe Graviano è un mafioso condannato per le stragi del 1993, quindi non è un “picciotto” qualsiasi, di poco conto. E quello che racconta al suo compagno di detenzione, nel cortile dell’aria del carcere, è genuino perché ignaro di essere intercettato.
È così poco credibile, Giuseppe Graviano, da non provocare, con le sue parole, un sussulto nel mondo politico e mediatico?

I fatti dicono di no.
Marcello Dell’Utri è condannato per concorso esterno in associazione a delinquere di stampo mafioso, non è quindi stato considerato affiliato a Cosa nostra ma solo “amico degli amici” pronto a chiedere e a fare favori.
Quando Giuseppe Graviano parla del co-fondatore di “Forza Italia” poi senatore, Marcello Dell’Utri non si riferisce, pertanto, ad un emerito sconosciuto nel mondo delinquenziale palermitano.
I rapporti di Dell’Utri con mafiosi di spessore sono stati provati in sede processuale ed è, di conseguenza, credibile che un capo mandamento come Giuseppe Graviano lo abbia conosciuto personalmente, lo abbia incontrato, ci abbia parlato.
Non è fuori luogo, quindi, trarre dalle parole di un mafioso che oggi si sente tradito ed abbandonato motivi per approfondire l’argomento senza liquidarlo come un coacervo di accuse “infamanti” e “prive di fondamento”.
Gli stessi argomenti difensivi usavano per Marcello Dell’Utri, poi è giunta la condanna.
In quanto a Silvio Berlusconi, parliamo di un pregiudicato condannato per corruzione con sentenza passata in giudicato, ricondannato per corruzione e, in questo caso, salvato dall’ennesima prescrizione, ancora imputato per corruzione.
Non ci riferiamo ad una persona onesta ma ad un individuo per il quale il delinquere rientra nella normalità della vita e dell’azione. E lo prova la sua fedina penale.
Inoltre, i rapporti con la mafia palermitana sono provati fin dal giorno in cui, temendo per la propria incolumità e per quella dei suoi familiari, invece di rivolgersi allo Stato ha chiesto protezione alla mafia palermitana che gli ha inviato come “guardiano” Vittorio Mangano in modo che tutti sapessero che Silvio Berlusconi era garantito da Cosa nostra.
La mafia non fa favori gratis. E che Berlusconi abbia per anni finanziato le cosche palermitane a suon di milioni lo ha detto personalmente Salvatore Riina nel corso di un colloquio con un altro detenuto, nel carcere di Opera, anch’esso debitamente intercettato a sua insaputa.
Anche in quel caso tutti hanno fatto finta di nulla.
Il problema è che Silvio Berlusconi e il suo partito, ormai ben lontano dalle percentuali di voto che aveva ottenuto anni fa, serve sempre alla politica che, da quel che dicono, da lui e dei suoi alleati non possono prescindere per governare l’Italia.
Da quando è entrato in politica l’unico, in questo Paese, a decuplicare i suoi introiti è stato solo lui, Silvio Berlusconi, mentre gli italiani si sono impoveriti.
Non era eleggibile nel 1994, ma gli ex comunisti, con in testa Massimo D’Alema, non hanno fatto opposizione, anzi hanno garantito le sue aziende, hanno attaccato i “giustizialisti”, hanno fatto finta che i proscioglimenti per prescrizione equivalessero a dichiarazioni di innocenza, pur di aver lui – e soltanto lui – con la sua corte dei miracoli come interlocutore.
Matteo Renzi ha rottamato (o almeno ci ha tentato) D’Alema ma non i suoi metodi e le sue scelte, così che continua a guardare a Silvio Berlusconi come il solo interlocutore valido non solo come finto oppositore me come alleato di governo.
Invano attenderemo che i politici italiani prendano le distanze da Silvio Berlusconi, come sarà vana l’attesa delle dimissioni di magistrati che non hanno avuto scrupolo alcuno nell’intrupparsi nelle file del suo partito e di sedere accanto a lui e a Marcello Dell’Utri, offrendo la propria competenza giuridica per fare le leggi ad personam che dovevano garantirgli l’impunità.
Un sasso nello stagno increspa le acque, le parole di Salvatore Riina, prima, e di Giuseppe Graviano, oggi, non hanno smosso le acque della italica palude.
S’indignano in tanti se la Corte di cassazione prospetta per Salvatore Riina la possibilità di morire a casa propria invece che in carcere, ma nessuno di costoro ha il coraggio e la dignità di vietare ai politici italiani di tutti gli schieramenti, primi però i democratici di sinistra, di partecipare alle commemorazioni delle vittime della mafia.
Il 19 luglio, a Palermo e non solo, daranno il via alle commemorazione per la morte di Paolo Borsellino e della sua scorta, continuando a fingere che sono stati uccisi dall’Antistato cioè dalla mafia, così come altri fanno finta di credere anche dopo quarant’anni che le stragi politiche degli anni Settanta le hanno fatte i “terroristi neri”.
Tutti insieme nell’affermare una menzogna: quella di attribuire ai burattini che hanno agito sul terreno le responsabilità che sono proprie dei burattinai.
Tutti pronti ad inveire contro la mafia perdente, tutti silenti e proni dinanzi alla mafia vincente.
E questa è l’Italia, o meglio, questi sono gli italiani.

Opera, 12 giugno 2017

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