Il silenzio della politica

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di Vincenzo Vinciguerra

Il 20 giugno 2017, la Corte di cassazione ha sancito il passaggio in giudicato della sentenza di condanna all’ergastolo inflitta a Carlo Maria Maggi e a Maurizio Tramonte dalla Corte di assise di appello di Milano, come mandante, il primo, e corresponsabile, il secondo, della strage di piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974.
In questa occasione, perfino Il Corriere della sera, sia pure nella diciassettesima pagina, ha dedicato un articolo alla decisione della Suprema Corte a firma di Giovanni Bianconi che – è giusto dirlo –, nei miei confronti è stato più onesto di altri.
Ne hanno parlato anche i telegiornali compresi quelli di proprietà del pregiudicato Silvio Berlusconi e si è sprecato anche il TG3 dove, forse, l’influenza della moglie di Felice Casson, stimatissimo da Carlo Maria Maggi, è diminuita dopo l’allontanamento di Bianca Berlinguer dalla direzione del telegiornale.
Insomma, poco ma ne hanno parlato tutti.

Del resto, non si poteva passare sotto silenzio la conclusione di un iter processuale che era iniziato il 28 maggio 1974, 43 anni fa, e si è concluso, con grande smacco dello Stato, con due condanne che si aggiungono a quelle virtuali, perché inflitte post mortem, a Marcello Soffiati e Carlo Digilio.
Ma non tutti hanno avvertito il dovere di fare almeno un commento.
Hanno taciuto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, quelli del Senato, Pietro Grasso, e della Camera dei deputati, Laura Boldrini.
Invano, il presidente dell’associazione familiari delle vittime della strage, Manlio Milani, ha proclamato che si è trattata di una «vittoria dello Stato sull’Antistato», questa volta non gli sono giunti complimenti né pacche sulle spalle.
Basta leggere quello che hanno scritto i magistrati di Milano, e che ora hanno approvato quelli di Cassazione, per comprendere che hanno chiamato in causa proprio lo Stato sia per la strage che per i depistaggi che ne sono seguiti con buona pace di Manlio Milani il quale ha perso un’altra buona occasione per tacere.
Se i massimi rappresentanti delle istituzioni hanno preferito il silenzio, avrebbero dovuto parlare i rappresentanti delle forze politiche.
Non tutti, certo.
Non gli eredi del Movimento sociale italiano, il partito delle stragi e degli stragisti (Maggi è stato componente del Comitato centrale del partito), non i democristiani ancora in servizio attivo o in pensione, non i rappresentanti dei Ds che contro la verità hanno fatto una vera e propria battaglia per acquisire titoli e meriti nei confronti degli americani, degli israeliani e della Nato, ma almeno qualcuno di quelli che si presentano come oppositori qualche parola avrebbero potuto e dovuto dirla.
Invece, anche da questo lato il silenzio è stato assoluto.
Il Movimento 5 stelle è guidato da un comico che si rende conto che la questione stragi e depistaggi non la può trattare con battute più o meno triviali, ma anche perché gli esponenti del M5S non si rendono conto per ignoranza storica e politica che non si sta trattando di archeologia giudiziaria ma di una operazione che potrà essere riproposta per la terza volta.
Gli specialisti in commemorazioni non hanno notato, difatti, che la «strategia della tensione», varata negli anni Sessanta e resa operativa a partire dal 1969 in avanti, è stata riproposta con le variabili del caso nel biennio 1992-1993, anche in questo periodo per stabilizzare un ordine politico reso precario dalla liquidazione per via giudiziaria della Democrazia cristiana e dei suoi alleati imposta dagli Stati uniti e dall’alta finanza.
Eppure, basterebbe leggere il libro di Stefania Limiti, «La strategia dell’inganno», per rendersene conto.
Non è più tempo di rivoluzioni. Dal «basso», nessun popolo ha più la forza di destabilizzare uno Stato.
Questa appartiene a chi possiede le leve del comando che, oggi, non sono più in mani esclusivamente nazionali, così che non si destabilizza senza avere predisposta la stabilizzazione.
Però, a pagare il prezzo dello «destabilizzare per stabilizzare» sono sempre coloro che vivono in basso da piazza Fontana a via Palestro, da Brescia a via dei Georgofili.
Negli anni dell’immediato Dopoguerra, in Sicilia, hanno usato la mafia, negli anni Settanta, sul territorio nazionale, l’estrema destra, salvo tornare negli anni Novanta a Cosa nostra.
E, in futuro, quando qualcuno avvertirà la necessità di cambiare tutto perché tutto resti come e peggio di prima, regaleranno a questo Paese un biennio, un decennio di disordini, di morti, di lutti, di sangue perché certi della loro impunità.
Se vogliamo evitare che il passato torni ancora in un futuro più o meno prossimo è nel presente che dobbiamo affrontarlo una volta per sempre, iniziando anche dalla sentenza per la strage di Brescia del 28 maggio 1974.
Cosa ci propone la lettura di quei fatti e dei depistaggi che ne sono seguiti se non la conferma che cambiano per imposizione del tempo le persone fisiche ma non le istituzioni coinvolte e i loro metodi.
Dalla strage di Brescia a quelle di Capaci e via D’Amelio sono passati 18 anni, ma anche per queste stragi e quelle successive del 1993 siamo ancora a parlare di Corpi di polizia, di carabinieri, servizi segreti, politici, esponenti della finanza coinvolti a vario titolo.
Non è una maledizione, ma un metodo collaudato con la certezza che alla fine resteranno solo sospetti e nessuna certezza processuale sul conto di mandanti e organizzatori.
E i politici di «opposizione» stanno zitti, come quelli di governo e i rappresentanti delle istituzioni.
Silenzio.
Si destabilizza con il sangue, si stabilizza con il sangue, e poi con il sangue si cancella.
E si ricomincia. Fino a quando?

Opera, 24 giugno 2017

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